biologia contro femminismo. quando le donne hanno rovesciato i kibbutz.

Tra le molte cose che le femministe della lotta intersezionale (sic) non conoscono nel loro antisionismo, c’è la storia del movimento socialista che ha arato la striscia di terra che va dal Mediterraneo al Giordano.

Negli anni ’20 del Novecento questa striscia era polvere, paludi, sole che non perdona.

Nelle foto ingiallite dal tempo vedrete gruppi di pionieri ebrei (Halutzim) in posa con gli strumenti di lavoro da agricoltori. Uomini e donne insieme. Donne coi pantaloncini corti lavorano spalla a spalla con gli uomini. Hanno le stesse camicie in canapa ruvida, i piedi ben piantati nella terra.

(Questa foto è del 1936)

Le donne non hanno trucco, non c’è concessione alla moda, non c’è “femminilità” come la intendeva l’Europa (borghese) da cui erano fuggite.

Il kibbutz delle origini era il laboratorio più radicale della storia moderna per la creazione del “Nuovo Essere Umano”.

Uno dei suoi obiettivi era dimostrare che il genere, con tutto il suo bagaglio di ruoli, aspettative, e gabbie domestiche, non fosse altro che un’invenzione del capitalismo e del patriarcato.

Sounds ‘bout right, uh, sistah?

I fondatori erano certi che rimuovendo la proprietà privata, distruggendo la struttura della famiglia (vista come il primo nucleo di oppressione), ed educando i bambini in comune, le differenze tra maschio e femmina sarebbero scomparse.

In quel deserto, si voleva recidere il legame millenario che inchiodava la donna alla cura dei figli e della casa.

Per capire perché il kibbutz abbia cercato di smantellare l’identità di genere, provo prima a spiegare cos’era.

Se state pensando a una roba hippy anni ’70 siete distanti dal vero. Il kibbutz era un ibrido tra il marxismo europeo e il sogno di tornare alla terra.

Il kibbutz si fondava sul pilastro socialista “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

In Israele questo dogma comunista veniva filtrato dalla “Religione del Lavoro” di pensatori come Aaron David Gordon (1856-1922).

Il lavoro fisico era visto come l’unico modo per “guarire” l’anima dell’ebreo della diaspora, relegato per secoli ai mestieri intellettuali o commerciali delle città europee.

Nel kibbutz non esistevano stipendi. Avevi bisogno di un paio di scarpe? Andavi nel magazzino comune. Volevi bere un caffè? Andavi nella sala da pranzo collettiva (Hadar Ochel).

Ogni decisione, da cosa piantare negli orti a quale dei bambini mandare all’università o a pascolare le capre, tutto veniva deciso dall’Assemblea.

Per i fondatori, la famiglia tradizionale era il primo e ultimo bastione dell’egoismo borghese. I legami “mio marito”, “mia moglie”, “i miei figli” erano visti come una minaccia alla lealtà verso la comunità, il kibbutz.

Nacquero così le “Case dei Bambini”. Dalla nascita, i neonati venivano affidati a educatori/trici professionisti/e (Metaplot).

I bambini crescevano insieme, dormivano insieme, mangiavano insieme. I genitori erano “compagni in visita” per poche ore al pomeriggio. L’obiettivo era trasformare l’amore parentale in amore comunitario.

La seconda generazione

La prima generazione di pionieri era mossa da un fuoco sacro capace di bruciare ogni istinto individuale.

La seconda generazione, quelli nati dentro il sistema, i figli del kibbutz, i cosiddetti Sabra, loro si ritrovarono invece a vivere dentro un’utopia già costruita. Nessun teorico del marxismo aveva previsto che la ribellione sarebbe nata a favore della “normalità”. Mentre i fondatori e le fondatrici celebravano la liberazione della donna dal focolare domestico, le figlie di quella rivoluzione iniziavano ad avvertire un senso di vuoto.

La “rivolta silenziosa” fu fatta di sussurri, di visite fuori orario, di madri che chiedevano il diritto di rimboccare le coperte ai propri figli. Non volevano più che fosse una Metapelet (l’educatrice collettiva) a consolare il pianto notturno. Volevano essere loro.

Non fu un’imposizione maschile. Il patriarcato non esisteva, in quel contesto. Gli uomini del Kibbutz rimasero invece spesso spiazzati, aggrappati a un’ortodossia ideologica che le loro compagne volevano smantellare.

È il primo caso documentato in cui il ritorno alla famiglia nucleare è stato un atto di emancipazione femminile.

Esattamente il percorso opposto del femminismo a cui siamo abituati.

Mentre l’ideologia recitava il mantra dell’uguaglianza totale, la realtà del lavoro quotidiano stava scivolando verso binari vecchi di millenni. I dati degli anni ’60 e ’70 sono impietosi e rivelano quella che gli antropologi chiamarono poi la “femminilizzazione dei servizi”:

Man mano che il Kibbutz cresceva, aumentava anche il bisogno di educatori, cuochi e addetti alla lavanderia. Quasi l’80% delle donne finì per occupare questi ruoli.

Gli uomini rimasero alla guida dei trattori e dentro le nascenti industrie.

Nonostante il diritto di voto e l’accesso alle assemblee, le cariche di coordinamento e la gestione economica andarono sempre più in mano maschile.

Gli studi di Tiger e Shepher (Women in the kibbutz, Cambridge, 2018) suggeriscono che questo accadde perché, quando la pressione sociale per essere identici diminuì, le donne scelsero consapevolmente i settori legati alla cura e all’infanzia.

Il kibbutz, nato per distruggere la famiglia, stava per essere trasformato proprio dal ritorno del focolare.

L’antropologia

Facciamo un passetto indietro.

Nel mondo accademico degli anni ’50, il determinismo sociale era il pensiero standard.

L’idea era che l’essere umano è una tabula rasa.

Cambiate la cultura, dicevano, cambiate l’educazione, e di conseguenza cambierete l’anima.

Era con questa idea in testa che l’antropologo americano Melford Spiro (1920-2014) arrivò nel kibbutz Kiryat Yedidim nel 1951.

Spiro era un entusiasta dell’esperimento dei kibbutz. Arrivava per documentare il trionfo della cultura sulla biologia, e per dimostrare al mondo che, rimosse le “sovrastrutture” patriarcali, uomini e donne avrebbero smesso di comportarsi come tali per diventare semplicemente “compagni”.

Quando Spiro tornò nello stesso kibbutz a metà degli anni ’70 per uno studio di controllo, si aspettava di trovare una società post-genere ormai matura. Un luogo dove la diversità di genere era scomparsa.

Invece, si trovò davanti a una controrivoluzione.

Le figlie e le nipoti delle pioniere, che erano diventate donne, donne cresciute nel sistema collettivo, che non avevano mai visto una cucina privata in vita loro, stavano smantellando l’utopia.

Erano loro a chiedere con forza il ritorno dei figli a casa per la notte. Erano loro a preferire i lavori di cura. Erano loro a reintrodurre la moda, il trucco, e la richiesta di formalizzazione dei matrimoni.

Spiro ebbe l’onestà intellettuale di ammettere il proprio errore. Nel suo libro Gender and Culture: Kibbutz Women Revisited (1979), coniò un’espressione che fece tremare le cattedre di sociologia: “Disposizioni preculturali”.

Nonostante tutta l’influenza della cultura, diceva, sembra esistano dei desideri e dei bisogni che non sono prodotti dall’apprendimento sociale, ma che lo precedono.

La conclusione di Spiro fu che il kibbutz era fallito perché le donne avevano esercitato la loro libertà di scelta. E la loro scelta era diversa da quella prevista dall’ideologia.

L’ingegneria sociale può cambiare le leggi, può cambiare l’economia, può persino cambiare l’architettura delle nostre comunità, cancellando la cucina e mettendola in comune, ma sembra non possa sovrascrivere CHI siamo.

L’uguaglianza dei diritti è un traguardo politico irrinunciabile. Non sto discutendo questo. Ma l’identità totale dei desideri, invece, sembra essere un’illusione che la storia ha già provveduto a vanificare.

Disposizioni preculturali

Per i teorici del socialismo radicale il ritorno alla famiglia nucleare è stato il segno del fallimento del kibbutz. Per le donne che lo hanno vissuto è stato invece una liberazione.

Vi chiedo, è più libera una donna obbligata a lavorare in una lavanderia industriale per il bene della collettività, separata dal proprio figlio per ragioni ideologiche, oppure è più libera una donna che rivendica la propria maternità, la propria casa, la propria sfera privata?

Per decenni, nel kibbutz, il “privato” è stato sinonimo di “borghese”, dunque di peccato. La privacy era vista con sospetto. Ma la storia della seconda e terza generazione dei kibbutz ci insegna che l’essere umano non è fatto per vivere costantemente sotto i riflettori della comunità.

Le donne del kibbutz hanno lottato per riprendersi il diritto di avere una cucina propria, educare i propri figli, stare con i propri mariti. Queste donne hanno reclamato il ritorno alla famiglia nucleare, che era a questo punto ritornata ad essere vista come un rifugio, non come la prigione immaginata dall’ideologia socialista che le aveva fatte nascere lì.

oggi

Oggi viviamo in un’epoca che, per molti versi, ricorda l’entusiasmo dei primi pionieri. Discutiamo di gender neutrality, di decostruzione totale dei ruoli, della fluidità dei generi. Dai kibbutz arriva però un monito.

Il kibbutz è la prova che l’identità non è un vestito che si cambia a piacimento.

Se, in un ambiente dove per cinquant’anni era stato insegnato che maschio e femmina sono identici, poi le persone tornano spontaneamente a cercare ruoli differenziati, allora dobbiamo ammettere che esiste un “codice sorgente” umano che l’ingegneria sociale non può formattare. Esiste qualcosa che “viene prima” della cultura. Qualcosa di già scritto dentro di noi.

Il kibbutz ci insegna che l’uguaglianza dei diritti non è identità di desideri. Possiamo essere uguali nei diritti, ma profondamente diversi nei desideri. Ignorare questa differenza in nome di un’ideologia non porta all’emancipazione della donna o alla sua liberazione, ma porta semplicemente a una forma nuova e diversa di alienazione.

Il “fallimento” del Kibbutz è stato un semplice bagno di realtà. Ci dice che una società sana è quella che permette a ogni individuo di seguire le proprie inclinazioni, anche quando queste inclinazioni ricalcano i sentieri più antichi della nostra specie.

Rispondi

Scopri di più da Sette Dracme

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere