Ipse Dixit. Anche i Nobel hanno torto.

Non vi verrebbe mai in mente di chiedere a Lionel Messi o a Cristiano Ronaldo cosa ne pensano della guerra in Ucraina o del riscaldamento globale. Non vi verrebbe mai in mente di chiedere a Pep Guardiola o a Carlo Ancelotti cosa ne pensano della pandemia o della geopolitica mediorientale. Stiamo parlando dei più forti giocatori e allenatori di calcio dell’ultimo ventennio.

Perché allora chiediamo a un Nobel per la fisica o a un giornalista investigativo cosa ne pensano di argomenti di cui non sanno nulla?

Il motivo per cui non chiederemmo mai a un centravanti un parere sulla macroeconomia risiede nella natura visibile e misurabile della sua competenza. La bravura di un attaccante è confinata dentro un campo da calcio.

Al contrario, il prestigio accademico o giornalistico viene spesso percepito come un ombrello che copre tutto lo scibile umano.

La malattia dei Nobel

Il nostro sistema percettivo è portato a giudicare un individuo sulla base di una singola, dominante, caratteristica positiva.

Se uno è stato in grado di decifrare le leggi della fisica subatomica, il nostro cervello, sempre alla ricerca di scorciatoie, conclude erroneamente che quella persona possieda una chiave universale per capire anche tutto il resto.

Questa distorsione viene alimentata dal mercato dell’informazione. I media operano una sorta di “trasferimento di credibilità”. Sanno che la complessità tecnica è difficile da vendere, mentre il “brand dell’intelligenza” è un prodotto facile da piazzare. Un premio Nobel per la fisica non viene invitato per la sua capacità di analisi geopolitica (di cui non è esperto), ma per la funzione rassicurante che la sua figura esercita sul pubblico.

L’opinione dell’esperto fuori settore diventa così uno scudo retorico. Un argomento debole, se pronunciato da una voce prestigiosa, acquisisce una solidità apparente che scoraggia il dissenso. Si passa dunque dal merito della tesi al peso della firma, in un ritorno all’ipse dixit che, paradossalmente, utilizza gli strumenti della scienza per anestetizzare lo spirito critico.

Un danno collaterale è l’erosione della competenza specifica. Quando il confine tra i domini del sapere si fa labile, la figura del tecnico viene oscurata dalla figura del “saggio universale”, più incline alla sentenza e alla semplificazione. È una forma di inflazione intellettuale: più estendiamo l’autorità di una singola mente su territori che non le appartengono, più svalutiamo il rigore necessario per comprendere davvero quei territori. La scommessa dei media è che il pubblico non noti il salto logico, preferendo la comodità di un’opinione illustre alla fatica personale di un’analisi fondata sui dati.

La cosiddetta “Malattia dei Nobel” rappresenta la prova più inquietante di come l’eccellenza in un campo non sia garanzia di correttezza di analisi in un altro campo.

Menti brillantissime, dopo aver raggiunto la massima consacrazione scientifica, scivolano verso teorie pseudoscientifiche o complottiste. Si tratta di un’ipertrofia dell’ego intellettuale alimentata dall’overconfidence bias. Quando un individuo viene ufficialmente designato come una delle menti più influenti del pianeta, il confine tra l’intuizione geniale e la convinzione infondata tende a farsi estremamente labile.

Linus Pauling

Unico vincitore di due premi Nobel non condivisi, per la Chimica e per la Pace, Pauling dedicò gli ultimi decenni della sua vita a promuovere la medicina ortomolecolare, qualunque cosa voglia dire, sostenendo che dosi massicce di vitamina C potessero curare ogni male, dal raffreddore al cancro.

Nonostante la comunità scientifica producesse prove schiaccianti che smentivano le sue tesi, Pauling utilizzò la sua immensa statura intellettuale per ignorare il metodo scientifico. La sua intelligenza superiore fu usata per costruire impalcature logiche sempre più sofisticate atte a difendere un errore. L’intelligenza aveva smesso di essere uno strumento di indagine ed era diventa uno strumento di razionalizzazione del suo pregiudizio.

Più recente è il percorso di Luc Montagnier, Nobel per la medicina grazie alla scoperta del virus HIV. Negli anni successivi al premio, Montagnier si avventurò in territori al limite del misticismo, sostenendo teorie sulla “memoria dell’acqua” e sulla capacità del DNA di emettere segnali elettromagnetici rilevabili a distanza. Durante la recente crisi pandemica, le sue posizioni critiche sui vaccini sono state brandite come verità assolute da vasti settori dell’opinione pubblica, proprio in virtù di quel titolo accademico che fungeva da scudo contro ogni verifica. La narrazione mediatica ha ignorato il fatto che la virologia di alto livello non conferisce competenze automatiche in immunologia clinica o epidemiologia. I media hanno preferito cavalcare il fascino del “genio controcorrente”, trasformando una deriva cognitiva individuale in una verità alternativa certificata dal prestigio.

Il meccanismo psicologico è semplice e pericoloso. Le persone dotate di un elevato quoziente intellettivo sono spesso più abili degli altri nel motivare le proprie convinzioni, giuste o sbagliate che siano. Possiedono la retorica e la dialettica per proteggere le proprie affermazioni, elaborando un discorso in cui il premio Nobel funge da prova definitiva della propria infallibilità. L’opinione pubblica e i media danno per scontato che la “verità” sia una proprietà intrinseca della persona e non un risultato del metodo. In questo modo, l’autorità del singolo finisce per sostituire l’evidenza del dato, riportando il dibattito scientifico in un punto in cui conta più CHI sostiene una teoria invece dei DATI che la confermano.

L’economia dell’attenzione

La competenza reale è, per definizione, consapevole dei propri confini. Il vero esperto abita lo spazio del “dipende” e delle probabilità. Ogni sua affermazione è corredata da limitazioni, note a margine, e una sana ammissione di ignoranza dove finiscono i dati.

Tuttavia, in un mercato dell’informazione che premia la velocità di consumo, questa onestà intellettuale viene percepita come un malfunzionamento. Un “non lo so” o un “è complicato” spengono l’attenzione. Non generano titoli, non alimentano thread polemici, e non offrono al pubblico quella gratificazione istantanea che deriva dal possedere una spiegazione semplice a un problema complesso.

Il “tuttologo di prestigio” colma questo vuoto. Essendo protetto dalla propria fama, egli non avverte il peso della responsabilità professionale che graverebbe su uno specialista del settore. Il fisico o lo scrittore prestati alla geopolitica percepiscono il proprio intervento come un esercizio di libera opinione, seppur ammantato dall’aura del genio. Questa slegatura dai vincoli del rigore permette loro di produrre sentenze definitive, profezie apocalittiche, o soluzioni miracolose che rispondono alla domanda di certezze del pubblico. La loro funzione è ridurre l’ansia cognitiva dell’audience attraverso l’autorità della propria figura.

Il sistema mediatico, conscio di questa dinamica, preferisce l’oracolo allo scienziato. L’esperto vero viene spesso vissuto come un ospite “difficile”, perché la sua insistenza sulla complessità rallenta il ritmo del talk show.

Si crea così un incentivo perverso: per avere spazio nel dibattito pubblico, bisogna smettere di essere esperti e iniziare a essere performer della certezza.

Questa dinamica trasforma l’informazione in un rito di conferma. Il pubblico cerca la validazione delle proprie paure o speranze, e chi meglio di una “mente superiore” può offrire tale validazione con l’apparenza della scientificità? In questo modo, l’economia dell’attenzione finisce per premiare l’irresponsabilità intellettuale. Più un personaggio è disposto a parlare di ciò che non conosce con autorità assoluta, più diventa appetibile per un sistema che ha sostituito il valore della prova con il valore della visibilità.

Uno non vale uno

Il meccanismo della falsa equivalenza, definito nel giornalismo anglosassone come bothsidesism, sotto il paravento della neutralità, inquina il dibattito. Abbiamo appena visto come l’autorità “fuori settore” sia più libera di fare affermazioni apodittiche (senza il supporto di dati o ragionamento), i media invitano queste figure per bilanciare artificialmente un confronto, creando una simmetria fittizia tra l’evidenza scientifica e l’opinione illustre. L’errore logico di fondo risiede nel confondere l’equilibrio dei tempi televisivi o degli spazi editoriali con l’equilibrio della verità. Se a un tecnico che espone il consenso scientifico di un intero comparto viene contrapposto un premio Nobel di un altro ambito che sostiene la tesi opposta, lo spettatore percepisce che la questione sia ancora “aperta” e che esistano due scuole di pensiero paritarie.

Mentre il tecnico del settore è costretto a muoversi entro i binari rigidi dei dati e dei limiti della propria disciplina, l’autorità fuori campo gode di una sorta di “immunità retorica”. Per il pubblico non esperto, il titolo di “Nobel” o di “Accademico” pesa più della pertinenza alla materia. Si assiste dunque a un fenomeno per cui la notorietà di una persona viene usata per legittimare posizioni marginali o del tutto prive di fondamento scientifico, elevandole al rango di “opinione alternativa autorevole”.

L’effetto psicologico sull’audience è quello del disorientamento calcolato. La ricerca dimostra che, davanti a un confronto tra due autorità percepite come simili, la mente umana tende a posizionarsi in una zona grigia di scetticismo o a scegliere la tesi che più si accorda con i propri pregiudizi preesistenti.

Se un grande intellettuale può smentire con una battuta anni di ricerche di un intero settore tecnico, allora tutto diventa opinabile, e la verità scientifica viene declassata a una delle tante narrazioni possibili.

Il pericolo

Le conseguenze per la tenuta democratica sono profonde e si manifestano innanzitutto come un’erosione della fiducia nelle istituzioni della conoscenza. Quando il pubblico è costantemente esposto a esperti che si smentiscono a vicenda (o meglio, a veri esperti smentiti da autorità fuori settore) si scivola verso un cinismo paralizzante. La percezione che “ognuno dice la sua” e che persino le menti più brillanti siano in disaccordo su tutto porta il cittadino a concludere che la verità sia inconoscibile o, peggio, che sia puramente soggettiva.

In questo stato di disorientamento, la scelta politica e sociale si fonda sull’affinità emotiva o sull’identificazione con il leader del momento. I dati non contano nulla.

Questo appiattimento della competenza genera una democrazia delle opinioni equivalenti, dove il rigore metodologico viene declassato a semplice “punto di vista”. Se il parere di un premio Pulitzer sullo sport o di un grande intellettuale sulla virologia viene trattato con la stessa deferenza dei dati, viene meno il concetto stesso di autorità legittima. Il cittadino, impossibilitato a distinguere tra chi parla per studio e chi parla per carisma, finisce per affidarsi all’autorità che meglio riflette i suoi preconcetti, aumentando la polarizzazione. La crisi della democrazia moderna è dunque anche una crisi della gerarchia delle fonti. Una società che non sa più a chi credere è una società che rinuncia a governare la complessità, lasciandosi guidare non dalla conoscenza, ma dalla narrazione.

Il rischio tangibile è quello di alimentare un populismo antiscientifico per reazione. Il cittadino, sentendosi tradito da una casta di sapienti che sembrano avere un’opinione su tutto ma risposte su nulla, approda alla convinzione nichilista che la competenza non esista affatto

L’opinione del profano acquisisce lo stesso diritto di cittadinanza di quella dello studioso, poiché quest’ultimo ha già dimostrato di poter sbagliare allo stesso modo, quando esce dal proprio campo. In questo modo proliferano le teorie del complotto e il rifiuto del metodo scientifico.

Per uscire da questo stallo, è necessario ripristinare quello che potremmo definire un nuovo “galateo cognitivo”, fondato sul recupero del limite e della modestia intellettuale.

Il calzolaio e il pittore

Un giorno, un calzolaio si fermò davanti a un ritratto dipinto da Apelle, uno dei più famosi pittori dell’antica Grecia. Apelle era il pittore di corte del padre di Alessandro Magno.

Il calzolaio guardò un suo quadro e notò un errore. Uno dei sandali dipinti aveva un occhiello in meno rispetto a quanti ne servissero per allacciare correttamente le stringhe.

Apelle non si offese e riconobbe che su quel tema il calzolaio ne sapeva più di lui. Durante la notte, prese i pennelli e corresse l’opera seguendo l’osservazione tecnica del calzolaio.

Il mattino seguente, il calzolaio tornò a vedere il quadro e, notando con immenso orgoglio che il grande Apelle aveva seguito il suo consiglio, si sentì investito di un’autorità universale. Esaltato dal successo, iniziò a criticare ad alta voce il modo in cui era stata dipinta la gamba e la forma della coscia del personaggio.

A quel punto, Apelle, che si era nascosto dietro la tela per ascoltare se il calzolaio avrebbe approvato il cambiamento sul dipinto del sandalo, uscì dal suo nascondiglio e disse:

“Ne supra crepidam sutor iudicaret”

Il calzolaio non giudichi oltre il sandalo.

Riconoscere i propri confini non è un segno di debolezza, ma la massima espressione di rigore. È ciò che distingue il saggio dal ciarlatano di prestigio. Quanto potente può essere un “non lo so”, ammettiamo di non essere onniscienti.

Dobbiamo farci carico di una autodifesa intellettuale. Prima di accogliere e condividere una dichiarazione, è essenziale sottoporla a un vaglio critico che vada oltre il fascino del nome della persona che stiamo ascoltando.

Occorre chiedersi se la persona in questione abbia dedicato anni di studio specifico al tema trattato o se stia semplicemente applicando una logica generica a un campo complesso.

Poi, è necessario distinguere se l’autorevolezza del discorso poggi su dati verificabili e riferimenti tecnici o se, al contrario, tragga forza unicamente dal carisma e dalla capacità oratoria di chi parla.

Infine, bisogna interrogarsi sulla logica editoriale che ha portato alla scelta di quella persona. È stato inviatato per la sua capacità di illuminare il problema oppure per la sua attitudine a generare una reazione emotiva nell’audience?

Un premio Nobel, un grande scrittore o un giornalista di fama hanno ottenuto medaglie che testimoniano un valore straordinario in ambiti precisi. Ma quelle medaglie non sono bussole universali capaci di orientarci in ogni territorio della conoscenza.

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