
“Istat: nel primo trimestre +50mila occupati sull’anno” (Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2026)
“Ad Aprile +123mila occupati” (Ansa, 29 maggio 2026)
“L’Istat: occupazione record dal 63,1%” (Corriere della Sera, 30 maggio 2026)
Mi dirai, buone notizie, no?
Ma ci mancherebbe.
Il problema però è scambiare “mettere la gente a fare qualcosa” con “produrre valore”.
La confusione è tra tasso di occupazione e produttività.
Il tasso di occupazione misura quante persone alla mattina si svegliano pensando “devo andare a lavorare”.
La produttività misura il valore aggiunto di ogni singola ora lavorata.
Se per lavoro devo stare un’ora in coda in posta o in banca la mia produttività è zero.
Se il mio lavoro consiste nel bere caffè e chiacchierare coi colleghi, la mia produttività è zero.
Un Paese può creare milioni di posti di lavoro e, contemporaneamente, devastare la propria produttività.
Se apriamo dieci nuovi stabilimenti balneari e tre ditte di consegna di volantini, il tasso di occupazione sale e la politica festeggia leggendo i titoli che abbiamo visto.
Ma quanta ricchezza reale produce un’ora passata ad aprire ombrelloni rispetto a un’ora passata a sviluppare software o ad assemblare componentistica? Pochissima.
Se la massa dei nuovi occupati viene assorbita da settori a bassa tecnologia e a basso valore aggiunto, la media nazionale cola a picco.
Ed è esattamente la trappola in cui siamo caduti.
Abbiamo stimolato l’occupazione “povera” e ad alta intensità di manodopera non qualificata.
È vero che lavorano più persone, ma la torta complessiva non cresce. E se in un’ora di lavoro produci poco valore, l’impresa non ha i margini per pagarti un salario più alto, lasciando gli stipendi reali fermi al secolo scorso.
Per capire dove si blocca questo meccanismo dobbiamo seguire un lavoratore medio lungo un percorso a imbuto: un “funnel” su tre livelli dove, a ogni passaggio, il valore generato si strozza.
È come un videogioco. Ogni livello è sempre più difficile.
PRIMO LIVELLO: DOVE VAI A LAVORARE?
Il primo livello riguarda la scelta del settore.
Non tutti i comparti economici sono uguali. Alcuni settori hanno una produttività che cresce, altri sono strutturalmente condannati alla pigrizia.
In economia questa dinamica si chiama Effetto Baumol (o “malattia dei costi”).
Oggi, per produrre un’autovettura, servono una frazione delle ore di lavoro e molte meno persone rispetto a cinquant’anni fa, grazie all’automazione. La produttività del manifatturiero si è alzata moltissimo.
Per suonare un quartetto d’archi di Mozart, o girare i lettini nello stabilimento balneare, invece, servono esattamente lo stesso numero di persone e gli stessi minuti del, per dire, 1880. La produttività dei servizi tradizionali resta ferma.
La transizione verso un’economia di servizi (terziarizzazione) è un fenomeno globale che rallenta la produttività di tutto il mondo occidentale.
L’anomalia italiana, però, è che da noi a restare fermi sono anche i settori che dovrebbero volare.
Prendiamo l’ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), il motore digitale del secolo.
Tra il 1995 e il 2021, la produttività oraria del settore è cresciuta del 146% in Germania e del 94% in Francia.
In Italia del +67%.
Dirai, beh non è male il 67%.
Non è male, è pessimo.
Il nostro comparto tecnologico non crea prodotti scalabili (come software proprietari venduti in tutto il mondo), ma si limita spesso a fare “body-rental” o manutenzione informatica di base a basso valore aggiunto.
Insomma, nel primo livello del nostro videogioco perdiamo colpi perché persino i nostri settori avanzati invece di correre, camminano.
SECONDO LIVELLO: PICCOLO È BELLO?
Ipotizziamo che il lavoratore superi il primo livello ed entri nel settore giusto.
Qui incontra la seconda strozzatura. La dimensione dell’impresa.
In Italia abbiamo trasformato il ritornello “piccolo è bello” in un dogma di fede.
Le microimprese (sotto i 10 dipendenti) fanno fatica a esportare, non hanno le risorse per fare ricerca, non possono permettersi manager qualificati, e non beneficiano di economie di scala.
La nostra forza lavoro è letteralmente intrappolata nel nanismo industriale.
I lavoratori non fluiscono spontaneamente dalle aziende meno efficienti a quelle più grandi e produttive, perché le aziende grandi sono rarissime e le meno efficienti vengono costantemente tenute in vita artificialmente.
TERZO LIVELLO: I RIVALI ALL’ESTERO
Diciamo che abbiamo avuto culo. Il nostro lavoratore è nel settore corretto ed è persino riuscito a farsi assumere da un’azienda di medie o grandi dimensioni.
A parità di settore e di taglia, la tipica impresa italiana produce e investe meno delle sue omologhe francesi, tedesche, o americane.
Nel XXI secolo, la competitività non si misura più soltanto acquistando macchinari fisici (i vecchi beni tangibili), ma accumulando investimenti intangibili.
Software complessi, ricerca e sviluppo, brevetti, formazione dei dipendenti, e riorganizzazione dei processi aziendali.
In Francia gli investimenti intangibili sono passati dall’11% al 16% del PIL (dal 1995 al 2023).
In Italia, nello stesso periodo, siamo passati dal 7% all’8,4% del PIL.
Mentre i nostri competitor europei riprogettavano le aziende attorno ai dati e alle competenze per scalare i mercati globali, l’impresa italiana ha continuato a gestire i processi con fogli Excel rudimentali, gruppi WhatsApp, e un management rigorosamente familiare (dove il capo è il figlio o il nipote del fondatore, quando dovrebbe essere un manager selezionato sul mercato).
IL SETTORE TECNOLOGICO ITALIANO
Quando in Italia diciamo “settore ICT” o “tecnologico”, ci sentiamo subito nella Silicon Valley.
In realtà, stiamo usando un’etichetta nobile per coprire un modello di business che con l’innovazione ha poco a che fare.
Lavoriamo proprio in modo opposto.
All’estero, sviluppi un software spendendo milioni in R&S (Ricerca e Sviluppo). Ma poi lo vendi a un miliardo di utenti tramite abbonamento.
Il costo di produzione è fisso, i ricavi sono pazzeschi. La produttività vola.
Una tipica azienda italiana dello stesso settore assume trenta programmatori e li “affitta” a giornata a una grande banca o a un’assicurazione per gestire i loro vecchi sistemi informatici.
Simpaticamente sta roba la chiamano body-rental (affitto di corpi).
Se il tuo fatturato dipende strettamente dal numero di ore che i tuoi dipendenti passano davanti a uno schermo per conto terzi, la tua produttività è strutturalmente limitata.
Stai solo subappaltando manodopera digitale.
LA PICCOLA E MEDIA IMPRESA
Siamo cresciuti con il mito delle povere piccole imprese italiane che vorrebbero tanto diventare dei giganti multinazionali, ma vengono frenate dal destino cinico e baro. Balle.
In Italia si resta piccoli per scelta deliberata.
Va invertito il nesso causale che ci siamo sentiti ripetere mille volte.
Non è la piccola dimensione a impedire alle aziende di essere produttive.
È il rifiuto categorico ad evolversi che impedisce alle piccole aziende di crescere.
Siamo la patria del capitalismo familiare difensivo.
Il fondatore della tipica PMI (Piccola Media Impresa) preferisce fatturare 2 milioni di euro ed essere il monarca assoluto del suo capannone, piuttosto che fatturarne 20 aprendo il capitale a fondi di investimento o azionisti esterni.
Perché crescere significa delegare, quotarsi in borsa significa accettare controlli, e assumere un amministratore delegato vero significa ammettere che forse il proprio nipote, nonostante sei mesi di Erasmus a Barcellona, non è pronto per guidare una strategia di export globale.
Restare piccoli è lo scudo perfetto per non perdere il controllo della ditta di famiglia, anche a costo di condannarla all’inefficienza.
I LAUREATI
Gli investimenti intangibili di cui parlavamo (software avanzati, big data, riorganizzazione dei processi) richiedono persone in grado di progettarli e usarli.
Nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, in Italia i laureati sono appena il 29%. La media dell’Unione Europea è 42%. Siamo all’ultimo posto, tallonati dalla Romania.
Se le imprese sono gestite da un management familiare non qualificato, non avvertiranno il bisogno di assumere profili STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) o specialisti dei dati. E se non c’è domanda di competenze, i pochi laureati brillanti che produciamo prendono un volo di sola andata per Londra, Parigi, Amsterdam.
È un cane che si morde la coda
GLI ZOMBIE
C’è infine un altro grosso equivoco si cui bisogna essere spietati.
Le aziende inefficienti devono fallire. E fallire in fretta.
Oh, ma i posti di lavoro. Oh, ma i fornitori.
Le aziende inefficienti devono fallire rapidamente per liberare capitali e lavoratori, che possono così fluire verso le imprese più produttive.
In Italia questo meccanismo è inceppato dalla giustizia.
I tempi biblici per chiudere un fallimento o una procedura di insolvenza creano una fitta nebbia burocratica in cui vagano le cosiddette imprese zombie.
Aziende tecnicamente morte, che non producono valore, ma che restano in vita grazie a banche, sussidi pubblici, e tribunali.
Ogni anno che un’impresa zombie passa senza essere liquidata è un anno in cui lavoratori e capitali restano bloccati nel settore sbagliato, nella dimensione sbagliata, e sulla tecnologia sbagliata.
L’ACCANIMENTO TERAPEUTICO
Arrivati a questo punto, la tentazione di scaricare tutta la colpa sulla politica è fortissima.
È facile dare del cinico al parlamentare di turno che blocca la chiusura di una fabbrica decotta solo per non perdere voti alle elezioni.
È un problema di accanimento terapeutico di sistema.
In Italia abbiamo un sistema di protezione sociale totalmente sbilanciato.
Invece di proteggere il lavoratore (aiutandolo a formarsi, ricollocarsi, e cambiare azienda grazie a vere politiche attive del lavoro), preferiamo proteggere il posto di lavoro. Anche se quell’azienda è ormai un relitto commerciale.
Mantenere in vita artificialmente le imprese inefficienti diventa così il surrogato disperato del welfare.
LE BANCHE
Molte banche commerciali hanno un sacco di soldi bloccati in crediti concessi a imprese zombie, soldi che le banche sanno benissimo che non vedranno mai più.
Se la banca dichiarasse quel credito ufficialmente “deteriorato” (NPL), dovrebbe svalutarlo, pulire il bilancio, e rimetterci dei soldi.
La soluzione è far finta di nulla.
Si allungano le scadenze, si ristruttura il debito per l’ennesima volta, e si rimanda il problema al futuro.
Il capitale resta bloccato lì, invece di essere prestato a un’azienda sana che vuole crescere.
In inglese si chiama forbearance, che suona elegante, ma in italiano significa semplicemente “tolleranza di comodo”.
IL FONDO DI GARANZIA
Nato con le migliori intenzioni, il Fondo di Garanzia PMI è diventato uno scudo di Stato contro il rischio di mercato.
L’impresa chiede un prestito, la banca lo eroga, e lo Stato garantisce la quasi totalità della cifra con i soldi dei contribuenti.
Se l’azienda zombie fallisce, paga Pantalone.
Questo meccanismo deresponsabilizza tutti. La banca presta denaro senza fare troppe domande (tanto il rischio è pubblico), e l’imprenditore inefficiente ottiene liquidità per tirare a campare un altro anno, senza modificare nulla del suo modello di business fallimentare.
LE SANATORIE
In Italia le tasse sono certe, ma il momento in cui pagarle è ampiamente negoziabile.
Tra rottamazioni delle cartelle esattoriali, scudi, condoni, e piani di rateizzazione fiscale che durano più di un matrimonio celebrato in Chiesa, lo Stato premia sempre chi non è in grado di stare sul mercato.
Se la tua azienda sopravvive solo perché accumula debiti con il fisco e poi aspetta la prossima sanatoria per ripianarli a forte sconto, stai distruggendo la concorrenza.
Stiamo togliendo ossigeno, capitali, e lavoratori alle imprese che innovano, che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo e che investono in tecnologia, per darli a chi rifiuta di evolversi.
UNA MODESTA PROPOSTA
In questo ordine, tassativamente in questo ordine, qualcosa che potrebbe funzionare è quel che segue.
PRIMO: UCCIDERE GLI ZOMBIE
Bisogna azzerare le garanzie statali a pioggia sui prestiti (basta regalare scudi alle imprese decotte a spese dei contribuenti) e bloccare le sanatorie fiscali infinite.
Le banche devono essere costrette a classificare in modo rigoroso i crediti deteriorati (NPL).
Se un’azienda non è in grado di stare sul mercato senza accumulare debiti protetti dallo Stato, deve chiudere.
Solo così liberiamo i capitali e i lavoratori bloccati nella palude.
SECONDO: RIPULIRE
Una volta uccisi gli zombie, non possiamo permettere che i lavoratori e gli asset restino incastrati per anni nei meandri dei tribunali fallimentari.
Serve una riforma strutturale della giustizia civile focalizzata sulla digitalizzazione e sulla velocizzazione estrema delle procedure di insolvenza.
Il fallimento deve smettere di essere un buco nero burocratico per trasformarsi in una liquidazione rapida ed efficiente.
TERZO: NIENTE NANI
Ora che il mercato è pulito, dobbiamo spingere le imprese sane a crescere per poter assorbire i lavoratori e i capitali liberati dalle prime due fasi.
Si fa introducendo la neutralità fiscale totale (ovvero, lo stato non ci mette becco) per le fusioni e le aggregazioni aziendali.
Se ti unisci a un’altra impresa per fare scala, lo Stato non deve chiederti un euro di tasse sull’operazione.
In più, gli incentivi fiscali e gli appalti si concedono solo alle aziende che separano la proprietà dal controllo, inserendo nel consiglio d’amministrazione manager professionisti e consiglieri indipendenti e terzi rispetto alla famiglia del fondatore.
QUARTO: LA SCUOLA
Solo adesso, con imprese finalmente grandi, capitalizzate, e gestite da manager che sanno cos’è la tecnologia, ha senso attivare la leva dell’istruzione.
Farlo prima significa formare persone che poi andranno a lavorare all’estero.
La nostra nuova struttura industriale a questo punto ha fame di competenze avanzate e può permettersi di pagarle con stipendi europei.
Ora si introduce la meritocrazia vera per i docenti (premiando chi insegna meglio), si finanziano borse di studio pesanti e tangibili per gli studenti eccellenti, e si potenziano i percorsi STEM e di gestione manageriale.
IL COSTO
A questo punto, dirai, Tutto bellissimo, ma dove prendiamo i soldi?
Non stiamo parlando di cifre astronomiche. L’intera manovra costa una frazione minima della nostra ricchezza nazionale, molto meno di quanto lo Stato abbia scialacquato negli ultimi anni in bonus a pioggia o incentivi bizzarri.
Sì MA QUANTO COSTA
Andiamo dritti al punto. La nostra riforma genera un disavanzo iniziale.
Ma la buona notizia è che una parte della manovra si finanzia da sola, semplicemente smettendo di buttare denaro pubblico per imprese zombie.
Vediamo passo passo cosa succederebbe.
Staccando la spina alle imprese inefficienti e tagliando i rimborsi e le garanzie pubbliche, lo Stato smette di buttare soldi dalla finestra e recupera subito 3 miliardi di euro di spesa corrente. Un ottimo gruzzolo per iniziare a giocare.
Una fiche da 500 milioni di euro serve per finanziare la seconda fase. Servono soldi per digitalizzare i tribunali e assumere il personale necessario a rendere la giustizia civile rapida e spietata.
Per azzerare le tasse sulle fusioni aziendali e concedere sconti fiscali alle imprese che scelgono di capitalizzarsi e assumere manager veri, lo Stato deve accettare un minor gettito temporaneo nelle sue casse pari a 3,8 miliardi di euro.
Infine, l’investimento più pesante va sull’ultima fase, quella dedicata alla scuola e all’università del merito.
Finanziare borse di studio pesanti per trattenere i talenti e aumentare lo stipendio ai docenti più bravi richiede una spesa pubblica diretta di 4 miliardi di euro.
Insomma, siamo sotto di 5,3 miliardi di euro all’anno.
Per darvi un’idea della proporzione, parliamo di circa lo 0,25% del PIL italiano.
Una cifra assolutamente gestibile per un bilancio pubblico, specialmente se smettiamo di finanziare micro-misure elettorali e concentriamo le risorse sull’unico motore che può salvarci dal declino.
IL RITORNO ECONOMICO
Quando un’economia si sblocca, permettendo ai lavoratori di spostarsi in aziende più grandi, più tecnologiche, e meglio gestite, ogni ora di lavoro inizia a produrre più ricchezza reale.
È la produttività che inizia a salire.
Più ricchezza reale significa aziende che fatturano di più, fanno più utili, e pagano salari più alti.
E quando i fatturati, gli utili, e gli stipendi salgono, allora aumenta la base imponibile su cui lo Stato calcola le tasse. Senza bisogno di aumentare le aliquote di un solo punto percentuale, lo Stato incassa di più.
Se la nostra strategia riesce a dare una svegliata alla pigrizia italica e a far crescere la produttività aggregata anche solo dello 0,5% all’anno (niente miracoli stile Silicon Valley, basta semplicemente avvicinarsi alla normalità europea), la manovra generebbe un tale gettito fiscale da portarci al punto di pareggio (break-even) nel giro di 4 o 5 anni.
Dal sesto anno in poi, quel deficit iniziale si trasforma in un enorme surplus strutturale. I 5,3 miliardi spesi oggi diventano la chiave per incassarne decine domani.
IL GRAN FINALE: LE ELEZIONI
Se la ricetta è così chiara e i numeri quadrano, perché nessun governo la mette in pratica?
Perché continuiamo a preferire i titoli trionfali sui cinquantamila camerieri in più a maggio piuttosto che fare le riforme strutturali?
Perché la strategia ha bisogno di consenso.
I costi politici sono immediati, pesantissimi, e concentrati su un gruppo di persone ben visibile.
Se uccidi gli zombie e chiudi il rubinetto dei condoni, i proprietari di quelle aziende si arrabbiano subito, scendono in piazza, e, soprattutto, sanno esattamente quale partito non votare alle prossime elezioni.
I benefici della riforma, invece, sono differiti nel tempo, distribuiti, e totalmente privi di “firma politica”.
I vantaggi di una scuola meritocratica o di imprese più grandi si vedranno tra cinque o dieci anni sotto forma di stipendi più alti e servizi pubblici migliori per cittadini che oggi non sanno ancora di beneficiarne.
La politica per sua natura ottimizza le proprie scelte sul ciclo elettorale di breve termine (le prossime elezioni regionali, le europee, il sondaggio del prossimo lunedì da Mentana).
E quindi preferirà sempre comprare un anno di calma sociale sussidiando un’impresa decotta piuttosto che finanziare il futuro economico del Paese.
Finché non troveremo il coraggio di accettare che la distruzione possa essere creatrice, la nostra produttività rimarrà fatalmente strozzata.
Il Paese continuerà a declinare, sempre. Ogni anno sarà peggiore del precedente, ogni decennio sempre peggio.
E noi continueremo a festeggiare i record di occupazione, chiedendoci come mai, a fine mese, il portafoglio sia sempre più leggero.

Rispondi