Primo. Non scommettere.
Sul serio. Non farlo.
Le scommesse sono equiparabili all’uso di sostanze stupefacenti. Creano dipendenza.
Andiamo nel tecnico. Il cuore del problema risiede nel sistema mesolimbico, una regione del cervello che gestisce il piacere e la motivazione. Lo fa attraverso un messaggero chimico chiamato dopamina. Ne hai già sentito parlare.
Contrariamente a quanto si pensa, la dopamina non viene rilasciata solo quando vinci. La dopamina raggiunge il suo picco massimo durante l’attesa del risultato.
Per il cervello di uno scommettitore, il momento più elettrizzante è l’incertezza. Mentre la partita è ancora in corso.
Gli studi clinici hanno dimostrato che l’incertezza tipica dello sport, dove le probabilità sono spesso in bilico, agisce come acceleratore. Il calcio, poi, essendo uno sport a basso punteggio (a differenza del basket, per esempio), esalta questa incertezza.
Il rilascio di dopamina è molto alto quando la possibilità di successo è vicina al 50%. Questa “eccitazione dell’attesa” crea un circolo vizioso in cui il cervello impara a desiderare la tensione stessa della scommessa.
Con il passare del tempo, però (proprio come per le sostanze stupefacenti), avviene un fenomeno chiamato assuefazione. Anche di questo hai già sentito parlare.
I recettori cerebrali, bombardati da troppi stimoli, iniziano a ritirarsi e a funzionare meno, costringendo il giocatore ad alzare continuamente la posta per sentire ancora “qualcosa”.
Attraverso scansioni di risonanza magnetica, i ricercatori hanno osservato una condizione definita ipofrontalità. Nei giocatori patologici, la corteccia prefrontale è meno attiva e “comunica” male con il resto del sistema.
Questo spiega perché persone assolutamente razionali in altri ambiti della vita continuino a scommettere nonostante la consapevolezza dei debiti o della rovina familiare.
La capacità di valutare le conseguenze a lungo termine viene oscurata dal bisogno immediato di gratificazione, portando a quella che i clinici chiamano “miopia del futuro”.
Il risvolto più drammatico di questo processo è la comparsa dell’anedonia, ovvero l’incapacità di provare piacere per le normali attività quotidiane.
Poiché il sistema della ricompensa è stato “tarato” sui livelli altissimi, tutto il resto, un pranzo in famiglia, l’abbraccio dei figli, un successo lavorativo, un hobby, tutto appare progressivamente sempre più sbiadito, più grigio, meno interessante.
Gli studi condotti da Linnet e le ricerche del CNR hanno confermato che questa transizione è accelerata dalle piattaforme di scommesse online. La rapidità con cui si può piazzare una giocata impedisce al cervello di riprendersi, creando una dipendenza molto più rapida e aggressiva rispetto ai giochi del passato.
A differenza delle dipendenze da sostanze, che mostrano segni fisici evidenti come il dimagrimento, l’odore di alcol, o i segni sulle braccia, la dipendenza da scommesse è una patologia “pulita”.
L’assenza di sintomi fisici permette al giocatore di condurre una doppia vita per anni.
Il soggetto costruisce un castello di menzogne sistematiche per giustificare ammanchi di denaro. Questo sforzo cognitivo costante per mantenere la facciata provoca un esaurimento nervoso profondo. Quando il castello di carte inevitabilmente crolla, il giocatore si trova ad affrontare la distruzione totale della propria immagine sociale, un trauma che il cervello, già biochimicamente provato, fatica a elaborare.
Secondo. I soldi scommessi sono persi.
Se quanto detto finora non ti ha fermato, e hai deciso di scommettere, devi considerare i soldi che scommetti come già persi.
Non devi guardare la possibile vincita. Devi guardare solo i soldi che stai puntando. Guardali. Ecco, quei soldi escono dal tuo conto, escono dal tuo portafoglio, nel momento in cui piazzi la scommessa.
La potenziale vincita è un’illusione, non ne devi tenere conto.
Pensa solo a quello che succede quando piazzi una scommessa su una piattaforma online. I soldi che metti escono subito dal conto. Volatilizzati. Quelli che speri di ottenere sono, appunto, solo una speranza, una illusione, un sogno.
Terzo. Non scommettere quel che non puoi perdere.
Prendi il tuo reddito, e valuta bene quello che puoi perdere.
Non guardare i social, dove i tipster o personaggi famosi ti fanno vedere le loro puntate. Valuta quello che puoi perdere. Fai attenzione: si tratta ancora una volta di valutare quello che puoi perdere, non quello che potresti “guadagnare” se vincessi.
In Italia il reddito medio si aggira sui 1600 euro netti al mese. Fai i tuoi conti.
Quarto. Non scommettere per recuperare
Se sei arrivato al punto di voler scommettere per recuperare quanto perso, hai violato le prime tre leggi di questo decalogo.
Sei su una brutta china.
Smetti subito. Il denaro che hai perso finora è andato, non lo puoi recuperare. Scommettere ancora aggraverebbe la situazione.
Smetti.
Studi clinici indicano che circa il 17% dei soggetti con una diagnosi grave di disturbo da gioco d’azzardo sviluppa ideazioni suicidarie.
Questo accade perché lo scommettitore patologico sperimenta quella che i terapeuti chiamano “la morte della speranza”.
Nella mente del giocatore, finché c’è una scommessa aperta, c’è la possibilità di “sistemare tutto”.
Quando questa illusione svanisce e la realtà ti arriva addosso come un treno, il senso di colpa si trasforma in vergogna.
Mentre la colpa riguarda un’azione (“ho fatto qualcosa di sbagliato”), la vergogna riguarda quello che siamo (“io sono sbagliato, sono un fallimento”). È proprio questo passaggio psicologico, unito al deficit di dopamina che rende il cervello incapace di provare piacere o vedere prospettive future, a spingere l’individuo verso pensieri estremi come unica via d’uscita dal dolore.
Smetti di scommettere adesso.
Ma smettere solo con la forza di volontà è difficile quando il cervello è provato. Usa la tecnologia come scudo. Attiva subito il RUA (Registro Unico delle Esclusioni) per bloccarti l’accesso a tutti i siti legalizzati, imposta i limiti di deposito al minimo sindacale sul tuo profilo e, se la tua banca lo permette, attiva il Gambling Block dall’app.
Crea uno spazio di tempo tra l’impulso e l’azione. Rallenta.
Quando sarai più lucido, capirai che devi chiudere tutto.
Quinto. Scommetti solo su quello che conosci
Qui parliamo dell’illusione della conoscenza.
Ciò che differenzia le scommesse sportive da quelle “da casinò” è che puoi pensare che “studiare” l’argomento aumenti le tue chance di vittoria.
Per quanto uno studi la roulette, questo non cambia la totale casualità della pallina che rimbalza sul rosso o sul nero.
Invece, se studiamo la Serie A, possiamo pensare di poter prevedere il risultato di Cagliari Parma.
La realtà è che non lo fai di mestiere, quelli che decidono le quote sì.
Sarai sempre un dilettante al confronto delle agenzie di scommesse.
Tuttavia, è vero che se guardi moltissimo una squadra giocare ne puoi comprendere pregi e difetti. Gol attesi, gol subiti, fallosità, sono numeri che puoi più o meno padroneggiare.
Quindi, se proprio devi scommettere pochi euro, hai qualche chance in più se conosci molto bene le squadre che stanno giocando. Ma attenzione, le chance in più sono ridicolmente basse. Con ogni probabilità perderai ugualmente.
Sesto. Non scommettere sulla squadra per cui tifi
E qui entriamo in contraddizione con il quinto comandamento.
Ovviamente le squadre che tifiamo le guardiamo molto, crediamo di conoscerle, e quindi, secondo la legge qui sopra, potremmo scommetterci su.
È un errore.
Se tifiamo per una squadra non siamo mai oggettivi. Tendiamo ad esaltare o ad affossare certe prestazioni. Non siamo lucidi.
L’unico caso in cui scommettere sulla propria squadra è accettabile è scommetterci CONTRO.
Prendila come una assicurazione. Se la tua squadra vince, hai perso i soldi; se la tua squadra perde, hai vinto una scommessa, che male non fa.
Settimo. Niente multiple.
Nelle scommesse, perdere per un solo risultato errato (“ho sbagliato solo l’ultima partita”) viene percepito dal cervello non come una perdita, ma come un segnale che la strategia era quasi corretta, stimolando a giocare di nuovo immediatamente.
Questo meccanismo è esattamente quello delle scommesse multiple, chiamate generalmente “schedine”.
Oltre, evidentemente. a contravvenire al quinto comandamento di questo decalogo (non puoi dirmi di conoscere a fondo tante squadre da giocarci sopra una multipla), qui stai giocando con troppe variabili.
Quando cammini, fai un passo alla volta. Anche qui, una alla volta.
Ottavo. Niente quote ridicole.
Stai buttando via dei soldi, ormai dovrebbe esserti abbastanza chiaro. Se proprio li devi buttare via, che almeno la promessa di vincita sia adeguata.
I titoli di stato e le obbligazioni “sicure” fruttano mediamente il 2% e il 5% lordo. Che almeno le tue scommesse allora abbiano una quota superiore.
Una quota di 1.1 o inferiore è veramente un’assurdità.
Per buttare via i miei soldi mi attendo almeno una rendita del 50%, ma questa è solo una mia preferenza. Sotto l’1.5 non scendo. Ovviamente questo riduce drasticamente le probabilità di vincita, ma, ancora una volta, non si scommette per vincere. Ancora una volta, stai solo buttando via i soldi.
Nono. Le agenzie vincono sempre.
Qui dobbiamo parlare un pochino di matematica.
Prendiamo il tennis, che ha solo due esiti possibili nelle gare: vittoria di A oppure vittoria di B.
Prendiamo le quote (vere) del 20 marzo.
(Va detto che non so nulla di tennis, mi servono solo i numeri per spiegare il concetto)
Prendiamo tre partite a caso
Diallo quota 2 vs Wu quota 1.78
Ruud quota 1.52 vs Quinn quota 2.6
Paul quota 1.2 vs Mannarino quota 4.75
Diallo vs Wu dalle quote dovrebbe essere una gara abbastanza equilibrata. Come faccio a saperlo, io che non so nulla di tennis? A occhio nudo vediamo che le quote sono abbastanza vicine.
Ma se volessimo calcolare IN PERCENTUALE quale è la stima della vittoria di Diallo e quella di Wu, come si fa?
Abbastanza semplice: fai 1 diviso 2 che è la quota di Diallo. Senza calcolatrice sappiamo che fa 0.5, ovvero l’agenzia dà il 50% di possibilità di vittoria a Diallo. E Wu? Con una calcolatrice facciamo 1 diviso 1.78 che è la quota che abbiamo visto. Fa circa 0.56, ovvero l’agenzia dà il 56% di possibilità di vittoria a Wu.
Dirai: c’è un errore. Come può essere che Diallo sia stimato vincente al 50% e Wu al 56%. Dovrebbe essere 50-50, o 44-56, insomma il totale dovrebbe fare 100, sennò che percentuale è?
Quei 6 punti in più (50+56=106) sono l’aggio che si intasca l’agenzia.
Lo fanno SEMPRE, su tutte le scommesse. Può essere un 6, un 4, un 10, ma qualcosa in più c’è sempre.
Vediamo le altre partite
Ruud 1 diviso 1.52 fa 65%. Quinn 1 diviso 2.6 fa 38%. Qui l’agenzia si tiene circa tre punti percentuali.
Paul ha quota 1.2 vuol dire una percentuale di vittoria dell’83%, mentre il povero Mannarino ha poche chance di vittoria con una quota di 4.75 ovvero il 21%. Qui l’agenzia si tiene un 4 percento circa.
E’ un conto che puoi fare in tutti i siti di scommesse. E’ divertente.
Verificherai che le agenzie ci guadagnano sempre, qualsiasi sia il risultato della gara. E indovina un po’ da chi li guadagnano, i loro soldi?
Decimo. Parla delle scommesse.
Quando perdi una scommessa, dillo a qualcuno.
Il pericolo più grande, come dicevamo prima, la vergogna porta a nascondere le perdite, a dire bugie. La spirale che va verso il fondo fa presto ad inghiottire anche le persone che si credono forti.
Se ne parli, esorcizzi il demone delle bugie, combatti la vergogna, vivi alla luce del sole. Ma, soprattutto, parlandone con qualcuno ti rendi conto di che punto hai raggiunto, ti rendi conto di dove sei.
Se a qualcuno dici che hai perso due euro su Milan Como, la sua reazione è un sorrisetto. Quando le cifre si alzano e diventano pericolose il sorriso si spegne e i tuoi amici, i tuoi familiari, le persone che ti vogliono bene, intervengono, ti consigliano, ti mettono davanti alla realtà.
🆘 NON SEI SOLO. Se senti di aver perso il controllo, contatta il Numero Verde Nazionale Gioco d’Azzardo: 800 55 88 22. È anonimo, gratuito e attivo dal lunedì al venerdì.

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