L’Italia non ha mai fatto i conti coi suoi crimini – 8 settembre 1943

Martino Salmistraro era di stanza in Jugoslavia. I tedeschi li avevano circondati, lui e i suoi compagni, che giorni prima erano scampati a un attacco di partigiani jugoslavi sparando dei colpi a salve, con i loro obici. Avevano sparato a salve perché avevano finito le munizioni vere. Martino e i suoi erano artiglieri. I tedeschi li avevano circondati, intimato di lasciare le armi, affrontati. Col Re o col Duce? Martino diede la risposta giusta, e si ritrovò a fare 20 mesi da internato in un campo di lavoro.

Registro del campo. In fondo a destra, mio nonno.

Martino, mio nonno, era solo uno degli oltre seicentomila soldati italiani che dopo l’8 settembre del 1943 si rifiutarono di servire il Terzo Reich per l’interposta persona di Mussolini. Cos’era successo? Era successo che il governo italiano aveva firmato l’armistizio con gli Alleati, abbandonando l’alleato tedesco, il quale aveva da tempo subodorato il possibile tradimento, e aveva immediatamente proceduto a prendere possesso di tutte le armi sui fronti in comune e a invadere la penisola. Indisturbato. Le truppe italiane come Martino e i suoi che erano nei Balcani, in Grecia, in nord Africa venivano lasciate a sé stesse. Ma cosa ci facevano i nostri soldati, in giro per il Mediterraneo?

Il vuoto di potere

Il Generale Giuseppe Castellano stringe la mano a Dwight D. Eisenhower dopo la firma dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati a Cassibile, 8 settembre 1943. 8 settembre, 1943

La mattina del 9 settembre, con le divisioni tedesche che avanzavano verso la capitale, i ministeri si svuotarono. Nessun ordine operativo venne trasmesso al milione di uomini del Regio Esercito. L’unica preoccupazione della catena di comando fu mettere in salvo sé stessa. Mentre la truppa veniva disarmata nelle stazioni ferroviarie o lasciata allo sbando sul fronte greco-balcanico, la corte sabauda e il governo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio abbandonavano la capitale lungo la via Tiburtina in direzione di Pescara, per poi imbarcarsi verso Brindisi.

Secondo alcuni questo vuoto fu il momento della dissoluzione dell’idea di Stato e di dovere civico per gli italiani. La fuga del Re e dei vertici dello stato avrebbero reciso il legame di fiducia con i cittadini, uccidendo lo Stato. Secondo altri, invece, questo vuoto non fu una dissoluzione, ma lo spazio e il tempo necessari in cui ogni singolo italiano, cittadino o soldato, lasciato a sé stesso, senza ordini, avrebbe maturato la sua scelta etica e politica. Da questo atto di responsabilità individuale, dalla scelta dei soldati come Martino, dalla scelta dei partigiani di andare a combattere in montagna, sarebbe nata la nuova Italia democratica.

Entrambe queste visioni dimenticano di sottolineare che la fuga del Re e dei vertici dello Stato servì a dare continuità giuridica allo Stato stesso. Fossero rimasti al loro posto, catturati dai tedeschi, avrebbero, allora sì, distrutto lo Stato italiano. Dall’8 settembre 1943 il Governo Badoglio prima e la diplomazia del dopoguerra poi avviarono un’operazione di rielaborazione politica. L’armistizio venne raccontato come il momento zero di una nuova fase, l’inizio di un’occupazione straniera. L’Italia venne raccontata come vittima dei tedeschi, quando fino qualche ora prima partecipava a tutte le nefandezze del regime nazional socialista.

La rimozione storica

Per costruire la narrazione dell’Italia come vittima del nazismo, il discorso pubblico del dopoguerra ha focalizzato tutta la sua attenzione nel biennio 1943-1945, spegnendo ogni riflettore che puntasse più indietro nel tempo. I ventiquattro mesi compresi tra l’entrata in guerra nel giugno 1940 e l’armistizio dell’8 settembre 1943, per tacere dei quindici anni precedenti di colonialismo, sono diventati così una parentesi storica sfuocata, o, peggio, del tutto cancellata dalla storiografia divulgativa e dai manuali scolastici. L’illusione che l’esercito italiano abbia condotto guerre d’aggressione prive di ferocia ideologica cade di fronte alla realtà.

il colonialismo

Rodolfo Graziani

Per spezzare la resistenza libica nella guerra di aggressione tra il 1928 e il 1931, i vertici militari italiani (leggasi il Governatore della Libia Pietro Badoglio e il Vicegovernatore Rodolfo Graziani) applicarono una strategia di guerra totale contro la popolazione civile. L’intera popolazione nomade e seminomade dell’altopiano del Gebel el-Akhdar (oltre 100.000 persone) fu deportata coattivamente verso la costa con marce forzate nel deserto e rinchiusa in una rete di campi di concentramento. In questi lager, per denutrizione, epidemie ed esecuzioni sommarie, morì circa il 40% degli internati, annientando la struttura socioeconomica della Cirenaica. Con conseguenze che arrivano ai giorni nostri.

Pochi anni dopo, la guerra d’Etiopia (1935-1936) confermò la continuità di questa prassi. Si trattò di una campagna d’aggressione condotta con l’impiego sistematico di armi chimiche e campi di sterminio per deperimento. Tra il 1935 e il 1936, l’aeronautica italiana sganciò decine di tonnellate di bombe all’iprite e al fosgene su soldati e popolazioni civili, un’operazione autorizzata via telegramma direttamente da Benito Mussolini ed eseguita sul campo da Badoglio e Graziani.

La guerra

Mario Roatta

Quando nel luglio 1941 la Jugoslavia venne smembrata e occupata dalle forze dell’Asse, la II Armata italiana (poi Comando Superiore FF.AA. Slovenia e Dalmazia) si trovò ad affrontare una feroce guerriglia partigiana. La risposta italiana non fu meno brutale di quella della Wehrmacht. Nel marzo 1942 il generale Mario Roatta emanò la Circolare 3C codificando le direttive per la lotta antipartigiana in Slovenia e Croazia.

La circolare abbandonava qualsiasi distinzione tra combattenti e popolazione civile, introducendo misure di rappresaglia preventiva, la fucilazione di ostaggi, l’incendio sistematico di interi villaggi sospettati di dare rifugio ai ribelli, e la deportazione di massa delle famiglie. L’istruzione sintetizzata da Roatta ai suoi ufficiali era inequivocabile: «Non dente per dente, ma testa per dieci». Una proporzione che risuonerà sinistramente in Italia solo qualche mese dopo.

i campi

In applicazione della Circolare 3C, la popolazione civile slava delle zone occupate fu sottoposta a deportazioni preventive per bonificare i territori dalla guerriglia. Nel luglio 1942 venne istituito il campo di concentramento dell’isola di Arbe (Rab), destinato a raccogliere oltre 10.000 civili sloveni e croati, inclusi donne, bambini e anziani. Le condizioni igienico-sanitarie e la razione alimentare deliberatamente insufficiente portarono a un tasso di mortalità che gli storici stimano intorno al 18-20% della popolazione del campo. Nel periodo invernale tra il 1942 e il 1943, il tasso di mortalità ad Arbe superò quello di vari campi di concentramento gestiti dalle SS sul fronte orientale.

I crimini commessi in Cirenaica, Etiopia e nei Balcani furono l’applicazione di una dottrina d’occupazione. L’esigenza di contrarre la cronologia al solo biennio 1943-1945 divenne quindi fondamentale per la classe dirigente post-bellica. Senza la rimozione del periodo precedente sarebbe stato impossibile riabilitare le stesse figure militari (a partire da Badoglio, Roatta e Graziani) che avevano pianificato e firmato le direttive di aggressione che abbiamo visto.

italiani brava gente

Per trasformare la sconfitta militare e le responsabilità di aggressione in una storia di sofferenza ed emancipazione, l’Italia post-bellica ha costruito una mitologia sostenuta dalle principali forze culturali e politiche del Paese. La narrazione pubblica ha strutturato una rigida contrapposizione binaria tra il “cattivo tedesco”, ideologico, fanatico, violento, spietato, obbediente agli ordini per quanto brutali, e il “bravo italiano” indolente verso la disciplina, empatico verso le popolazioni occupate, estraneo a idee di razza o superiorità. Attraverso questa proiezione, le atrocità commesse dal Regio Esercito sono state rubricate come episodi, deviazioni individuali, o addirittura causate dall’alleanza con la Germania di Hitler. La responsabilità della guerra e dei suoi crimini è stata così interamente scaricata sulla Germania nazista, preservando l’immagine di “italiani brava gente”.

Il secondo pilastro di questo processo è stato il confinamento della responsabilità fascista all’esperienza della Repubblica Sociale Italiana (RSI). Isolando il collaborazionismo di Salò (1943-1945) come un fenomeno circoscritto a una frangia di fanatici e criminali, la storiografia apologetica e il discorso politico hanno operato una netta de-responsabilizzazione dell’amministrazione statale e della popolazione italiana. In questo modo, vent’anni di consenso di massa al regime, le guerre per le colonie, le leggi razziali, e l’aggressione ai Paesi vicini, tutto questo è stato tolto dal carico dell’Italia post 8 settembre e messo in conto alla Repubblica Sociale. Salò ha funzionato da capro espiatorio. L’esercito monarchico, la burocrazia ministeriale, la magistratura, e la società civile sono stati purificati da ogni continuità con il ventennio fascista, concentrando tutta la responsabilità sui repubblichini.

la narrativa

Benedetto Croce

Benedetto Croce fornì la giustificazione filosofica a questa narrazione definendo il fascismo come una «parentesi», un’infezione esterna su un corpo sociale sano. Questa lettura si contrapponeva frontalmente all’analisi di Piero Gobetti, che aveva descritto il fascismo come l’«autobiografia della nazione», una conseguenza logica dei vizi storici della classe dirigente e della società italiana. La tesi crociana della parentesi permise di considerare il regime come un incidente, cancellando la necessità di fare autocritica profonda.

Nel vuoto istituzionale seguito all’8 settembre, la Chiesa cattolica rimase l’unica struttura organizzata capillarmente sul territorio. Attraverso la rete diocesana e la guida di Papa Pio XII, la Chiesa promosse una narrazione in cui il popolo italiano, proprio perché cattolico, era rimasto estraneo ai totalitarismi pagani. L’italiano veniva così dipinto come vittima incolpevole di ideologie astratte, assolto in quanto cattolico nell’animo.

Infine, il Comitato di Liberazione Nazionale utilizzò il contributo reale ed eroico della lotta antifascista come un ombrello morale esteso retroattivamente all’intera collettività. La Resistenza, condotta da una esigua minoranza, fu narrata come un intero popolo in armi che si risvegliava dal fascismo. Questo servì da copertura per la maggioranza che aveva passivamente assecondato il regime fino al giorno del crollo.

La diplomazia

Churchill e De Gasperi, 1953

Presentare l’Italia come una nazione vittima liberata dal fascismo anziché come uno Stato aggressore sconfitto fu la linea guida della diplomazia guidata dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi (1947). Questa narrazione servì a limitare le clausole punitive e le riparazioni finanziarie, oltre che a difendere l’integrità territoriale del Paese. Presentare la popolazione come estranea ai crimini del regime permise di integrare ceti medi, burocrazia statale, masse cattoliche e comuniste all’interno del nuovo sistema democratico, senza dover procedere a un’epurazione traumatica della società. Per evitare che la transizione post-bellica degenerasse in una guerra civile permanente, la nuova classe dirigente della Repubblica necessitava di pacificare il Paese. Avevano bisogno di raccontare una storia.

L’amnistia

Palmiro Togliatti, novembre 1948

A differenza della Germania nazista, dove la sconfitta portò alla cancellazione delle strutture amministrative e al completo ricambio dei quadri dirigenziali ad opera delle Potenze occupanti, lo Stato italiano mantenne la propria continuità istituzionale attraverso il Regno del Sud. Questo permise alla burocrazia, alla diplomazia e, soprattutto, alla magistratura, di attraversare la transizione post-bellica sostanzialmente intatte.

Il Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti poco più di un anno dopo la guerra promulgò una amnistia. Lo fece per pacificare il Paese, svuotare le carceri, ed evitare che la giustizia in quella fase di transizione degenerasse in una infinita resa dei conti. Il testo intendeva estinguere i reati politici e piccoli reati comuni commessi durante il periodo bellico, mantenendo la punibilità per i reati d’opinione più gravi, le stragi, e i fatti commessi con «sevizie particolarmente atroci».

l’ostruzionismo della magistratura

Pietro Badoglio

L’applicazione pratica della norma venne affidata alla magistratura ordinaria, i cui quadri si erano formati ed erano progressivamente avanzati di carriera durante il ventennio fascista. La Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, presieduta da magistrati come Gaetano Azzariti (già presidente del Tribunale della Razza sotto il regime), stravolse l’intento originario della legge attraverso un’interpretazione sistematicamente estensiva della scriminante. Definizioni come «sevizie particolarmente atroci» o «collaborazionismo attivo» vennero depotenziate. Per i giudici, torture, esecuzioni sommarie, e deportazioni vennero spesso riassorbite nell’ordinaria amministrazione bellica, o giustificate dall’obbedienza agli ordini superiori. Il risultato fu lo smantellamento pressoché totale dei processi contro i gerarchi e la vanificazione dell’epurazione amministrativa.

Di fronte alle richieste formali di estradizione avanzate dai governi di Jugoslavia, Grecia ed Etiopia contro oltre mille presunti criminali di guerra italiani (tra cui Pietro Badoglio, Mario Roatta, Rodolfo Graziani e Mario Robotti), il Ministero degli Esteri e i comandi militari attuarono una strategia di ostruzionismo. Palazzo Chigi rispose alle diplomazie estere con dilazioni indefinite, eccezioni formali, e la costituzione di commissioni d’inchiesta interne aventi il solo scopo di ritardare le procedure fino alla loro fine naturale. L’idea era che concedere l’estradizione dei generali italiani avrebbe significato ammettere la responsabilità delle aggressioni del Regno d’Italia, compromettendo la posizione dell’Italia stessa al tavolo della pace.

Questa politica di occultamento culminò nel 1960 con l’archiviazione provvisoria disposta dal Procuratore Generale Militare Enrico Santacroce per 695 fascicoli relativi a stragi nazifasciste e crimini d’occupazione. Quei documenti vennero fisicamente chiusi e sigillati in un armadio con le ante rivolte verso il muro: il cosiddetto «Armadio della Vergogna», riscoperto soltanto nel 1994 nel corso delle indagini sul processo ad Erich Priebke.

la guerra fredda

Nella Dichiarazione di Mosca del novembre 1943, gli Alleati avevano stabilito che i responsabili di atrocità sarebbero stati consegnati ai Paesi in cui i crimini erano stati commessi per esservi giudicati. Tuttavia, tra il 1944 e il 1947, il quadro geopolitico globale mutò radicalmente. Con l’emergere della Guerra Fredda e la dottrina del contenimento, la Penisola italiana divenne la cerniera geostrategica dell’Europa meridionale, direttamente confinante con la Jugoslavia comunista di Josip Broz Tito.

Per Washington e Londra, l’esigenza prioritaria divenne la stabilizzazione politica ed economica dell’Italia sotto la guida delle forze moderate e centriste, evitando che il Paese scivolasse nell’orbita del blocco sovietico. Estradare i vertici del Regio Esercito a favore di governi comunisti come quello jugoslavo avrebbe delegittimato le istituzioni statali italiane e indebolito le forze armate. Di conseguenza, tacitamente, gli Alleati secretarono le liste dei ricercati italiani e rinunciarono a imporre la procedura giudiziaria internazionale.

L’azione dell’Esercito Cobelligerante al Sud e il contributo militare fornito dai partigiani al Nord furono utilizzati dalla diplomazia italiana come principale scudo giuridico e negoziale. La partecipazione alla fase finale della guerra contro la Germania consentì al governo di rivendicare uno statuto diverso da quello dell’aggressore sconfitto. Presentando il contributo militare dato alla sconfitta del Terzo Reich tra il 1943 e il 1945 come un riscatto totale dell’intera nazione, la classe dirigente riuscì a far valere presso le cancellerie occidentali l’argomento secondo cui l’Italia aveva già pagato il proprio debito storico, chiudendo definitivamente ogni margine di manovra per una revisione giudiziaria dei crimini commessi tra il 1928 e il 1943.

la Norimberga italiana

L’assenza di una “Norimberga italiana” è quindi il risultato della transizione istituzionale italiana. La Germania subì la sconfitta totale, la distruzione integrale dello Stato, la perdita di ogni sovranità e l’occupazione militare da parte di Francia, Regno Unito, USA e Unione Sovietica. Fu questa condizione di azzeramento istituzionale a permettere alle potenze vincitrici di imporre il Tribunale Militare Internazionale di Norimberga.

L’Italia, al contrario, mantenne la continuità dello Stato attraverso la struttura sabauda trasferita a Brindisi, dichiarò guerra alla Germania il 13 ottobre 1943 ottenendo lo status di co-belligerante con gli Alleati, e sviluppò al Nord un movimento di Resistenza armata rappresentato dal Comitato di Liberazione Nazionale. Il conservare la sovranità impedì agli Alleati di esautorare la magistratura nazionale o di istituire un tribunale penale internazionale sul territorio italiano.

Il Trattato di Pace

Questa ambiguità istituzionale generò una frattura gigantesca tra la rappresentazione che l’Italia diede di sé stessa e il giudizio della comunità internazionale. In Italia, il discorso pubblico dominato dai partiti del CLN e dalle istituzioni repubblicane costruì la narrazione dell’Italia come «nazione liberata» e vittima del nazismo. Ma alla Conferenza di Pace di Parigi, culminata nel Trattato del 10 febbraio 1947, le Potenze Alleate trattarono l’Italia a tutti gli effetti come un aggressore sconfitto.

Stabilirono la perdita di tutte le colonie africane (Etiopia, Eritrea, Libia), la cessione del Dodecaneso alla Grecia, i ritocchi di confine a nord-ovest a favore della Francia (Briga e Tenda), e la perdita della quasi totalità della Venezia Giulia a favore della Jugoslavia. Imposero indennizzi di guerra a favore di Unione Sovietica, Jugoslavia, Grecia, Etiopia e Albania. Ridussero drasticamente le forze armate e misero il divieto di possedere armi d’attacco o bombardieri strategici. Mentre la diplomazia di Parigi sanzionava la responsabilità oggettiva dello Stato fascista, il dibattito pubblico interno al Belpaese consolidava la leggenda dell’italiano incolpevole, rimuovendo le clausole punitive del Trattato di Pace come un’ingiustizia inflitta da potenze ciniche a un Paese che riteneva di essersi già “riscattato”.

La frattura tra reale e memoria collettiva

Ritorniamo all’interrogativo iniziale: cosa ci facevano Martino e i suoi in Jugoslavia? Cosa ci facevano i nostri soldati in giro per il Mediterraneo? Erano gli esecutori di una politica d’occupazione e di aggressione fascista. Erano ingranaggi di una macchina di oppressione.

L’8 settembre 1943 fu il dispositivo politico e negoziale (in quel momento necessario) che consentì alla classe dirigente post-bellica di convertire la responsabilità di un Paese aggressore in una narrazione scollata dalla realtà del ventennio fascista.

Questa operazione garantì la stabilità geopolitica nel quadro della Guerra Fredda e la continuità delle istituzioni democratiche, ma fu pagata a un prezzo elevatissimo: generò una frattura permanente tra consenso storiografico e memoria collettiva.

Oggi la ricerca accademica ha ricostruito i crimini in Cirenaica, l’uso dell’iprite in Etiopia, la repressione nei Balcani, e i meccanismi giudiziari dell’insabbiamento delle colpe degli italiani.

Eppure, nel discorso pubblico e nella percezione comune, il mito del “bravo italiano” continua a funzionare da scudo auto-assolutorio, dimostrando che l’Italia ha fondato la propria Repubblica democratica sulla rimozione dei propri crimini di guerra.

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