l’Odissea di nolan è una menzogna. come l’originale.

Tengono banco in queste settimane le polemiche sul nuovo film di Nolan. Il regista si è imbarcato nell’epica (pun intended) impresa di rivisitare l’Odissea di Omero.

Forse qualcuno di voi è abbastanza vecchio da aver dovuto imparare a memoria, a scuola, brani interi dell’Iliade e dell’Odissea.

Quel che mi ricordo io di quei versi, nulla.

Quello che la gente sembra contestare a Nolan è l’aderenza alla realtà storica (sic).

Parlano di armature fatte in fogge impossibili, di personaggi che non potrebbero essere di ascendenza africana, parlano di eroi rappresentati sul grande schermo come calvi quando Omero li descrive biondi. Mi fermo qui per non scendere troppo in profondità nell’abisso.

Quello che la gente sembra ignorare è che tutta l’epopea di Ulisse è una grande menzogna.

Aspettate, mi spiego.

Facciamo prima una brevissima sinossi, così mettiamo a fuoco ciò di cui stiamo parlando.

Condenso in mezza paginetta l’opera di Omero, abbiate pietà.

Dopo aver lasciato Troia, Ulisse e i suoi compagni saccheggiano la città dei Ciconi, per poi finire fuori rotta a causa di una tempesta. Approdano nel paese dei Lotofagi (mangiatori di loto) dove alcuni marinai rischiano di restare intrappolati per sempre perché hanno assaggiato il fiore del loto, che toglie loro il desiderio di tornare a casa.

Ulisse e i suoi arrivano sull’isola dei Ciclopi. Ulisse acceca Polifemo per scappare, ma commette l’errore di rivelare il suo vero nome. Il gigante invoca la maledizione di suo padre, Poseidone dio del mare. Il dio condanna l’eroe ad essere nemico del mare stesso.

Nel viaggio, Ulisse incontra Eolo, il dio dei venti, che regala a Ulisse un otre che racchiude i venti contrari. I compagni, curiosi e avidi, aprono l’otre scatenando una tempesta che li riporta indietro.

Sull’isola della maga Circe Ulisse trascorre un anno intero per liberare i suoi marinai che la maga stessa aveva trasformato in maiali. Ulisse scende perfino nell’Ade (il regno dei morti) per consultare l’indovino Tiresia.

Ulisse poi affronta il canto ammaliatore delle Sirene (legandosi all’albero maestro) e sopravvive al mostro a sei teste Scilla e al gorgo Cariddi.

Sull’isola del Sole, i compagni di Ulisse mangiano le vacche sacre a Elio, scatenando l’ira di Zeus che fulmina la nave. Rimasto solo, Ulisse naufraga sull’isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso lo trattiene per sette anni promettendogli l’immortalità.

Ulisse lascia l’isola su una zattera, naufraga nuovamente, e viene accolto dai Feaci. È a loro che racconta tutte le sue avventure prima che questi, affascinati dal suo coraggio, lo riaccompagnino finalmente a Itaca.

Fermiamoci qua, per ora. Focalizziamo il punto.

Ulisse RACCONTA tutte queste cose ai Feaci.

Cioè.

La storia dei lotofagi, di Polifemo, della maga Circe, del canto delle sirene, della ninfa calipso, tutta questa parte dell’Odissea non ci viene raccontata direttamente da Omero (dal narratore onnisciente, intendo), Omero la fa raccontare ad Ulisse.

Direte. Embè, che cambia?

Cambia, perché c’è un grosso problema di fiducia.

Il problema è che Ulisse è un rinomato bugiardo. Ulisse è l’eroe astuto che aveva posto fine alla guerra di Troia facendo costruire un gigantesco cavallo dentro cui si erano nascosti gli Achei.

Noi sappiamo che Ulisse è un mentitore, perché dunque credergli mentre racconta ai Feaci la sua storia?

Ulisse è un uomo dal multiforme ingegno, ci sono ottime probabilità che quanto racconta ai Feaci sia solo una bella storia per convincerli a dargli una mano a tornare a casa. Cosa che ai Feaci costerà poca fatica.

Ma qual è, allora, la storia vera di Ulisse? Perché ci ha messo così tanto a tornare a casa, visto che non possiamo credere a storie di ciclopi, maghe, ninfee, e sirene?

Quando Ulisse arriva ad Itaca, incontra il suo fedele allevatore di maiali, Eumèo. Il porcaro, però, non lo riconosce.

Ulisse, solito mentitore, gli racconta di essere originario di Creta (tenete a mente Creta), figlio di un uomo ricco, e che lui Ulisse, valoroso guerriero, ha combattuto la famosissima guerra di Troia. Dice al porcaro che dopo la guerra di Troia la sete di avventura lo aveva portato in Egitto, dove i suoi uomini si sarebbero dati al saccheggio senza il suo volere, scatenando la reazione del Faraone. Racconta di essersi arreso al re egizio, e di aver vissuto lì sette anni accumulando ricchezze prima di essere ingannato e quasi venduto come schiavo in Fenicia.

Perché dovremmo credere a questo racconto anziché all’altro?

A parte la plausibilità, intendo. Qui non ci sono maghe, ninfe, ciclopi, otri portentosi, discese negli inferi. Ma c’è qualcos’altro. C’è la Storia vera, quella con la S mauiscola.

Troia cade (veramente, eh, senza bisogno di giganteschi cavalli in legno) nel contesto storico del collasso dell’età del bronzo attorno al 1200 a.C.

Siccità, carestie, e terremoti, causano rivolte, si interrompono le rotte commerciali. Le strutture amministrative estremamente centralizzate gestivano tutto, dalle scorte di grano al commercio, agli armamenti. Non resta in piedi niente.

Una massa di profughi, mercenari, e pirati, scappa dalla Grecia (i micenei), dall’Anatolia (l’attuale Turchia), dalle isole greche. Razziano, si spostano. Rubano. Distruggono.

Sono quelli che passeranno alla storia come “popoli del mare”. Gente che arriva, saccheggia, riparte. La distruzione alimenta altra distruzione.

Nei testi dei faraoni compaiono dei nomi di popoli che non possiamo non riconoscere, primi fra tutti i Denyen, che molti studiosi oggi identificano con i Danai, i greci che assediano Troia nell’epica di Omero.

In sostanza, i greci di Omero sono i popoli del mare.

La spedizione in Egitto è una razzia di sussistenza. Questi profughi hanno distrutto Troia, saccheggiato, e ora cercano nuove prede. Vanno in Egitto.

Qui gli invasori trovano però le paludi del Nilo. I rami del fiume e le paludi erano il terreno ideale per le imboscate egizie.

Ulisse si arrende. Nell’età del bronzo, un guerriero di élite è una risorsa preziosa, Ulisse conosce il suo valore, sa che il faraone non lo ucciderà. Probabilmente viene inquadrato in qualche “reparto speciale” come mercenario per il faraone.

Sappiamo che molti mercenari dei popoli del mare ricevettero terre e incarichi amministrativi in Egitto in cambio del loro fedele servizio.

L’Odissea di Nolan, quindi, può essere poco aderente alla realtà storica quanto pare al regista londinese. Perché tutto il racconto di Ulisse era una menzogna.

La vera Odissea è quella che Ulisse ha raccontato al suo porcaro.

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