La Strage di Bologna. Esecutori, mandanti, depistaggi

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.10

Quindici minuti.

Caldo. La gente puzza di sudore. L’aria condizionata praticamente non esiste.

Maria Fresu ha ventiquattro anni. È originaria della Sardegna, ma lavora in provincia di Firenze, e sta andando a farsi qualche giorno di vacanza sul Lago di Garda.

Questa è l’Italia dell’inizio degli anni 80. Le persone normali vanno in vacanza su veicoli che oggi consideriamo ridicoli, oppure in treno.

Maria ha una figlia di quasi tre anni, si chiama Angela.

Maria sta andando al lago con sua figlia e due colleghe, sue coetanee. È il primo sabato di vacanza.

Le quattro sono nella sala d’attesa, la piccola cammina qua e là, gioca con quel che trova. L’aria è calda e odora di corpi e caffè.

La piccola forse vede la valigia appoggiata su un tavolino portabagagli in legno addossato al muro di sostegno della sala. È una comune borsa da viaggio marrone, dimenticata da un passeggero distratto.

Maria chiacchiera con le amiche di lavoro, ridono di quel che faranno in vacanza, parlano dei sogni di una vita da vivere tutta.

Angela gioca. Intorno a loro la vita scorre sui binari con la lentezza del primo sabato d’agosto.

Viale Jonio, Roma, 23 giugno 1980, ore 8:05

Alla fermata dell’autobus 391 c’è un uomo di quarantadue anni in abito scuro. Ha gli occhiali da vista, gli occhi stanchi, e una valigetta in pelle stretta sotto il braccio.

Si chiama Mario Amato. È un sostituto procuratore della Repubblica.

Il cielo è grigio, sta arrivando un temporale estivo.

Mario ha ragione ad essere preoccupato. Quattro anni prima, nel 1976, il suo collega Vittorio Occorsio era stato assassinato a colpi di mitra da Pierluigi Concutelli, capo militare di Ordine Nuovo. Occorsio era riuscito a dimostrare che Ordine Nuovo era un pericoloso rigurgito del partito fascista e quindi era stato sciolto grazie alla Legge Scelba. Concutelli si era vendicato imbracciando un mitra.

Amato ha ereditato quelle carte scottanti. Ha preso in mano quel fascicolo che molti, nel Palazzo di Giustizia di Roma preferiscono non toccare. Il Palazzo di Giustizia di Roma era stato ribattezzato da anni “il porto delle nebbie” per la facilità con cui le inchieste più delicate venivano insabbiate.

Ma Mario non ha intenzione di insabbiare nulla.

Mario Amato ha intuito prima di tutti gli altri ciò che sta accadendo. Ha capito che i giovani dei Nuclei Armati Rivoluzionari non sono “ragazzi sbandati” o cani sciolti. Ha ricostruito il filo che unisce la violenza neofascista, i fondi racimolati attraverso la criminalità comune come quella della Banda della Magliana, e le coperture garantite dagli apparati di sicurezza dello Stato e dalla Loggia massonica P2.

Ma più Amato capisce, più attorno a lui si crea il vuoto. Gli negano l’auto blindata. Gli negano una scorta. I suoi superiori arrivano a deridere le sue preoccupazioni, trattandolo come un visionario fissato con la “pista nera”.

Nel marzo del 1980, ascoltato in audizione al Consiglio Superiore della Magistratura, Amato diventa profetico: «Lavoro in condizioni di isolamento assoluto. Io sono destinato ad essere ammazzato, e non voglio che sulla mia morte si facciano speculazioni.»

Mario ogni mattina prende lo stesso autobus per andare in tribunale.

Mentre Amato attende l’arrivo del 391 sulla banchina di Viale Jonio, un uomo gli si avvicina da dietro. È veloce.

È Gilberto Cavallini. Senza dire nulla, gli punta la pistola alla nuca e spara un singolo colpo a bruciapelo.

Mario muore sull’asfalto di Viale Jonio. Cavallini scappa verso una moto Honda di grossa cilindrata che lo attende con il motore acceso. Alla guida c’è il diciassettenne Luigi Ciavardini.

L’obiettivo era accecare lo Stato, togliere di mezzo l’unico che ci aveva visto giusto.

Uccidendo l’unico magistrato che stava ricomponendo le fila dell’eversione, la magistratura italiana accecata. Mancano quaranta giorni al 2 agosto.

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10:15

Dieci minuti.

Sul primo binario c’è un turista tedesco, Harald Polzer.

È in vacanza con la famiglia e ha con sé una telecamera Super8.

Per passare il tempo nell’attesa del treno, inquadra la folla, i binari, la facciata della stazione, la gente che soffoca per il caldo.

Tra le persone riprese dalla lente di Polzer c’è un uomo di ventisette anni.

Ha i baffi folti, i capelli scuri, indossa una maglia a maniche corte e porta un paio di occhiali da sole. Cammina con calma a pochi metri dalla sala d’attesa.

Si chiama Paolo Bellini.

Bellini è un latitante, ha in tasca i documenti di un certo Roberto Da Silva, cittadino brasiliano. I documenti sono falsi.

Bellini è una “primula nera” dell’eversione di destra, legato ai quadri di Avanguardia Nazionale. È un killer spietato, un camaleonte capace di muoversi tra i militanti neofascisti, la criminalità organizzata, e i suoi contatti tra gli apparati di sicurezza dello Stato.

Bellini è sul marciapiede del primo binario. Osserva. Controlla.

Dieci minuti.

Bellini si allontana verso l’uscita della stazione.

Fontane di Villorba, 1 agosto 1980, notte

L’appartamento ha tre camere da letto, una cucina, un soggiorno, un bagno. Nel seminterrato, un garage con dentro una Fiat Ritmo.

La zona è una serena via residenziale nelle campagne venete. Le finestre delle case sono aperte, si cerca refrigerio serale dopo i 34 gradi del pomeriggio.

Nell’aria, odore di pioggia e polvere.

Nell’appartamento ci vive Cavallini, l’assassino del sostituto procuratore Amato.

Cavallini si nasconde. Dai vicini si fa chiamare Gigi Pavan, l’appartamento è in affitto sotto il nome della compagna, Flavia Sbrojavacca, da cui ha avuto una figlia qualche settimana fa.

Nell’appartamento Cavallini ha stipato armi, documenti falsi, targhe contraffatte.

I soldi per comprare tutta questa roba, i soldi per pagare le auto, gli appartamenti, arrivano dalla Svizzera.

Cavallini ha ancora contatti con i membri di Ordine Nuovo, conosce i “vecchi” dell’eversione fascista in Veneto.

Questa notte l’appartamento ospita altre tre persone. Amici. Criminali.

Valerio Fioravanti, detto Giusva. Ventisette anni e una vita che sembra inventata. Protagonista da bambino di un famoso sceneggiato televisivo, La Famiglia Benvenuti, dove interpreta un bambino piuttosto sveglio, con l’effetto comico di essere a volte più intelligente dei genitori.

Fioravanti è un narcisista patologico. Figlio di un annunciatore RAI, cresciuto sotto le luci dei riflettori, quando le telecamere si spengono trova il palcoscenico nella violenza di strada.

Passa attraverso le sezioni del Movimento Sociale romano, ma la politica parlata lo annoia.

Lui vuole il sangue, la velocità, l’adrenalina.

È appassionato di armi, di tattica militare. Ha un carisma manipolatorio e spietato. Chi lo incontra ne rimane affascinato o terrorizzato. Uccide perché si sente un guerriero supremo al di sopra della legge. Un uomo che ha trasformato la propria vita in una recita mortale.

È il fondatore e leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Nel gruppo ci sono anche suo fratello e la sua compagna, Francesca Mambro.

La Mambro è qui stasera, con Fioravanti e Cavallini.

La Mambro è una delle pochissime donne capaci di imporsi al vertice di un ambiente intriso di machismo e violenza come quello neofascista.

Figlia di un maresciallo di pubblica sicurezza, cresciuta nelle case popolari di Roma, anche lei frequentava le sezioni MSI romane, conquista il rispetto dei compagni con le armi in pugno.

Ha ventun anni. Nelle rapine e negli agguati spara senza esitare. Per lei la lotta armata è una missione purificatrice. Non sta un passo indietro a Fioravanti. Anche lei pianifica, spara, uccide, e gestisce la latitanza con la stessa spietata naturalezza dei maschi del gruppo.

E poi c’è Luigi Ciavardini, quello che guidava la Honda rossa che ha portato via Cavallini dopo l’omicidio di Mario Amato. Ciavardini non ha ancora diciotto anni, viene da Terza Posizione, l’organizzazione che recluta gli studenti dei licei romani indottrinandoli con i miti dell’eroismo e della tradizione.

Per Ciavardini, gente come Fioravanti e Cavallini rappresenta l’Olimpo. Sono i “grandi”, i guerrieri che fanno sul serio.

È impressionabile, fanatico, completamente asservito alla causa.

Mentre i suoi coetanei nell’estate del 1980 sognano i primi amori, i giri in moto e i falò in spiaggia, lui gira con i mitra nascosti nelle borse da palestra.

Fioravanti, la Mambro e i loro compagni si sono spinti oltre il limite. Considerano il MSI, il partito neofascista che sta in parlamento, troppo borghese e venduto ai palazzi.

E giudicano i vecchi capi del neofascismo anni ’70, quelli di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, dei vecchietti superati, capaci solo di fare discorsi.

Così inventano i NAR. Sposano un’ideologia nera, feroce e nichilista: lo “spontaneismo armato”.

Niente partiti, niente gerarchie rigide. Solo la violenza pura, immediata, spettacolare.

Vogliono abbattere la Repubblica.

Per farlo non si fanno problemi ad allearsi con i criminali comuni della Banda della Magliana per avere armi e soldi.

Anche Cavallini fornisce armi e soldi. Quelli che vengono dalla Svizzera.

Il gruppo allaccia rapporti con apparati deviati dello Stato. Fioravanti diventa amico intimo di Massimo Carminati, un faccendiere che ha rapporti sia con la Banda della Magliana che con i servizi segreti. Carminati riesce a nascondere le armi della Banda e dei NAR nei sotterranei del Ministero della Sanità.

Per il gruppo la violenza è un atto di fede, un “cavalcare la tigre” senza pensare al domani.

Si credono guerrieri romantici, ribelli autonomi che faranno la rivoluzione nera.

Gilberto Cavallini è l’anello di congiunzione tra il vecchio fascismo e i nuovi killer da marciapiede. È il regista logistico.

I suoi covi, pagati con i soldi di Gelli, coperti dai servizi segreti deviati.

Cavallini ha preparato una valigia, pesa ventitré chili. La consegna a Fioravanti, Mambro, e Ciavardini. La mettono nell’auto nel seminterrato.

I tre salgono in macchina. Il cielo comincia a schiarirsi per dare il benvenuto a un nuovo giorno, il 2 agosto 1980.

Accendono il motore e si dirigono verso l’autostrada, verso sud.

Direzione Bologna.

Bologna, 2 agosto, ore 10.24

Un minuto.

Nella sala d’attesa Maria guarda sua figlia Angela mentre cammina esplorando la sala. I bambini sono curiosi.

Forse Angela incrocia lo sguardo di Sergio Secci.

Sergio ha 24 anni, e si è appena laureato con 110 e lode al DAMS di Bologna. Ama il teatro, la musica, la cultura.

Stamattina è venuto in stazione per prendere il treno per Verona, deve raggiungere la sua compagnia teatrale per iniziare le prove di uno spettacolo.

Sergio è arrivato tardi, ha perso il treno delle 9:15, deve aspettare il treno successivo, e ha cercato riparo dal caldo all’ombra della sala d’aspetto della stazione

Poco più in là Antonella e Leo stanno partendo per la prima vacanza insieme. Lei ha 19 anni e lavora come telefonista, lui ne ha 24 e fa il carpentiere. Stanno andando in Puglia, Leo vuole presentare Antonella ai suoi genitori.

Nella sala d’attesa, appoggiata su un tavolino portabagagli in legno addossato al muro di sostegno, c’è una valigia.

L’hanno lasciata lì Fioravanti e Mambro, una ventina di minuti fa.

La gente non ci fa caso, le valigie vengono perse tutti i giorni.

Alle 10.25 precise, i ventitré chilogrammi di esplosivo nella valigia detonano.

La spinta d’aria ad altissima pressione sventra la muratura portante dell’ala ovest della stazione.

Trenta metri di fabbricato crollano immediatamente.

Il tetto della sala d’attesa scompare, travolgendo chiunque si trovi al suo interno, sfondando il pavimento, inondando di detriti i sotterranei della ristorazione.

L’onda d’urto investe in pieno anche il treno straordinario Ancona-Chiasso, fermo sul primo binario, devastando le carrozze piene di passeggeri.

Dopo l’esplosione, per lunghi e terribili secondi, sulla stazione di Bologna cala il silenzio.

Poi, mentre una nube bianca e soffocante di polvere di gesso e cemento avvolge i binari, si alza il grido dei sopravvissuti.

L’orologio posizionato sulla facciata principale della stazione si arresta. Le sue lancette nere rimangono bloccate per sempre.

10:25.

Bologna risponde con un impeto di solidarietà immenso e immediato. Cittadini, tassisti, soccorritori, e lavoratori arrivano a mani nude per scavare tra le macerie infuocate sotto il sole d’agosto.

Ma le ambulanze non bastano.

I feriti sono centinaia. I morti, troppi.

Agostino Messineo, autista del bus numero 37, lo trasforma rapidamente in una camera mortuaria improvvisata.

Il bus 37 fa la spola tra la stazione e l’Istituto di Medicina Legale di via Irnerio, trasportando decine di salme avvolte in teli di plastica e lenzuola bianche recuperate dagli alberghi vicini.

Il bilancio finale è terribile. 85 morti e oltre 200 feriti.

Tra quei corpi composti a fatica sui pianali del bus 37 c’è quello di Angela Fresu. Tre anni non ancora compiuti, è la vittima più giovane della strage di Bologna.

Sua madre, Maria Fresu, posizionata a pochissimi centimetri dall’ordigno al momento della deflagrazione, viene letteralmente disintegrata dall’esplosione. Il suo corpo scomparirà nella furia della bomba, rendendo necessaria, decenni dopo, la prova del DNA su piccolissimi resti per darle finalmente un nome e ricongiungerla, almeno nella memoria, alla sua bambina.

Piazza San Giovanni in Laterano, Roma, 3 ottobre 1980, ore 12.20

Ciavardini ha solo 17 anni ma è già un latitante.

Gli inquirenti brancolano ancora nel buio per la strage di Bologna, non hanno idea che lui sia coinvolto, ma sanno che è implicato con i NAR, sanno che ha partecipato a delle rapine e soprattutto sanno che ha avuto parte nell’omicidio di Mario Amato.

Ciavardini capisce che, dopo Bologna, deve sparire.

Contatta i suoi vecchi amici di Terza Posizione, ha bisogno di aiuto.

Ha bisogno di documenti. Ha bisogno di soldi.

È riuscito ad avere contatti e aiuto da Nazareno de Angelis, uno dei leader di Terza Posizione.

De Angelis ha recuperato pistole e denaro. Ha un contatto per i documenti falsi, per altri soldi.

La temperatura è gradevole, è una coda d’estate meravigliosa. Piazza San Giovanni è bellissima.

Ciavardini e De Angelis hanno appuntamento con il contatto per la consegna dei documenti falsi tra il bar e l’edicola in un angolo della piazza.

De Angelis sovrasta Ciavardini, ha ventiquattro anni, ed è un uomo imponente.

Ciavardini e De Angelis si guardano attorno, furtivi.

Quello che Ciavardini e De Angelis non sanno è che la DIGOS sta setacciando Roma per scovare chiunque sia affiliato a Terza Posizione.

Anche De Angelis è ricercato. Associazione sovversiva e banda armata.

La DIGOS lo pedina da giorni.

La DIGOS è in piazza.

I poliziotti li circondano, sfoderano le pistole. Intimano di stare fermi.

Ma Ciavardini e De Angelis si muovono. I poliziotti saltano addosso ai due.

De Angelis colpisce gli agenti a mani nude, divincolandosi con disperazione.

Ciavardini viene travolto e placcato da tre poliziotti contemporaneamente. Cerca di allungare la mano verso la cintola per estrarre la pistola che porta con sé, ma gli agenti gli sono addosso prima che possa impugnarla. Viene sbattuto faccia a terra sul marciapiede, disarmato, e ammanettato con le mani dietro la schiena.

Mentre Ciavardini è a terra immobile, su De Angelis si abbatte la reazione furibonda degli agenti. De Angelis viene bloccato e colpito ripetutamente alla testa e al corpo con i calci delle pistole e i manganelli.

Essendo ancora minorenne Ciavardini viene trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo a Roma.

È la prima pedina del commando di Bologna a cadere nelle mani della giustizia.

De Angelis viene portato prima negli uffici della Questura di Roma in via San Vitale, e poi trasferito nel carcere di Rebibbia.

De Angelis versa in condizioni fisiche gravissime a causa delle lesioni e dei traumi cranici riportati durante e dopo l’arresto.

La mattina del 5 ottobre 1980, appena quarantotto ore dopo la cattura viene trovato morto nella sua cella nell’infermeria di Rebibbia. La versione ufficiale parla di suicidio per impiccagione, ma le ferite riportate raccontano un’altra storia.

Carrozzeria “Alba”, Caronno Petrusella, 26 novembre 1980, ore 11

Un capannone anonimo nella zona industriale al confine tra le province di Varese e Milano.

Fuori, la nebbia bassa e fredda della Pianura Padana schiaccia il paesaggio.

Dentro, l’aria è satura di odori acri. Solvente, olio esausto, polvere di stucco, vernice, gas di scarico.

Nell’officina sembra un solito mercoledì mattina.

Il compressore ronza forte e i tubi sibilano. Dalla radio esce musica pop.

Il brigadiere Ezio Lucarelli ha trentacinque anni. È in forza al Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Milano-Porta Monforte.

Indossa un giaccone di pelle scura ancora umido per la nebbia.

È un controllo di routine. Verifiche a campione sulle targhe e sui numeri di telaio punzonati sulla lamiera, per contrastare il riciclaggio delle auto rubate.

Ordinaria amministrazione.

Nell’angolo più buio della carrozzeria, accanto a un vano motore aperto, ci sono due uomini.

Sono Gilberto Cavallini e il ventenne Stefano Soderini, militante di Terza Posizione ormai organico ai Nuclei Armati Rivoluzionari.

Cavallini ha già ucciso.

Questa officina è una loro base logistica di appoggio.

Qui, sotto false identità, usano martelli da mezzo chilo e serie di punzoni in acciaio temprato per cambiare i numeri di telaio e scambiare i libretti di circolazione.

Preparano vetture pulite da impiegare nella loro rete nera.

Ezio e il suo collega si avvicinano. Estraggono i tesserini di riconoscimento e chiedono ai due di esibire i documenti d’identità e le carte di circolazione dei veicoli in lavorazione.

Cavallini non parla.

Non esita.

Dalla cintura estrae una Browning HP calibro 9 Parabellum e apre il fuoco a bruciapelo. Tre colpi esplodono nel chiuso del capannone con un boato sordo.

Ezio viene raggiunto in pieno al capo e al torace. Crolla sul pavimento in cemento, tra le scaglie di vernice e la polvere di carteggiatura, prima ancora di riuscire ad aprire il giaccone per impugnare la Beretta d’ordinanza.

Il secondo carabiniere viene subito immobilizzato, sovrastato, e disarmato sotto la minaccia delle armi spianate da Cavallini e Soderini.

I due terroristi strappano la pistola e la radio al militare sotto tiro, abbandonano il corpo di Ezio sul cemento freddo. Lasciano legato lì anche il secondo carabiniere.

L’auto dei killer si allontana nella nebbia.

Treno espresso 514 Taranto-Milano, Stazione di Bologna, 13 gennaio 1981, mattino

Sono passati poco più di cinque mesi dall’esplosione.

Il colonnello del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI) Giuseppe Belmonte prende il telefono, e chiama la Polizia di Stato. Controllate il treno espresso 514 Taranto-Milano. Stasera, subito.

La Polizia Ferroviaria si attiva. A Bologna salgono sul treno per controllarlo, come suggerito dalla soffiata.

Nella stessa stazione fatta saltare in aria cinque mesi prima, una valigia abbandonata non è più solo una valigia.

Gli agenti trovano nel treno una valigia del tutto simile a quella della strage.

Dentro c’è dell’esplosivo. 8 panetti, 3kg di T4 e tritolo.  Una miscela quasi uguale a quella di agosto.

Nella valigia c’è un caricatore per mitra e diverse cartucce 9mm parabellum.

Ma la festa apparecchiata per gli investigatori non è finita qui.

Nella valigia vengono ritrovati anche dei giornali in tedesco e in francese. In particolare, tra le altre testate, un giornale di Berlino Ovest della sinistra radicale e volantini in francese dell’estrema sinistra.

Come ciliegina sulla torta, nella valigia ci sono pure due passaporti, uno francese e uno tedesco.

Il tedesco è intestato a un certo Dimitrios Taxitzis, un noto estremista anarchico/radicale.

Insieme ai passaporti, due biglietti aerei, uno per Parigi e uno per Monaco di Baviera.

Sono indizi serviti su un piatto d’argento a chi sta indagando sulla strage di agosto.

Sembra persino troppo bello per essere vero.

E infatti non è vero.

Giuseppe Belmonte, l’uomo della soffiata, ha creato all’interno del SISMI una struttura informale e parallela al SISMI. Lo ha fatto con l’avallo di Giuseppe Santovito, Generale dell’esercito e direttore del SISMI.

Belmonte ha recuperato l’esplosivo, le armi, e le munizioni da mettere nella valigia.

Ha messo nella valigia i passaporti e i giornali con i biglietti aerei.

Su una delle fermate sulla linea adriatica tra Taranto e Bologna, ha fatto mettere la valigia sul treno, forse l’ha messa lui stesso, o forse uno dei suoi uomini.

Belmonte non ha fatto tutto da solo. Insieme a lui, oltre a Santovito, hanno lavorato anche i faccendieri Francesco Pazienza e Pietro Musumeci.

Questi quattro sono tutti legati alla Loggia Massonica P2 di Licio Gelli.

L’operazione si chiama, semplicemente, “Terrore sui treni.”

L’obiettivo è far guardare gli inquirenti da un’altra parte.

Spostare lo sguardo dei magistrati dai neofascisti italiani verso la pista del terrorismo internazionale di sinistra.

Vogliono far credere al Paese che la bomba del 2 agosto sia una storia che viene da fuori e da sinistra.

Mentre in realtà viene dal ventre nero e marcio del Paese.

Lungargine Bacchiglione, Padova, 5 febbraio 1981, ore 22.00

Nel buio, cinque ombre armeggiano sulla riva.

Sbuffano fumo dell’aria calda dei loro fiati nella notte invernale.

Enea Codotto ha 25 anni e viene da Latisana. È al comando, stasera, della gazzella dei Carabinieri guidata dall’appuntato Luigi Maronese, 24 anni, di Treviso.

Un cittadino della zona ha telefonato al 112 e ha detto che c’è della gente sull’argine.

Cosa ci fa della gente sull’argine, in una fredda notte d’inverno?

Le ombre sono nere.

Le ombre sono persone che conosciamo già.

Le ombre sono Valerio Fioravanti, che ha messo la bomba a Bologna, insieme a Francesca Mambro, la sua compagna, anche lei qui nell’umido freddo dell’argine del Bacchiglione a Padova.

Stasera Fioravanti si accompagna anche con suo fratello, Cristiano.

Insieme ai tre, c’è ancora Gilberto Cavallini, quello che aveva procurato l’esplosivo e l’appartamento a Villorba.

Stasera sono qui per recuperare una borsa piena di armi che avevano nascosto nel fiume.

La gazzella si avvicina. Il lungargine è una strada bianca, i sassi vengono schiacciati dalle gomme, fanno un rumore inconfondibile anche se attutito dalla nebbia notturna. Luigi ferma l’auto, devono scendere a piedi per vedere quello che succede. Imbracciano entrambi la mitraglietta.

I terroristi avevano sentito l’auto arrivare. Il gruppo si è nascosto dietro l’argine.

Appena i carabinieri scendono, il gruppo inizia a sparare.

Enea viene colpito, ma riesce a sparare a sua volta, colpisce Fioravanti, e poi cade a terra.

Luigi spara per difendersi, si mette dietro la portiera dell’auto che guidava, ma viene raggiunto da una raffica di proiettili.

Fioravanti si lancia in avanti, sparando a raffica.

Enea cade, morto.

Luigi continua a sparare, ma viene ucciso dal fuoco incrociato dei terroristi.

Muoiono i due servitori dello Stato, chiamati da un cittadino, sull’argine del fiume.

Fioravanti è stato colpito alla gamba sinistra e al bacino. Perde molto sangue, è grave.

Gli altri lo trascinano verso la loro macchina, lo buttano dentro, in pochi minuti raggiungono il loro covo, un altro appartamento della rete di Cavallini, al 59 di Via Tiziano Aspetti, a Padova.

Stendono Fioravanti su un letto, provano a dargli soccorso, ma non c’è tempo. Non possono spostare il corpo senza causargli ulteriori danni, il femore è spezzato. Lo lasciano a sé stesso, fuggono.

Verso le 3.30 le forze dell’ordine fanno irruzione nell’appartamento, già segnalato come possibile covo di copertura, e arrestano Fioravanti.

Lo portano in Ospedale, ricompongono la frattura ed estraggono i proiettili.

Fioravanti è salvo.

Villa Wanda, Castiglion Fibocchi 17 marzo 1981, mattino

Fra le colline toscane, a pochi chilometri da Arezzo, il silenzio è interrotto solo dal rumore del vento tra i rami degli alberi.

Castiglion Fibocchi è un pugno di case immerse nel verde.

Qui c’è la sede dell’azienda tessile “La Giole” e, poco distante, Villa Wanda, l’elegante dimora di un uomo di 61 anni che ama definirsi un semplice imprenditore.

Il suo nome è Licio Gelli.

Gelli si presenta come un uomo distinto, affabile, un tessitore di relazioni. I fili che intreccia son ben diversi da quelli dell’azienda lì vicino, i suoi fili sono fatti di ricatti e di segreti.

Gelli è il Venerabile Maestro della loggia massonica nominata Propaganda 2.

La P2.

Mentre Gelli gestisce i suoi affari nella campagna toscana, nei corridoi aridi del Palazzo di Giustizia di Milano, due giudici istruttori stanno tirando un altro filo.

Si chiamano Giuliano Turone e Gherardo Colombo. I due stanno seguendo un detto vecchio come il mondo. Follow the money.

Stanno seguendo i soldi. Indagano sul finto sequestro e sul disastroso crack finanziario di Michele Sindona, il banchiere legato alla Mafia e al Vaticano.

Scavando tra le carte contabili e i conti esteri di Sindona, Turone e Colombo continuano a imbattersi nello stesso nome, Licio Gelli.

I due magistrati firmano un ordine di perquisizione. Mandano la Guardia di Finanza ad Arezzo.

I finanzieri fanno irruzione negli uffici de “La Giole” e a Villa Wanda. Cercano prove dei traffici di Sindona.

All’interno della cassaforte della ditta trovano una valigetta. Dentro, stavolta, non c’è esplosivo, ci sono documenti riservati. E c’è una lista.

962 nomi.

962 tessere di un’organizzazione segreta. Sembra l’inventario del potere della Repubblica Italiana.

Ci sono ministri in carica, parlamentari, magistrati di primo piano, ammiragli, editori dei più importanti quotidiani nazionali, alti funzionari di polizia, e capitani d’industria.

Ci sono i nomi degli uomini che dovrebbero proteggere la sicurezza dello Stato.

Tessera numero 1621: Generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, i servizi segreti militari.

Tessera numero 1872: Generale Pietro Musumeci, vicedirettore del SISMI.

Tessera numero 1823: Colonnello Giuseppe Belmonte.

Gli stessi identici uomini che solo due mesi prima hanno organizzato l’operazione “Terrore sui treni”. Gli stessi uomini che hanno fatto mettere la valigia carica di esplosivo, giornali tedeschi e passaporti stranieri sul treno Taranto-Milano per deviare le indagini sulla strage di Bologna. Gli apparati di sicurezza dello Stato, pagati con i soldi dei cittadini per cercare la verità su 85 morti, prendevano ordini dal Maestro Venerabile di una loggia segreta.

Il Presidente del Consiglio Arnaldo Forlani riceve subito i verbali della perquisizione. Blocca tutto, infila quei fogli in un cassetto.

Il 21 maggio 1981, travolto dalle pressioni e dalle soffiate ai giornali, Forlani è costretto a rendere pubblici gli elenchi.

Lo shock istituzionale è devastante.

L’Italia scopre di essere stata governata da uno Stato nello Stato.

Cinque giorni dopo, il 26 maggio, il governo Forlani è costretto a rassegnare le dimissioni.

Piazza Stefano Jacini, Roma, 8 aprile 1981, pomeriggio

Roma sta sbocciando sotto un sole primaverile che scalda l’asfalto e fa odorare l’aria di fiori marci di mimosa e gas di scarico.

Cristiano Fioravanti è braccato. È il fratello minore di Valerio.

Da due mesi, da quella notte sull’argine del Bacchiglione a Padova, Cristiano vive da fantasma.

Ha cambiato casa, nome, abitudini. Si nasconde nei covi della rete romana dei NAR, spostandosi da un appartamento all’altro tra la periferia e i quartieri borghesi.

Il fratello era la mente, il magnete, la furia criminale. Cristiano era “il fratello di Fioravanti”, l’ombra che lo seguiva ovunque, trascinata fin dentro il baratro della lotta armata.

Ha ventun anni, le mani sporche di sangue.

La DIGOS di Roma sta ricostruendo pezzo per pezzo la rete dei NAR, stringendo il cerchio attorno ai sopravvissuti.

Cristiano Fioravanti viene intercettato mentre si muove in strada a Roma. Pensava di essere invisibile, di mimetizzarsi tra i passanti.

Ha in tasca documenti falsi e nella cintura una pistola, strumenti di una latitanza che sembra non finire mai.

All’improvviso, il vuoto attorno a lui si riempie di uomini in borghese.

Auto della polizia sgommano bloccando la strada, le portiere si spalancano, i ferri delle pistole balenano alla luce del sole.

Cristiano potrebbe tentare di fare quello che avrebbe fatto suo fratello, impugnare la pistola, sparare, cercare la fuga o morire sull’asfalto.

Ma Cristiano non è il fratello. Di fronte alle canne delle armi puntate contro di lui, il mito del guerriero nero si scioglie.

Non estrae l’arma.

Non accenna alcuna reazione.

Alza le mani, si lascia ammanettare e caricare su un’auto senza opporre resistenza.

Viene portato negli uffici di Via San Vitale.

Nelle prime ore di cella, il mondo spietato che si era costruito attorno gli crolla sotto i piedi.

Il fratello Valerio è in un letto d’ospedale carcerario, distrutto dalle ferite e destinato all’ergastolo.

Cristiano si trova di fronte alla prospettiva di passare il resto della vita dietro le sbarre di un carcere di massima sicurezza.

La stanzetta degli interrogatori è fredda, illuminata da una luce al neon che taglia la stanza.

Di fronte ai magistrati e ai funzionari di polizia, l’omertà fascista si sbriciola.

Cristiano inizia a parlare. E quando parte, non si ferma più.

È il primo vero, clamoroso crollo dall’interno della galassia neofascista.

Cristiano Fioravanti diventa il primo “pentito” dei Nuclei Armati Rivoluzionari.

Riempie i verbali di nomi, indirizzi, covi, depositi di armi. Ricostruisce la dinamica degli agguati, punta il dito contro i compagni di un tempo, ammette le proprie responsabilità.

Ma mentre Cristiano riempie fogli su fogli svelando i delitti del suo gruppo, sulla bomba di Bologna continua ad aleggiare l’ombra della reticenza, dei depistaggi, e delle omissioni.

La strada per la verità su quella mattina d’agosto è ancora lunghissima.

Valico di Gaggiolo, provincia di Varese, 20 aprile 1981, sera

Il confine tra Italia e Svizzera, di sera, è una striscia di terra tagliata dai boschi prealpini.

L’aria è umida, punge i polmoni e puzza di terra bagnata e dei tubi di scappamento delle macchine in fila.

In un’auto diretta verso la dogana c’è Massimo Carminati, un ragazzo di 22 anni.

Carminati è l’uomo invisibile. Il camaleonte.

Nelle sezioni della destra radicale romana lo conoscono tutti, ma lui non si perde in proclami ideologici o in sogni di gloria nera.

Carminati è pragmatico, freddo, opportunista.

È il punto di snodo in un’Italia arrugginita dal doppio gioco.

Spara insieme ai ragazzini dei NAR, fa affari con la Banda della Magliana, si muove nei sotterranei dei servizi segreti e della Loggia P2.

È lui che ha fatto sparire il tesoro di armi dei NAR e della Magliana nei sotterranei del Ministero della Sanità.

Dopo il pentimento di Cristiano Fioravanti, Roma si è trasformata in una trappola anche per lui.

La rete si sta sfaldando.

Carminati deve sparire.

Bisogna portar via dall’Italia il bottino accumulato con le ultime rapine.

Valuta straniera, mazzette di banconote, e gioielli che servono a finanziare la latitanza, a comprare nuovi documenti, a pagare il silenzio e la protezione.

In auto, insieme a lui ci sono anche Domenico Magnetta e Umberto Sambuco, altri militanti dell’estrema destra.

L’auto si avvicina lenta al valico di Gaggiolo.

Sembra un controllo qualunque su un valico secondario, una notte ordinaria sulla linea di confine.

Ma nell’ombra, al freddo, ad attenderli, c’è una pattuglia mista della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza. Gli investigatori hanno intercettato i movimenti della rete di copertura, sanno che qualcuno cercherà di forzare la frontiera.

Gli agenti escono all’improvviso dall’oscurità con le torce puntate sull’auto.

Intimano l’alt.

Carminati non ha alcuna intenzione di farsi arrestare.

Carminati non vuole fermarsi, preme a fondo il piede sull’acceleratore.

Le ruote fischiano slittando sull’asfalto umido, l’auto punta dritta contro il blocco delle forze dell’ordine per travolgere gli agenti e sfondare la sbarra verso il territorio svizzero.

Poliziotti e finanzieri si gettano ai lati della carreggiata per non essere travolti.

Sparano.

Un colpo perfora il cristallo del parabrezza, lo attraversa, e colpisce Carminati in pieno volto.

La pallottola penetra nell’orbita sinistra, devasta i tessuti, spezza le ossa del viso.

L’auto perde controllo, sbanda violentemente con uno stridore sordo di lamiere e finisce la sua corsa a bordo strada, tra la polvere e il fumo del motore imballato.

Carminati è fermo, la testa piegata sul volante, immerso nel suo sangue.

Gli agenti circondano la vettura con le armi puntate.

Estraggono dall’auto Magnetta e Sambuco, che si arrendono.

Tirano fuori il corpo martoriato di Carminati dal posto di guida.

Il bottino di rapine, i gioielli e le banconote finiscono sequestrati sull’asfalto bagnato di Gaggiolo.

Carminati viene trasportato d’urgenza in ospedale in condizioni disperate. I medici riescono a salvarlo per un soffio, ma non possono fare nulla per l’occhio.

Perde definitivamente l’uso dell’occhio sinistro. Ma è vivo.

Ponte Via Ostiense, Borgata Acilia, Roma, 21 ottobre 1981, ore 8.45

Poco fuori Roma l’aria è già diversa.

Via Ostiense, è la solita arteria di periferia schiacciata dalle gomme delle auto del traffico lento dei pendolari.

In una Fiat Ritmo azzurra ci sono due uomini in servizio della Polizia di Stato.

Alla guida c’è Ciriaco Di Roma, agente scelto di trent’anni, padre di famiglia.

Al suo fianco siede il capitano della DIGOS Francesco Straullu.

Francesco ha appena ventisei anni, ma la responsabilità che porta sulle spalle lo fa sembrare più vecchio.

È a capo della Sezione Antieversione di Destra ed è diventato l’incubo peggiore del terrorismo nero.

È intelligente, instancabile, maniacale nelle indagini.

È lui che sta smantellando pezzo per pezzo la rete dei NAR e di Terza Posizione. Conosce i nomi, i soprannomi, le abitudini, i covi.

Ha arrestato militanti e sequestrato armi.

Per i ragazzini del terrore nero, Francesco Straullu è un’ossessione. Lo odiano con un rancore cieco, alimentato dalla propaganda eversiva che lo dipinge come uno spietato persecutore e torturatore dei loro compagni in carcere.

Come il giudice Mario Amato, anche Francesco sa di essere nel mirino.

E come per Amato, l’apparato statale è in ritardo.

Le sue richieste di un’autovettura blindata restano bloccate nei grovigli della burocrazia.

Nascosto a bordo strada, ad attenderli nell’ombra, c’è un commando dei NAR.

Ci sono volti che conosciamo già.

C’è Gilberto Cavallini, l’assassino di Mario Amato.

C’è Francesca Mambro, la compagna di Fioravanti e stragista di Bologna.

Ci sono anche Alessandro Alibrandi, Giorgio Vale, Stefano Soderini, Walter Sordi.

Alibrandi ha ventun anni, è figlio di un magistrato romano ed è il volto più violento e fanatico della banda.

I terroristi sono convinti che il capitano viaggi su un veicolo blindato.

Per questo non hanno portato le solite pistole o le mitragliette leggere da rapina.

Si sono equipaggiati con armi da guerra pesanti. Impugnano fucili d’assalto FN FAL, Beretta AR-70, M16, e Kalashnikov, caricati con proiettili perforanti.

Quando la Ritmo azzurra rallenta per imboccare la curva prima del ponte, la trappola scatta.

È un’esecuzione.

I terroristi aprono il fuoco simultaneamente da pochissimi metri.

L’impatto dei proiettili perforanti sventra la carrozzeria della Ritmo. I vetri si polverizzano, le lamiere si accartocciano.

Straullu e Di Roma non hanno nemmeno il tempo di sfiorare le fondine delle pistole. La furia bellica dei proiettili strazia i corpi dei due poliziotti con una violenza tale da rendere persino difficoltoso il successivo riconoscimento.

Compiuto il massacro, il commando si dilegua a tutta velocità a bordo di una Giulietta rubata.

Via Flaminia, Quartiere Labaro, Roma, 5 dicembre 1981, ore 9.30

È una mattina gelida e umida.

La periferia di Roma è un paesaggio sospeso tra il grigio dell’asfalto e il marrone della terra fangosa dei campi che costeggiano i binari della ferrovia Roma-Nord.

Dopo l’esecuzione del capitano Francesco Straullu e dell’agente Ciriaco Di Roma, la Polizia ha sferrato un’offensiva. Covi perquisiti in tutta la città, fiancheggiatori incastrati, canali di rifornimento tagliati.

I NAR sono una belva ferita, braccata, e paranoica. Hanno un disperato bisogno di contanti per la fuga. Hanno bisogno di armi per combattere la loro guerra contro lo Stato.

A Labaro, nascosto tra l’erba alta e il fango di un condotto di scarico vicino al cavalcavia della stazione, c’è un grosso deposito d’armi.

Un commando di quattro elementi si reca sul posto a bordo di una Golf rubata per recuperare il materiale.

Sono Walter Sordi, Pasquale Belsito, Ciro Lai, e Alessandro Alibrandi.

Alibrandi ha ventun anni, ma per l’ambiente della destra eversiva è già un eroe nero.

È figlio di un celebre avvocato romano e ha il volto spietato del fanatismo. È lo stesso ragazzo che ha partecipato al massacro di Acilia. Un giovane divorato dall’odio.

In quello stesso istante, lungo la Flaminia, sfila una pattuglia della Polizia Stradale della Sezione Roma Nord. A bordo ci sono l’agente Pietro Calvitti e la guardia di Pubblica Sicurezza Ciro Capobianco.

Ciro ha ventun anni. La stessa età di Alibrandi. È un ragazzo dal viso pulito, originario del Sud, arrivato da poco nella Capitale con la divisa addosso per costruirsi un futuro onesto.

I poliziotti notano la Golf ferma a bordo strada con dei giovani attorno. Percepiscono qualcosa di sospetto, soprattutto perché vicino ai binari.

Pietro e Ciro non hanno idea di chi siano quelle persone. Forse pensano a un guasto meccanico o a dei ladri d’auto.

Rallentano. Si accostano per un controllo di routine.

Alibrandi vede avvicinarsi l’auto, vede le divise, ed estrae una pistola. Spara contro l’auto di servizio.

I proiettili trafiggono le lamiere.

Un proiettile colpisce Ciro in pieno torace.

Anche Pietro viene raggiunto dai colpi.

Nonostante il sangue e il caos, dalle portiere della volante parte la risposta al fuoco. Un proiettile fende l’aria gelida di Labaro e raggiunge Alessandro Alibrandi dritto alla testa.

Il “guerriero” dei NAR crolla sull’asfalto bagnato in una pozza di sangue.

È in quel preciso istante che la mitologia neofascista dell’onore, del cameratismo, e della fedeltà fino alla morte si sbriciola.

I suoi compagni Sordi, Belsito, e Lai non provano nemmeno a soccorrerlo o a verificare se respiri ancora.

Gli tolgono di dosso le armi e la borsetta con i caricatori.

Lo abbandonano nel fango, risalgono in macchina, fuggono a tutta velocità.

All’arrivo delle ambulanze, le condizioni di Alibrandi sono disperate. Trasportato d’urgenza all’Ospedale San Giacomo, muore poche ore dopo senza aver mai ripreso conoscenza.

Due giorni dopo, il 7 dicembre 1981, si spegne in ospedale anche la giovane guardia Ciro Capobianco. Aveva ventun anni. La stessa età del suo assassino.

Roma, Piazza San Giovanni di Dio, 5 marzo 1982, ore 8:30

Il quartiere di Monteverde Nuovo è un vocio continuo di traffico, serrande d’alluminio che si alzano e clacson del traffico.

È un venerdì di inizio marzo e l’inverno sta lentamente cedendo il passo a un’aria più mite.

La piazza è nel pieno della sua routine quotidiana. Pendolari, donne con le borse della spesa tra i banchi del mercato rionale, studenti in attesa dei mezzi pubblici.

Tra di loro c’è Alessandro Caravillani. Ha diciassette anni e frequenta il Terzo Liceo Artistico a Via di Ripetta.

Alessandro ha la passione per il disegno e la pittura.

Attende l’autobus 44, con lo zaino in spalla e le mani nelle tasche del giubbotto. Sta andando a scuola.

I superstiti dei NAR vivono nella clandestinità, ma la latitanza costa cara. Servono soldi per pagare i covi, i documenti falsi, le armi, e l’omertà.

Affacciata sulla piazza c’è una filiale della Banca Nazionale del Lavoro.

Quattro persone entrano in banca, intenzionate a svaligiarla.

Una resta fuori, su una Fiat Ritmo azzurra, rubata, pronta per la fuga.

I cinque sono Livio Lai, Walter Sordi, Stefano Procopio, Giorgio Vale, e la compagna di Fioravanti, Francesca Mambro.

La Mambro, Vale, e Sordi sono tra i responsabili dell’esecuzione di Francesco Straullu e Ciriaco di Roma ad Acilia.

Ma le rapine alle banche non sono una cosa semplice.

Il gruppo armato viene visto entrare con le armi in pugno. L’allarme silenzioso scatta immediatamente.

Nei paraggi stava percorrendo la Piazza una volante della Polizia di Stato.

Prima ancora che il gruppo armato possa arrivare nelle vicinanze del caveau i poliziotti si sono messi fuori dalla banca.

I terroristi li vedono. Decidono di scappare prima di essere completamente circondati.

I terroristi escono sparando a raffica ad altezza uomo, incuranti delle persone che affollano la piazza.

La gente urla, si getta a terra tra le bancarelle del mercato, s’incastra sotto le auto in sosta, cerca riparo dietro i cassonetti.

I proiettili fischiano nelle orecchie, frantumando vetrine e lamiere.

Alessandro Caravillani tenta di mettersi in salvo. Lui e la sua cartella per andare a scuola.

Un primo proiettile di rimbalzo lo raggiunge a una gamba. Alessandro crolla sull’asfalto, stringendo lo zaino con i libri e le matite da disegno.

Ferito, cerca disperatamente di strisciare verso un riparo.

I terroristi riescono ad uscire e correre verso l’auto della fuga. Per evitare che li seguano, la Mambro spara una raffica dietro di lei, a ventaglio.

Un colpo raggiunge Alessandro alla testa.

Il ragazzo muore così, a diciassette anni, sull’asfalto di Monteverde.

Nel fuoco incrociato con le forze dell’ordine, Francesca Mambro viene a sua volta raggiunta da un proiettile alla pancia.

Il colpo le trapassa l’addome lacerando gli organi interni.

Il sangue esce rapidamente, le forze le vengono meno.

I compagni la trascinano a forza dentro la Fiat Ritmo, ma capiscono subito che la situazione è disperata.

Non esiste covo né medico compiacente in grado di gestire una ferita del genere. La Mambro sta morendo dissanguata.

La Fiat Ritmo sfreccia a folle velocità attraverso Roma, arrivano a due passi da San Pietro, nei pressi dell’Ospedale Santo Spirito.

La scaricano vicino all’ingresso del pronto soccorso, e continuano la loro fuga.

I medici la raccolgono in fin di vita, la portano d’urgenza in sala operatoria. La Mambro si salva.

Via Unione Sovietica, Roma, 5 maggio 1982, ore 11:30

Il quartiere Fleming, nella zona nord di Roma, è un’oasi di palazzine signorili e giardini ben curati. L’aria di maggio è calda, profuma di pini marittimi e di azalee in fiore.

In un appartamento al terzo piano del civico 5 di Via Unione Sovietica c’è un ragazzo di ventun anni.

Si chiama Giorgio Vale.

Vale è nato a Roma, ma ha la pelle scura, figlio di un tecnico italiano e di una donna eritrea.

Nel mondo della destra eversiva, dominato dal mito della razza e da slogan xenofobi, il suo colore della pelle gli è valso soprannomi da marciapiede, ma Giorgio si è imposto con una ferocia e una determinazione che hanno messo a tacere ogni bisbiglio. Lo chiamano “Drake”.

Viene da Terza Posizione, ma come gli altri ha scelto la via del sangue con i NAR.

È stato accanto a Valerio Fioravanti, a Francesca Mambro, ad Alessandro Alibrandi. Ha partecipato all’esecuzione del capitano Straullu ad Acilia e alla sanguinosa rapina di Piazza San Giovanni di Dio a Monteverde.

Giorgio Vale è rimasto solo.

Vale è l’ultimo capo dei NAR ancora libero sulla piazza di Roma.

Sa che la polizia gli sta dando la caccia.

Pensa che l’appartamento affittato sotto falso nome in Via Unione Sovietica sia un covo sicuro.

Le intercettazioni e le soffiate dei pentiti hanno distrutto la rete nera che lo proteggeva.

Decine di agenti in borghese e teste di sigillano Via Unione Sovietica. Bloccano gli accessi, evacuano silenziosamente gli inquilini del palazzo, posizionano tiratori di precisione sui tetti di fronte.

Gli uomini del NOCS fanno saltare la serratura dell’appartamento con una carica esplosiva e irrompono all’interno.

Nello spazio chiuso del corridoio il boato dell’esplosione è sordo. Segue una raffica rumorosa di colpi da fuoco. Poi, silenzio.

Gli agenti trovano il corpo di Giorgio Vale nella camera da letto. È steso sul lettino, immerso in una chiazza di sangue denso che inzuppa le lenzuola e il pavimento.

La versione ufficiale rilasciata dagli inquirenti dice che Giorgio Vale, vistosi intrappolato e senza via di fuga, si è tolto la vita sparandosi un colpo alla testa con la sua pistola.

Ma la verità sulla fine di Giorgio Vale è destinata a rimanere uno dei tanti misteri cupi di quella stagione.

L’autopsia racconterà una storia del tutto diversa.

Sul corpo di Vale ci sono tre proiettili, uno alla testa, uno al torace, e uno all’addome.

I colpi sono stati sparati da angolazioni incompatibili con un suicidio. Sul suo volto e sul corpo verranno riscontrate ecchimosi e lesioni antecedenti alla morte.

Corso Genova, Milano, 12 settembre 1983, ore 18:30

Milano sta riprendendo il suo ritmo dopo le vacanze estive.

L’aria di metà settembre è calda e umida, i tram stridono sui binari.

La gente affolla i marciapiedi all’ora dell’aperitivo. Milano sta lasciando alle spalle gli ’70 della violenza politica per entrare definitivamente negli anni ’80 della Milano da bere.

In un bar lungo Corso Genova, all’angolo con Via San Vincenzo, c’è un uomo di trent’anni.

Occhi attenti, baffi curati, una giacca che lo fa sembrare un agente di commercio.

È Gilberto Cavallini.

È un assassino. È quello che curava la rete logistica dei NAR. È ricercato.

Cavallini è rimasto l’ultimo capo dei NAR ancora libero.

Il regista logistico, l’anello di congiunzione tra i vecchi eversori di Ordine Nuovo e la rabbia sanguinaria dei ragazzini dei NAR.

L’uomo che ha fornito l’appartamento di Villorba e il supporto per la Stazione di Bologna, l’assassino a freddo del sostituto procuratore Mario Amato e del capitano Francesco Straullu.

Per oltre tre anni Cavallini si è mosso da latitante tra Veneto, Lombardia, e Francia.

Ha cambiato nomi, documenti, case di copertura.

È a Milano per soccorrere l’amico e camerata Stefano Soderini, rimasto senza soldi e senza appoggi. Insieme avevano ammazzato Ezio Lucarelli.

La rete di Cavallini, però, è diventata sempre più fragile.

La DIGOS sta seguendo da giorni gli spostamenti di Andrea Calvi, un fiancheggiatore dell’ambiente eversivo milanese. Calvi li ha portati da Cavallini senza rendersene conto.

Cavallini è al bancone del bar.

Ha con sé una borsa da passeggio e, infilata nella cintola sotto la giacca, una pistola calibro 9.

L’arma è carica e col colpo in canna.

Un commando di agenti in borghese gli si scaglia addosso simultaneamente da più lati. Lo travolgono con il peso dei corpi prima ancora che possa capire cosa sta succedendo.

Cavallini tenta il gesto d’istinto. Allunga la mano verso la cintola, cerca l’impugnatura della sua pistola.

Ma gli agenti gli sono addosso.

Gli bloccano le braccia con forza, lo immobilizzano, lo schiacciano a terra contro il pavimento del locale tra i bicchieri infranti e le urla degli avventori terrorizzati.

In pochi secondi le manette scattano ai polsi.

L’ultimo protagonista della stagione di sangue dei NAR viene caricato a forza su un’auto civetta che parte a sirene spiegate verso la Questura di Via Fatebenefratelli.

La gente su Corso Genova osserva la scena attonita, senza sapere che quell’uomo ammanettato con la testa spinta sul sedile posteriore è il killer di Mario Amato e uno dei responsabili dell’eccidio del 2 agosto.

Con la cattura di Gilberto Cavallini si chiude definitivamente la parabola operativa del commando dei NAR.

Quella che manca, è la testa del mostro. I mandanti.

Palazzo di Giustizia, Ginevra, 21 settembre 1987, ore 16:30

In Svizzera anche il silenzio sembra più ordinato. È ovattato dal rumore dei passi sul marmo lucido.

Fuori, la pioggia autunnale bagna le sponde del lago.

Niente fango, niente nebbia.

Un uomo di sessantotto anni cammina a passo lento lungo i corridoi del Palazzo di Giustizia.

Indossa un abito sartoriale carissimo, e un cappello rigido.

Il volto è segnato dai postumi di un intervento al cuore subito durante la latitanza.

Lo sguardo è rimasto penetrante. Ha la postura di chi sta per chiudere un affare milionario ma la considera una routine.

Si chiama Licio Gelli.

Quattro anni prima, nell’agosto del 1983, era evaso dal carcere ginevrino di Champ-Dollon corrompendo i sorveglianti.

Era stato arrestato per bancarotta fraudolenta. Si era presentato in banca sotto falso nome e aveva provato a trasferire 27 milioni di dollari dai conti riconducibili al Banco Ambrosiano

Era quindi sparito in Sudamerica tra l’Uruguay e l’Argentina.

Oggi ha deciso di presentarsi spontaneamente davanti al magistrato svizzero Jean-Pierre Trembley.

Sembra una resa, ma è una strategia lucida.

Consegnarsi in Svizzera significa blindarsi dietro il diritto elvetico, che non concede l’estradizione per reati politici o per strage senza del.

Gelli non ha mai impugnato una pistola.

Non ha guidato una Honda rossa nel traffico di Roma per far scappare un camerata dopo un omicidio.

Non ha mai preparato valigie esplosive. Né vere né finte.

Non ha mai dormito in appartamenti con l’odore di chiuso come quello di Fontane di Villorba o di Via Tiziano Aspetti a Padova.

Mentre i terroristi dei NAR si immaginavano guerrieri neri in lotta contro lo Stato, mentre ragazzini in divisa venivano trucidati, Licio Gelli muoveva i fili dalle suite degli hotel di lusso e dalle banche Lugano.

I soldi per la logistica di Cavallini, per i documenti falsi, per le auto, per i covi e per le coperture istituzionali passavano di lì.

Tra le carte contabili sequestrate dagli investigatori c’è un foglio scritto a mano da Gelli.

In cima c’è una sola parola battuta a macchina: “Bologna”.

Sotto, il numero di un conto corrente svizzero. 59015.

È la traccia di oltre quindici milioni di dollari movimentati attraverso il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e Umberto Ortolani.

Più di quattro milioni di dollari in contanti vengono prelevati a Lugano proprio nei giorni precedenti al 2 agosto.

Altri fondi finiscono ai quadri dei servizi segreti e dell’ufficio affari riservati, come Federico Umberto D’Amato, per comprare il depistaggio e il silenzio.

Fioravanti, la Mambro, Ciavardini e Cavallini credevano di fare la rivoluzione spontanea.

Erano le braccia esecutive.

La cassa, la copertura, e la regia stavano altrove.

Licio Gelli si consegna ai giudici elvetici sapendo che la sua vera difesa è il suo archivio di contatti.

Ricatti.

Ai vertici delle istituzioni italiane arriva un messaggio chiaro.

Se la pressione giudiziaria su di lui per la strage di Bologna dovesse superare il livello di guardia, è pronto a rivelare i suoi segreti.

(Licio Gelli)

EPILOGO – L’ARCHITETTURA DELLA STRAGE

Questo articolo sarebbe dovuto uscire in concomitanza dell’anniversario della strage.

Come hai visto, se sei arrivato fin qui, mi son fatto prendere un po’ la mano.

Il problema è che a un nome ne era collegato un altro. E a un altro. E a un altro ancora.

Per dare un quadro, dovevo mettere dentro tutto quanto hai letto.

Ed è ancora poco.

Sono moltissime le persone morte per mano dei terroristi politici negli anni di piombo. A ciascuno di loro dovrebbe essere dedicato un libro intero.

La giustizia italiana ci ha messo più di quaranta anni per capire chi stava sopra e dietro gli esecutori materiali della strage di Bologna.

La durata di una biblica traversata del deserto.

L’accusa si è scontrata per anni contro burocrazia e manovre diversive.

La svolta sul piano esecutivo è nel 1995, quando la Corte di Cassazione conferma a sezioni unite le condanne all’ergastolo per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro come esecutori materiali dell’eccidio.

A loro si aggiungerà successivamente Luigi Ciavardini (condannato in via definitiva nel 2007, minorenne all’epoca dei fatti)

Nel 2020, poi, verrà aggiunto anche Gilberto Cavallini, per concorso in strage. A conferma che la logistica del gruppo era integrata nella pianificazione dell’attentato.

La difesa degli imputati per decenni ha proposto e riproposto il concetto di spontaneismo armato. La tesi era che i NAR avrebbero operato in totale autonomia, estranei alle logiche delle stragi di Stato degli anni ’70, e concentrati unicamente sulla guerra d’usura contro le forze dell’ordine e gli avversari politici.

I risultati più recenti dei processi (il ricorso rigettato dalla Corte di Cassazione che ha confermato la condanna a Paolo Bellini è del luglio 2025) hanno tuttavia ribaltato questa narrazione.

La magistratura ha accertato che lo spontaneismo rappresentava in realtà una copertura di comodo di un gruppo tattico utilizzato da livelli superiori.

I NAR fornirono i quadri operativi e la manovalanza criminale, mentre la preparazione, il finanziamento e la successiva copertura dell’attentato furono gestiti da una rete che collegava il neofascismo di Ordine Nuovo, la Loggia massonica P2 di Licio Gelli, e vertici deviati dei servizi di informazione militare.

Figura chiave di questo raccordo è Gilberto Cavallini. Esponente di spicco della formazione di Ordine Nuovo, Cavallini non è soltanto un killer, ma garantiva ai giovani dei NAR i covi in Veneto e in Lombardia (come l’appartamento di Villorba o quello di Padova), le armi pesanti, le auto “pulite” e le carte d’identità false.

I fondi per sostenere una latitanza così capillare e costosa non provenivano unicamente dalle rapine autofinanziate. Attraverso i canali della Svizzera e i contatti con ambienti finanziari vicini alla Loggia P2 di Licio Gelli, l’eversione armata disponeva di risorse economiche ingenti.

I NAR operavano in aperta sinergia con la criminalità organizzata. Emblematica la figura di Massimo Carminati, trait d’union tra l’estremismo politico, la Banda della Magliana, e gli apparati d’informazione. L’arsenale condiviso nascosto nei sotterranei del Ministero della Sanità a Roma dimostra come la violenza politica si fosse ormai fusa con il crimine comune e le complicità istituzionali.

I giovani killer si percepivano come gli artefici di una rivoluzione “nera” e pura. Nei fatti, la loro potenza di fuoco e la loro prolungata impunità sono state rese possibili unicamente da chi li ha usati come braccio armato all’interno di una più ampia strategia di destabilizzazione dello Stato.

Se l’esecuzione materiale fu affidata ai quadri dell’eversione nera, gli apparati che avrebbero dovuto difendere le istituzioni democratiche lavorarono a lungo per schermare i colpevoli e sviare la magistratura. I depistaggi e i flussi di denaro rappresentano le prove più concrete di un disegno eversivo ad alto livello.

Il caso più emblematico di diversione istituzionale si consuma nel gennaio 1981, come hai già letto. Vertici del SISMI legati alla Loggia P2 (tra cui il generale Giuseppe Santovito, il colonnello Pietro Musumeci, il capitano Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza) orchestrano il ritrovamento di una valigia sul treno Taranto-Milano. L’obiettivo era fabbricare a tavolino una fuorviante “pista internazionale di sinistra”, sottrarre le indagini alla magistratura bolognese e proteggere l’ambiente neofascista.

La svolta decisiva nelle inchieste sui mandanti si deve alla ricostruzione dei flussi finanziari condotta sui documenti sequestrati a Licio Gelli e alle carte del dissesto del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. L’ormai celebre appunto manoscritto con l’intestazione “Bologna” e il riferimento al conto svizzero 59015 ha permesso di tracciare il passaggio di milioni di dollari.

La magistratura ha accertato che svariati milioni di dollari in contanti, prelevati a Lugano nell’imminenza del 2 agosto 1980, vennero impiegati per finanziare la logistica dell’attentato, pagare la rete di protezione dei latitanti, e corrompere dirigenti dei servizi segreti e dell’Ufficio Affari Riservati (come Federico Umberto D’Amato) per le attività di depistaggio e disinformazione.

I depistaggi istituzionali erano dunque la garanzia dell’impunità garantita dai vertici della Loggia P2 in cambio dell’esecuzione del massacro.

La decisione della P2 di finanziare e coprire un attentato di tali proporzioni rispondeva a precise dinamiche politiche ed eversive.

L’obiettivo primario era la creazione di un clima di terrore e insicurezza collettiva tale da giustificare la svolta verso un modello di Stato autoritario o fortemente accentrato.

Questo progetto trovava la sua codifica teorica nel Piano di Rinascita Democratica di Gelli. Questo era un programma di condizionamento delle istituzioni, dei media, e dei partiti tramite la forza del ricatto e della penetrazione finanziaria.

All’indomani dell’omicidio di Aldo Moro (1978) e del conseguente sfilacciamento della solidarietà nazionale, la P2 puntava a sbarrare definitivamente la strada a qualsiasi futuro inserimento delle opposizioni di sinistra nell’area di governo, forzando gli equilibri politici in senso conservatore e filoatlantico.

La bomba alla stazione rappresentò anche un immenso dispositivo di ricatto incrociato.

L’aver coinvolto apparati di sicurezza, esponenti della finanza deviata, e quadri neofascisti creava una catena di complicità tali da rendere lo Stato ostaggio dei segreti di Licio Gelli, garantendo l’impunità della loggia nei confronti delle inchieste finanziarie che stavano per travolgerla (in primis quelle sul Banco Ambrosiano e su Michele Sindona).

I ragazzi dei NAR e i vecchi quadri di Ordine Nuovo credevano forse di servire una rivoluzione nera. In realtà operarono come braccio armato di una cordata di potere che usò la strage per blindare i propri privilegi e governare la Repubblica nell’ombra.

A decenni di distanza dalla mattina del 2 agosto 1980, il bilancio della strage di Bologna lascia aperta una profonda sproporzione tra la gravità dei delitti commessi e gli esiti effettivi delle sanzioni penali.

Se da un lato l’impianto giudiziario è riuscito, sia pure con un ritardo biblico, ad accertare la catena di responsabilità che dai killer dei NAR risale fino ai vertici della Loggia P2, dall’altro la misura delle pene reali sembrano ridicolmente sproporzionate al ribasso.

Vita stroncate all’inizio del loro percorso si contrappongono alle lunghe esistenze dei colpevoli, spesso liberi di vivere la vita che avevano negato a decine e decine di altre persone.

L’orologio della stazione di Bologna, ancora oggi fermo a quelle maledette ore 10:25, rimane il simbolo di un Paese che ha dovuto strappare la verità giudiziaria pezzo per pezzo, tra omissioni, segreti di Stato, e complicità istituzionali.

I COLPEVOLI E I FIANCHEGGIATORI

Valerio Fioravanti

Condannato a 8 ergastoli per la strage di Bologna e plurimi omicidi politici. In semilibertà dal 1999 e in libertà condizionale dal 2004, ha terminato di scontare la pena nel 2009. Collabora con l’associazione Nessuno Tocchi Caino. È un uomo libero.

Francesca Mambro

Condannata a 9 ergastoli per la strage di Bologna e plurimi omicidi politici. In semilibertà dal 1998 e in libertà condizionale dal 2008, ha terminato di scontare la pena nel 2013. Collabora con l’associazione Nessuno Tocchi Caino. È una donna libera.

Luigi Ciavardini

Condannato a 30 anni per concorso materiale nella strage di Bologna. Sconta 20 anni tra carcere e affidamento in prova. Pena estinta nel 2021. Fondatore e presidente dell’associazione di promozione sociale Gruppo Idee. È un uomo libero.

Gilberto Cavallini

Condannato a 9 ergastoli per concorso nella strage di Bologna e plurimi omicidi politici. Ha scontato oltre 40 anni di carcere con periodi di semilibertà. Attualmente in carcere.

Paolo Bellini

A seguito dell’arresto nel 1999, Bellini ha intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia. Nel luglio 2025 è stato riconosciuto colpevole di concorso in strage con finalità di terrorismo ed eversione (in concorso con gli ex NAR Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini) nell’ambito del filone d’inchiesta su mandanti, organizzatori ed esecutori. E’ attualmente in carcere.

Cristiano Fioravanti

Condannato a 13 anni e 4 mesi (grazie alla sua collaborazione con gli inquirenti) per plurimi omicidi e banda armata (è risultato estraneo alla strage di Bologna). Inserito nel programma di protezione sotto nuova identità dopo 5 anni di carcere, ha interamente scontato le sue pene. È un uomo libero.

Walter Sordi

Arrestato nel 1982, diventa collaboratore di giustizia. Condannato a 13 anni e 4 mesi per plurimi omicidi con le attenuanti previste per la collaborazione, ha scontato circa 5 anni di pena. È un uomo libero.

Stefano Soderini

Arrestato a Milano nel 1983, diventa collaboratore di giustizia. Condannato per omicidio e associazione sovversiva a 10 anni e 8 mesi, ne sconta circa 4. È un uomo libero.

Livio Lai

Condannato a 22 anni e 6 mesi per l’omicidio di Alessandro Caravillani, associazione eversiva, e banda armata (risultato estraneo alla strage di Bologna). Ha scontato oltre 20 anni di detenzione tra carcere, semilibertà e affidamento in prova fino alla fine della pena. È un uomo libero.

Stefano Procopio

Condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alessandro Caravillani, banda armata e reati con finalità eversive (risultato estraneo alla strage di Bologna). Arrestato nel settembre 1982, ha scontato oltre 20 anni di pena tra regime detentivo e misure alternative prima di ottenere la piena libertà. È un uomo libero.

Massimo Carminati

Assolto dall’accusa di concorso nella strage di Bologna e da reati eversivi specifici. Condannato per la detenzione dell’arsenale dei NAR nei sotterranei del Ministero della Sanità, per banda armata e, successivamente, condannato a 10 anni e 1 mese nel processo Mondo di Mezzo (ex Mafia Capitale). Oltre 15 anni complessivi scontati in varie fasi detentive Scarcerato per decorrenza termini nel 2020, ha poi estinto la pena residua. È un uomo libero.

Licio Gelli

Condannato in via definitiva a 10 anni per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna (operazione “Terrore sui treni”) e a 12 anni per il crack del Banco Ambrosiano. Dopo la sua morte riconosciuto come mandante e finanziatore nel processo ai mandanti. Ha scontato la quasi totalità della pena agli arresti domiciliari nella sua residenza di Villa Wanda ad Arezzo per motivi di salute ed età. Deceduto nel 2015, a 96 anni, da uomo libero.

Umberto Ortolani

Condannato in via definitiva a 12 anni di reclusione per il crack del Banco Ambrosiano e riconosciuto post-mortem, nel processo ai mandanti, come co-mandante e finanziatore della strage di Bologna per la gestione dei flussi di denaro veicolati all’eversione e ai depistaggi. Ha scontato pressoché tutta la pena agli arresti domiciliari. Deceduto nel 2002 a 91 anni, da uomo libero.

Francesco Pazienza

Condannato in via definitiva a 10 anni di reclusione per il depistaggio della strage di Bologna (operazione “Terrore sui treni”) e per la bancarotta del Banco Ambrosiano. Estradato dagli USA nel 1986, ha scontato circa 13 anni tra carcere e detenzione domiciliare, ottenendo la libertà vigilata nel 2007. Deceduto nel 2025 a 79 anni, da uomo libero.

Pietro Musumeci

Condannato in via definitiva a 8 anni e 5 mesi di reclusione per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna. Tutti scontati. Deceduto nel 2005 a 85 anni, da uomo libero.

Giuseppe Belmonte

Condannato in via definitiva a 7 anni e 11 mesi di reclusione per depistaggio aggravato. Tutti scontati. Deceduto nel 1998 a 68 anni, da uomo libero.

Giuseppe Santovito

Raggiunto da avvisi di garanzia per la rete di copertura, il depistaggio (operazione “Terrore sui treni”), e per associazione eversiva. Nessuna condanna definitiva a causa dell’estinzione del reato per morte dell’imputato prima del termine del processo. Deceduto nel 1984 a 65 anni.

Federico Umberto D’Amato

Riconosciuto post-mortem nel processo ai mandanti come uno dei principali organizzatori ed esecutori delle direttive per la realizzazione della strage e per la prolungata attività di depistaggio e disinformazione. Deceduto nel 1996 a 77 anni.

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