le formiche e l’occidente

In natura esiste una specie di formiche, le Polyergus (o formiche amazzoni), che non sanno fare nulla, e quindi, per sopravvivere, rubano tutto.

Queste formiche non sanno procurarsi da mangiare da sole, non sanno pulire il nido, e non sanno badare ai loro piccoli. Come fanno a sopravvivere?

La regina della Polyergus cattura una formica di un’altra specie, e se la strofina addosso per rubarle l’odore. Con questo “passaporto chimico” entra nel nido nemico senza che nessuno la fermi.

Una volta dentro, va dritta dalla regina nemica e le buca il cranio con le sue mandibole giganti. Poi lecca i fluidi della vittima per avere il suo stesso odore. Le operaie nemiche, ingannate dall’odore, credono sia la loro madre e iniziano a servirla.

La regina Polyergus inizia a deporre le sue uova. Le operaie “schiave” si prendono cura di queste uova, nutrono le larve e assistono alla nascita delle formiche della specie parassitaria.

Sorge però un problema logistico, le operaie ospiti invecchiano e muoiono, e poiché la loro regina originale è stata uccisa, non ne nascono di nuove. Se la colonia non facesse nulla, morirebbe nel giro di una stagione per mancanza di forza lavoro. Per evitare questo, le Polyergus organizzano delle razzie.

Quando il nido ha bisogno di nuovi “servitori”, inviano delle esploratrici a cercare altri formicai nelle vicinanze.

Una volta individuato un bersaglio, l’intero esercito di Polyergus esce dal nido in una colonna compatta e velocissima.

Oltre alle mandibole a falce, usano “feromoni di propaganda”. Queste sostanze chimiche scatenano il panico totale nel formicaio attaccato, impedendo alle nemiche di organizzare una difesa efficace.

Le Polyergus sono interessate ai piccoli, alle pupe (i bozzoli che contengono le formiche quasi formate) delle formiche nemiche.

Entrano nel nido nemico, rubano le pupe e le portano indietro nel loro nido.

Quando queste pupe si schiudono all’interno del nido delle Polyergus, non sanno di essere state rapite. Non sanno di essere formiche di un’altra specie. Imparano l’odore del nido parassita e iniziano a lavorare per le loro “rapitrici” come se fossero loro, la loro famiglia naturale.

Questo processo si ripete ogni estate. Finché la regina Polyergus vive (e può vivere molti anni), la colonia continuerà a organizzare razzie per mantenere stabile il numero di “schiave” necessarie alla sopravvivenza.

L’Occidente

Proprio come la regina Polyergus si maschera per apparire innocua, certi i movimenti radicali utilizzano la retorica dei diritti umani e della tolleranza per disarmare preventivamente le difese dello Stato.

I trattati come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che vengono talvolta interpretati in modo da anteporre il diritto individuale alla sicurezza collettiva, creano quel vuoto normativo in cui la frammentazione sociale può prosperare indisturbata.

Il meccanismo della mimesi morale agisce poi come un inibitore del sistema immunitario nazionale. Chiunque tenti di sollevare dubbi sull’immigrazione incontrollata o sui processi di islamizzazione viene immediatamente marchiato con lo stigma del razzismo.

Questa etichetta funge da segnale bio-politico che paralizza la capacità di distinguere tra chi intende contribuire al benessere del “nido” e chi mira invece a una trasformazione radicale dei suoi valori fondanti.

Questo trova riscontro in studi sociologici e analisi di intelligence che descrivono il fallimento dell’integrazione e la nascita di zone d’ombra legislative.

Uno degli sguardi più lucidi su questo fenomeno appartiene al cinquantatreenne politologo francese Jérôme Fourquet, che nel suo studio L’Archipel français (2019) descrive una Francia ormai priva di unità, trasformata in un insieme di isole culturali e religiose che non comunicano più tra loro.

È la fase in cui la secessione culturale è già avvenuta in vaste aree del territorio, le famigerate banlieues, dove i valori della Repubblica sono stati sostituiti da norme identitarie e religiose. Una realtà simile è emersa nel Regno Unito con la Casey Review (2016), un rapporto governativo che ha evidenziato livelli allarmanti di segregazione e la crescita di tribunali paralleli che operano nell’ombra, scavalcando la legge dello Stato.

Il filosofo Roger Scruton (1944-2020) parlava di oikophobia, il ripudio della propria casa e della propria cultura. Le élite politiche e mediatiche, convinte di servire il bene superiore del multiculturalismo, nutrono invece i prodromi di una cultura che, una volta diventata maggioranza, non avrà alcun interesse a preservare il sistema democratico che l’ha ospitata.

Proprio come le formiche.

L’indottrinamento culturale e la perdita di identità delle nuove generazioni completano l’opera, agendo come un processo di de-strutturazione che priva le nuove generazioni di un ancoraggio alla propria eredità.

La trasformazione di una società omogenea in un conflitto di civiltà interno è il punto di non ritorno per un sistema che ha perso la forza di imporre la propria identità.

A destra parlano di “invasione” o “sostituzione etnica”, e vaneggiano rimestando nel razzismo becero e ignorante. Il problema non è all’esterno, ma all’interno della civiltà occidentale.

Una civiltà che non ha più il coraggio di rivendicare il proprio odore e la propria legge è una civiltà che ha già, di fatto, consegnato le chiavi del proprio nido.

Se le mandibole delle Polyergus rappresentano la minaccia fisica, i loro feromoni di propaganda ne costituiscono l’arma più sofisticata, una sostanza chimica che disorienta.

Questa “chimica sociale” viene sintetizzata nei laboratori del mainstream mediatico e accademico sotto forma di etichette paralizzanti.

Il primo feromone è la “colpevolezza coloniale”. Come spiegato dal filosofo francese Pascal Bruckner ne La tirannia del pentimento (2006), l’Occidente è diventato una civiltà che si definisce attraverso il male che ha commesso.

Questo odio verso se stessi agisce esattamente come la nube chimica delle formiche amazzoni.

Quando una nazione avverte il pericolo e tenta di serrare le proprie fila, viene investita dal richiamo ai “crimini del passato”. Il risultato è la paralisi. Un popolo convinto di essere intrinsecamente malvagio non riterrà mai di avere il diritto morale di difendere i propri confini o di pretendere il rispetto delle proprie leggi da parte degli ospiti.

Non appena emerge una criticità legata ai flussi migratori o alla sicurezza urbana, l’esercito dei “custodi del dogma” rilascia questi feromoni. La paura di essere socialmente ostracizzati, di perdere il lavoro o di essere trascinati in tribunale ((la cosiddetta Cancel Culture o Woke), spinge le “operaie” (i cittadini) a ritirarsi in un silenzio rassegnato.

Polizia, magistratura, e insegnanti, le prime linee di difesa del “nido”, iniziano a esitare. Temono che applicare la legge in modo equo possa essere interpretato come un atto di discriminazione, lasciando campo libero a chi, come la regina Polyergus, usa le regole del nido per scardinarlo dall’interno.

Le operaie continuano a lavorare freneticamente per mantenere un sistema che le sta distruggendo. I contribuenti in Francia e nel Regno Unito finanziano, attraverso un welfare generoso, infrastrutture sociali che spesso diventano centri di diffusione di un’ideologia ostile ai valori occidentali.

Lo studio di Douglas Murray, The Strange Death of Europe (2017), dice che questo processo è alimentato da una classe politica che ha perso ogni legame con la realtà del territorio, preferendo la purezza ideologica della “società aperta” alla sopravvivenza pragmatica della propria comunità.

Le nuove generazioni

Nella biologia delle Polyergus, il furto delle pupe è l’atto finale che garantisce la continuità del parassitismo. Portando nel proprio nido i bozzoli ancora chiusi, le formiche amazzoni si assicurano che, una volta nate, le operaie della specie ospite non abbiano memoria della propria origine. Esse nascono in un ambiente estraneo, ne respirano gli odori, e iniziano a servire le rapitrici con totale dedizione.

In Occidente, questo processo avviene attraverso il sistema educativo e la cultura di massa, che trasforma le scuole da luoghi di trasmissione dell’identità a laboratori di decostruzione.

In Francia e nel Regno Unito (per tacere della Germania), i programmi scolastici sono stati progressivamente epurati di ogni traccia di orgoglio nazionale.

Lo scrittore e saggista Jean-Paul Brighelli, ne La fabbrica del cretino (2005), descrive come la scuola pubblica abbia rinunciato a “integrare” gli immigrati nei valori della Repubblica, finendo invece per “disintegrare” gli studenti francesi, privandoli della loro lingua e della loro storia per non offendere le minoranze.

Ai figli dell’Europa viene insegnato ad abbracciare l’odore di un’ideologia che disprezza le radici giudaico-cristiane e l’illuminismo, presentandola come l’unica via per la pace sociale.

Il risultato è la creazione di generazioni che non sanno più chi sono.

Quando un bambino smette di chiamare ‘eroi’ i propri antenati e inizia a vederli come ‘criminali’, il furto delle pupe è completato. L’ideologia ospite non ha più bisogno di combattere. Ha già vinto, perché possiede il futuro.

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