Colonia, febbraio 1973.
È carnevale.
La sala è gremita di uomini in giacca e donne in abito da sera. Gente di mezza età, posata.
La sala è in un palazzo storico costruito circa cinquecento anni prima, e gravemente danneggiato dalla RAF nei bombardamenti della seconda guerra mondiale.
È il festival del carnevale.
Sul palco, per intrattenere il pubblico che mangia e beve, pubblico di gente che ha pagato bei soldi per star lì, sul palco viene chiamato un comico. Il suo nome è Jonny Buchardt.
Buchardt è un comico famoso, in Germania, nel ’73. Ha girato film, fa il presentatore-comico. La gente lo aspetta, il pubblico vuole ridere.
Jonny si avvicina al microfono vestito male come solo un tedesco nel 1973 potrebbe essere.
Sentiamo un po’ com’è l’atmosfera stasera. Dice sorridendo.
Jonny inizia un coretto da osteria in festa. Tipo Oktoberfest. Il pubblico risponde. Jonny tiene il tempo con le mani, come un direttore d’orchestra. Il pubblico risponde perfettamente.
Hip Hip, dice Jonny. Urrà, risponde il pubblico.
Hip hip, dice ancora. Urrà, urla il pubblico.
Sieg, dice Jonny.
Heil, grida il pubblico.
All’improvviso, non siamo più a Colonia nel 1973, siamo a Norimberga nel 1938, con svastiche grandi come palazzi.
Risatine imbarazzate dal pubblico. Jonny finge di allontanarsi, si mette le mani in faccia, poi torna al microfono.
Non può essere vero, dice.
Così tanti vecchi camerati abbiamo con noi stasera?
La domanda di Jonny è posta con ironia. La domanda è retorica.
Jonny glissa e continua col suo monologo comico. La gente ride alle battute, l’episodio viene dimenticato.
Jonny ha tratto in inganno il suo pubblico provocando una risposta che non avrebbe voluto dare, ma che è uscita automaticamente dalle bocche di quei tedeschi che avevano sentito decine, centinaia di volte quell’esclamazione nazista. Un riflesso automatico.
Sieg. Heil.
Succede anche a te.
Se partecipi fin da piccolo alle celebrazioni religiose, le tue preghiere, le tue risposte al celebrante, molto spesso non pensi neanche a quel che dici, rispondi perché lo hai sempre fatto, perché tutti lo fanno nello stesso modo.
A scuola, all’appello, centinaia di volte hai risposto presente quando hai sentito chiamare il tuo nome. Se ti chiamano oggi per nome e cognome con voce autoritaria, ti senti di rispondere ancora presente, anche se la scuola l’hai finita vent’anni fa.
Che cosa diciamo davvero, allora, di veramente nostro?Qualcosa che non sia un riflesso inconsapevole, qualcosa che pensiamo davvero autonomamente, qualcosa che non ci sia stato ripetuto abbastanza volte da diventare parte di noi, involontariamente, inconsciamente.
Goebbels, giusto per tornare al nazismo, diceva che se ripeti una bugia abbastanza volte, diventa la verità.
Quei tedeschi a Colonia nel 1973, era gente normale. Ma ventotto anni dopo la guerra, il riflesso era lì, vivo. La Germania post-bellica predicava l’elaborazione del passato. Già nel ’49 nelle scuole insegnavano che il nazismo era stato un incubo collettivo. Eppure era bastata una canzone da osteria per far precipitare nell’incubo una sala festante di gente perbene.
Apri Twitter, Instagram, vedi uno slogan ripetuto mille volte: “Build the wall!”, “Non una di meno”, “All yes on Rafah”, “Stop the genocide”, “Make America great again”.
Quando uno stimolo viene ripetuto, il cervello non rimane passivo. I ricercatori hanno scoperto che la ripetizione genera cambiamenti neurali. Quando memorizza bene un’informazione, il cervello la elabora usando lo stesso schema ogni volta che viene in contatto con una informazione simile. Questa ripetizione del medesimo modo di pensare è quello che consolida l’informazione nella memoria duratura.
Al contrario, le informazioni che si dimenticano sono quelle che il cervello elabora in modo diverso ogni volta. Quindi la memoria non funziona attraverso la varietà: funziona attraverso la coerenza. E questa coerenza, ripetuta dal tuo algoritmo, diventa sempre più difficile da estirpare. È qualcosa di biologico, di radicato nella struttura stessa della nostra materia grigia.
Gli studi sulla ripetizione dilazionata nel tempo dimostrano che quando viene ripetuta un’informazione su intervalli sempre più lunghi, le connessioni neurali si rafforzano e si consolidano in modo permanente. Il cervello cambia “forma” (nella struttura della connettività sinaptica e nella densità neuronale). La ripetizione permette la generazione di nuove cellule cerebrali, in particolare nella parte del cervello che controlla la memoria a lungo termine.
I ricercatori hanno osservato questo fenomeno persino negli animali: quelli addestrati con ripetizioni dilazionate nel tempo sviluppavano nuove cellule neurali e mostravano persistenza della memoria, mentre quelli addestrati con sessioni intensive di studio mostravano un decadimento della memoria nel tempo.
La ricerca psicologica ha inoltre identificato un meccanismo ancora più sottile: l’esposizione ripetuta a uno stimolo, anche senza consapevolezza, cambia atteggiamento verso quello stimolo. Semplicemente vedendo più volte la stessa immagine, leggendo più volte la stessa frase, sentendo più volte lo stesso slogan, il nostro cervello comincia a considerarlo più familiare, più vero, più normale. Questa familiarità genera accettazione. È come se il nostro cervello ragionasse così: “Se lo vedo di continuo, deve essere importante. Se è importante, devo crederci”.
Apri Instagram. L’algoritmo della piattaforma conosce ogni tuo movimento: quanto tempo trascorri su un post, quali like dai, chi segui, quali hashtag cerchi. Sulla base di tutto questo, l’algoritmo decide cosa mostrarti nel tuo feed. Se hai interagito una volta con un contenuto pro-Palestina, vedrai un flusso infinito di contenuti che amplificano quella prospettiva. Se hai cercato una volta “Make America great again”, vedrai quel messaggio ripetuto centinaia di volte nei giorni successivi, rinforzato dai like e dai commenti entusiasti degli altri utenti.
È il funzionamento deliberato dei social media.
Il risultato è una forma di ripetizione ancora più potente di quella che Goebbels avrebbe potuto immaginare. In una sala, il pubblico poteva sentire ogni slogan una sola volta. Sul tuo feed Instagram, lo vedrai decine di volte al giorno. L’algoritmo seleziona specificamente i contenuti che generano engagement, cioè condivisioni, commenti, reazioni emotive. Un post carico di emozione (qualsiasi emozione va bene, paura, schifo, rabbia, l’emozione in sé non conta per il risultato) genererà più interazioni, e l’algoritmo lo proporrà a più persone. Questo maggior numero di persone reagiranno a loro volta, e il messaggio si diffonderà ulteriormente. È un meccanismo di amplificazione esponenziale.
All’interno di queste “bolle algoritmiche”, come le chiamano i ricercatori, le informazioni vengono amplificate e rinforzate dalla loro costante riproposizione. Tu non scegli di stare in una bolla. L’algoritmo ti ci mette dentro, in base ai tuoi comportamenti precedenti. E dentro quella bolla, sentirai la stessa idea ripetuta migliaia di volte, da migliaia di utenti diversi, in migliaia di formati diversi. Sembrerà una verità universale, non un’amplificazione artificiale di un messaggio che l’algoritmo ha deciso di privilegiare perché genera engagement.
Se i social media sono il presente, la televisione è il passato da cui tutto è iniziato. E la televisione non era più innocente dei social media, era semplicemente meno tecnologica e meno personalizzata.
Ci sono stati migliaia di studi dal 1950 a oggi dedicati agli effetti della televisione sulla popolazione, in particolare sulla violenza. La correlazione tra esposizione alla violenza in televisione e comportamenti aggressivi nel breve e nel lungo periodo è inequivocabile.
La televisione crea quello che gli studiosi chiamano un “effetto di realtà”: guardando la tv, ci dimentichiamo che è una finzione. La realtà creata dalla televisione ci sembra semplicemente la realtà. In televisione non è possibile contraddire in tempo reale quanto viene affermato (a differenza dei social media), questa finzione rimane incontestata nella nostra mente, si ripete, si consolida, diventa la nostra verità.
Quei tedeschi nel 1973 avevano subito un condizionamento intenso durante dodici anni di regime nazista, seguito da ventotto anni di “elaborazione del passato”. Eppure il riflesso era lì. Una canzone da osteria, e il loro cervello ha risposto come era stato addestrato.
Oggi, il processo è accelerato. Non hai bisogno di dodici anni di regime totalitario. Hai bisogno solo di un algoritmo e di milioni di utenti volontari che condividono, commentano, amplificano il messaggio per te.
Che tu sia consapevole di stare in una bolla algoritmica o no, il tuo cervello cambia. Le tue connessioni neurali si rinforzano attorno a certi concetti, certe visioni del mondo. Dopo enne-mila ripetizioni, tu non stai più scegliendo di credere a qualcosa. Tu crederai semplicemente. È diventato parte di come il tuo cervello funziona, come le tue abitudini operano, come rispondi agli stimoli. Come quei tedeschi a Colonia.
L’elemento più inquietante? Tu rimani convinto di stare pensando autonomamente. Tu senti che queste sono tue opinioni autentiche. In realtà, le hai ereditate dall’algoritmo.
Cosa diciamo allora davvero di nostro? Quale parte della tua visione politica, della tua identità, delle tue convinzioni, viene davvero da te, piuttosto che dalla ripetizione costante di messaggi selezionati da algoritmi disegnati per manipolare il tuo cervello?
Forse la risposta è più piccola di quanto vorremmo ammettere. Ma rendersene conto è il primo passo per la resistenza.
Link al video di Jonny Buchardt a Colonia nel 1973: https://www.youtube.com/watch?v=U_SwFHtgJCQ

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