Per Trump (e Netanyahu) la tentazione di colpire l’Iran è fortissima. Ma un vero cambio di regime sembra uno scenario a bassa probabilità.
Un regime sotto pressione
L’Iran è un Paese dal sistema logoro, sotto pressione, eppure ancora strutturalmente solido.
Da fine dicembre, le piazze iraniane sono di nuovo in ebollizione. Si tratta dell’ondata di protesta più rilevante dai moti di Mahsa Amini nel 2022.
Gli slogan sono apertamente radicali (“morte a Khamenei”, non suona esattamente irenico): la rabbia è alimentata da un’inflazione che sfiora il 45%, dalla disoccupazione, da una moneta in caduta libera. Il cuore della contestazione non è più tanto la richiesta di riforme (già chieste e già respinte), il cuore della contestazione ora è il rifiuto del sistema della Repubblica islamica in quanto tale. Eppure.
Eppure, il potere non è vacillante come nei giorni finali dello Shah nel 1979. La struttura di controllo rimane intatta. La Guardia Rivoluzionaria (IRGC) mantiene una rete nazionale capillare e le forze di sicurezza agiscono in modo coordinato, con centinaia di arresti e decine di morti in pochi giorni. Milizie sciite dall’Iraq sono state richiamate a supporto della repressione urbana. Khamenei ha impartito ordini inequivocabili: “nessuna pietà” verso i “rivoltosi”.
La traiettoria “bonapartista”
Diversi analisti iraniani descrivono il regime come intrappolato in un vicolo cieco, ma non in caduta libera. Parlano di una possibile traiettoria “bonapartista”. In caso di crisi prolungata pensano possa emergere una figura militare o para-militare (probabilmente dall’interno dell’IRGC) che si presenta come salvatore della patria, ristruttura il potere dall’interno e si sostituisce o si affianca alla vecchia gerarchia clericale.
Questo è un punto essenziale per noi occidentali: un cambio di regime di questo tipo potrebbe non tradursi in un Iran filoccidentale. Potrebbe voler dire uno stato mediorientale meno clericale e più pragmatico con le potenze della regione (leggasi accordi di Abramo), ma non necessariamente amico.
Il precedente
A giugno, gli Stati Uniti avevano lanciato l’operazione “Midnight Hammer”: una serie di bombardamenti strategici contro tre strutture nucleari iraniane. È stata una dimostrazione di forza e di capacità tecnica: mesi di pianificazione con basi nel Golfo (Qatar, Emirati, Bahrain), l’impiego di bombardieri stealth B-2 partiti dal Missouri, coordinamento stretto con Israele, obiettivi limitati a infrastrutture nucleari e missilistiche.
L’operazione ha messo in chiaro che la capacità militare USA nel Medioriente esiste ed è devastante. Gli Stati Uniti, con l’appoggio israeliano, possono distruggere selettivamente infrastrutture strategiche in Iran senza mettere un alluce sulla sabbia Mediorientale e senza bisogno di una autorizzazione preventiva del Congresso. La prassi giuridica americana (dalla Libia alla Siria, fino all’eliminazione di Soleimani nel 2020) dimostra che la Casa Bianca si sente legittimata a usare la forza aerea e missilistica invocando la difesa di “interessi vitali”: la non proliferazione nucleare, la protezione di alleati, il contrasto al terrorismo.
Le tre soglie dell’azione americana
L’ipotetico intervento statunitense va distinto con chiarezza analitica in tre gradini, in tre livelli, spesso confusi nel dibattito pubblico.
Il primo livello consiste in raid limitati contro basi missilistiche, siti nucleari, centri di comando dell’IRGC. È quanto già visto, in parte, a giugno.
Il secondo è una campagna di decapitazione dell’élite militare e politica, condotta in forte coordinamento con Israele, con l’obiettivo di frammentare il comando.
Il terzo passo sarebbe il cambio di regime forzato con occupazione, transizione politica, e ricostruzione. Il modello Iraq 2003. È uno scenario teoricamente possibile, ma nel pratico totalmente improbabile visti i precedenti non brillantissimi nella regione (Afghanistan e Iraq, appunto).
E poi c’è da tenere conto anche la politica interna americana. Un’operazione di questo tipo richiederebbe una nuova AUMF (Authorization for Use of Military Force) o un mandato specifico del Congresso. E l’opinione pubblica è stanca di avventure in Medio Oriente, un’autorizzazione per un intervento simile, anche se il Congresso fosse interamente repubblicano, è altamente improbabile.
Ma l’America di Trump può bombardare, anche duramente, senza passare dal Congresso. Può spingersi fino alla soglia di una “campagna aerea di supremazia” di 7–10 giorni. Ma truppe d’occupazione a Teheran non sono realistiche.
Molto più plausibili sono i primi due livelli: raid intensivi o, al massimo, una decapitazione sistematica dell’apparato di potere iraniano affidata in gran parte a Israele, con copertura strategica americana.
La tenaglia da cielo e terra
Netanyahu vede nel complesso militare–ideologico iraniano (il nucleare, il missilistico, l’IRGC, i proxy come Hezbollah e gli Houthi, il clero sciita estremista che grida alla distruzione dell’”Entità Sionista”) la principale minaccia alla stabilità regionale e alla sicurezza di Israele.
Trump, dal canto suo, vede l’Iran come membro debole dell’asse del male Pechino-Mosca-Teheran.
Senza il petrolio venezuelano (appena messo in sicurezza con le operazioni in Sudamerica) e senza il petrolio iraniano, la Cina dipenderebbe quasi totalmente da quello russo, con grosse difficoltà di approvvigionamento costante. Pechino sarebbe quindi costretta a comprare buona parte del petrolio per il suo fabbisogno energetico sui mercati internazionali, gestiti con sistema SWIFT totalmente in mano americana. Sarebbe un colpo durissimo per le ambizioni imperiali cinesi.
In una escalation in Medioriente, la divisione del lavoro tra Trump e Netanyahu è facile da immaginare.
Gli Stati Uniti garantirebbero la supremazia aerea con bombardieri B-2 e B-21, missili Tomahawk e cruise da unità navali e basi nel Golfo. Gli obiettivi sarebbero siti nucleari, impianti di produzione missili, centri di comando e controllo strategici, difese aeree. Il ruolo americano sarebbe quello di garantire la superiorità aerea, disarticolare le capacità convenzionali iraniane, colpire le infrastrutture critiche.
Israele gestirebbe la parte più chirurgica con gli F-35I Adir, con i droni da ricognizione e d’attacco, con la capacità di intelligence umana sul terreno. Gli obiettivi sarebbero alti comandanti dell’IRGC e della Quds Force, figure chiave della sicurezza, nodi di comando regionali. Il ruolo israeliano sarebbe quello di eliminare personalità strategiche, sia sul piano militare che su quello politico.
Gli israeliani hanno già dimostrato di poter colpire con precisione i vertici dei Pasdaran, anche in contesti molto protetti. Ripetere e ampliare questa tattica in un quadro di copertura aerea totale americana è un’opzione concreta.
Per gli Stati Uniti, questo schema ha il pregio di massimizzare il danno al regime minimizzando il rischio politico interno. Il lavoro sporco sul terreno sarebbe delegato a un alleato che percepisce la minaccia iraniana in termini esistenziali.
Il dilemma di Teheran: rispondere o glissare?
Molto, forse tutto, dipende dalla reazione iraniana al primo giro di colpi. La teoria dei giochi suggerisce ai vertici iraniani di replicare quanto fatto dopo i raid americani di giugno: nulla.
Ogni missile lanciato contro Tel Aviv o contro le basi in Qatar o in Arabia avrebbe offerto a USA e Israele il casus belli perfetto per una campagna aerea molto più ampia.
Il regime, in sostanza, ha accettato il colpo pur di evitare una guerra su larga scala che non può vincere.
Lo stesso dilemma si ripropone oggi.
Una strategia prudente, quella razionale dal punto di vista della sopravvivenza del regime, comporterebbe di assorbire raid americani limitati su infrastrutture militari e nucleari, evitare del tutto missili su Israele o su basi USA, concentrare tutte le risorse disponibili sulla repressione interna e sulla protezione dei centri nevralgici: Teheran, Isfahan, Tabriz. L’Iran userebbe il vittimismo nazionalista per compattare l’opinione pubblica contro il “nemico esterno”.
Una strategia della risposta armata comporterebbe lanciare missili contro Israele o installazioni americane nel Golfo, cercando un effetto deterrente, confidando forse in una reazione occidentale limitata. Ma rischia di innescare esattamente lo scenario che Washington e Gerusalemme attendono per giustificare una campagna di decapitazione del regime.
Nel primo caso, la probabilità che il sistema sopravviva, pur ferito, resta alta: il regime può perdere capacità missilistiche e può accettare di tornare indietro di anni sul programma nucleare, pur di mantenere il controllo interno. Nel secondo, si apre la porta a una risposta qualitativamente diversa.
Il fantasma di Bonaparte
Anche nello scenario di una campagna aerea dura e coordinata USA–Israele, con decapitazione di una parte significativa dell’élite dell’IRGC, il risultato più probabile non è una democrazia filoccidentale sulle rive del Golfo Persico.
Più realistico e più inquietante sarebbe l’emergere di una forma di “bonapartismo iraniano”. Una figura, o una fazione, dall’interno dello stesso apparato prenderebbe il controllo in nome della “salvezza della Repubblica” e della “difesa della patria aggredita”. Il clero potrebbe venire parzialmente sacrificato, Khamenei potrebbe essere spinto all’esilio assistito (con Mosca come rifugio sicuro, cosa di cui si parla già). Il discorso ufficiale si farebbe più pragmatico: sospensione tattica di parte del programma nucleare, parziale riduzione della proiezione verso proxy come Hezbollah e milizie sciite, apertura selettiva a negoziati. In cambio, la nuova leadership chiederebbe il mantenimento del potere interno e una qualche forma di riconoscimento internazionale.
Un compromesso accettabile?
Per gli Stati Uniti e per Israele, questo scenario, pur lontano dai sogni di un “Iran democratico”, potrebbe essere accettabile sul medio-lungo periodo, se significasse: niente bomba atomica iraniana, meno missili su Israele, meno armi a Hezbollah e Houthi. Un interlocutore che, anche se ostile ideologicamente, è razionale e controllabile.
Nel quadro più ambizioso, su un orizzonte di anni, un Iran “post-rivoluzionario” ma ancora fortemente nazionalista potrebbe perfino essere lentamente integrato in un’architettura regionale stile Accordi di Abramo, almeno sul piano economico e della sicurezza navale
Russia e Cina come spettatori interessati
Un’altra illusione diffusa è quella di un’ipotetica “linea rossa” russa o cinese a difesa di Teheran. Le esperienze recenti di Venezuela, Siria, e lo stesso Iran a giugno, suggeriscono uno schema assai diverso.
Mosca e Pechino protestano vigorosamente sul piano diplomatico. Promettono “supporto” e “cooperazione” al regime colpito. Possono offrire intelligence, forniture d’armi, copertura politica in sede ONU. Ma si fermano sistematicamente un passo prima dello scontro diretto con gli Stati Uniti.
Per Russia e Cina, l’Iran è un asset strategico: per l’energia, per la posizione geografica, per la funzione di contrappeso all’Occidente in Medio Oriente. Ma non al punto di rischiare un confronto militare con la NATO per salvarne l’attuale leadership. Molto più probabile che facilitino l’eventuale fuga di parte dell’élite iraniana, cerchino di orientare dall’esterno il possibile “bonapartismo” in senso anti-occidentale, lavorino per impedire che l’Iran diventi un alleato pienamente integrato nel campo euro–atlantico.
L’Europa in bilico
Per le capitali europee, l’eventuale intervento americano in Iran rappresenta un classico e tormentato dilemma di politica estera contemporanea.
Da un lato, gli interessi strategici sono convergenti con Washington e Israele. L’Europa ha interesse nel prevenire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare, nel contenere l’espansione di proxy destabilizzanti (Hezbollah, milizie sciite, Houthi), nel sostenere le aspirazioni di libertà della società iraniana.
Dall’altro, l’Europa resta l’attore più esposto alle conseguenze di una crisi incontrollata. Ci sono rischi su forniture energetiche e rotte commerciali, aumento del rischio terroristico sul proprio territorio, ulteriore erosione della stabilità regionale.
La posizione più coerente con l’interesse europeo è quella di sostenere fermamente la linea di deterrenza e contenimento, mantenendo il coordinamento con Washington e Tel Aviv, ma lavorando al contempo per tenere aperto, dove possibile, uno spazio negoziale. Ma, molto più probabilmente, l’Europa arriverà frammentata e indecisa anche in caso di escalation.

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