
Romanticamente, probabilmente pensi che la scrittura sia nata per dare forma a poesie, per raccontare storie d’amore, per tramandare gesta epiche.
Prosaicamente, è nata per tener di conto.
Quante pecore possiede Tizio, quante giare di olio Caio deve a Sempronio per il suo lavoro. Eccetera.
Una branca affascinante dell’archeologia esplora il QUANDO abbiamo iniziato a scrivere.
Se hai ricordi delle elementari, lì ti hanno parlato della scrittura cuneiforme.

(Questa è una ricevuta per dei buoi. Non sto scherzando.)
Questo tipo di scrittura è vecchia di circa 5000 anni. 3000 anni prima di Cristo, anno più, anno meno.
In Grecia hanno trovato qualcosa che sposta largamente più indietro la nascita della scrittura. Scavando per costruire un lago artificiale, è riemersa una tavoletta che ha sopra una roba che assomiglia a una scrittura. Datata col carbonio, hanno trovato che è 2000 anni ancora più vecchia della cuneiforme di cui ti hanno parlato alle elementari.
Lo chiamano Dispilio Tablet.
Il Tablet
Siamo nel 1993, sulle sponde del lago Orestiada, nella Macedonia greca. Un gruppo di archeologi, guidati dal professor George Hourmouziadis, sta scavando per portare alla luce un insediamento neolitico vicino al villaggio di Dispilio.
Mentre scavano nei pressi un lago artificiale, spunta fuori lei, una tavoletta di legno di cedro. Mi direte, il legno marcisce in pochi anni, soprattutto in ambienti umidi, che favola ci stai raccontando?
Piano. Il fango, povero di ossigeno, ha agito come una capsula del tempo, conservando il legno per più di 7000 anni.
La tavoletta presenta una serie di segni incisi in modo ordinato. Non sono disegni di animali (quelli li chiameremmo pittogrammi). Sono segni lineari, astratti, che sembrano seguire una sintassi. Assomigliano a un sistema di scrittura proto-europeo.
Il significato di questo pezzo di legno è un terremoto per lo studio della storia.
Abbiamo sempre pensato che la civiltà (e quindi la scrittura) fosse stata esportata dalla Mesopotamia verso l’Europa. Il nostro Tablet suggerisce che in Europa stavamo già mettendo “nero su bianco” i nostri pensieri mentre a Babilonia stavano ancora decidendo come cuocere i mattoni.
Se è vero che la scrittura nasce per “tener di conto”, la tavoletta di Dispilio ci dice che il bisogno umano di organizzare la realtà, di catalogare, e di comunicare in modo non verbale è molto più antico di quanto sospettassimo.
A differenza del cuneiforme, che abbiamo decifrato, la lingua di Dispilio è muta. È un sistema di segni che non riusciamo a leggere, non sappiamo se abbiamo in mano il testo di una preghiera o l’inventario delle scorte invernali.
Il ribaltamento
Siamo tentati di applicare una visione pratica e archivistica all’uomo del Neolitico. Pensiamo: questi esseri umani poco più che bestie, iniziavano ad avere troppe informazioni da tenere in testa (merci, scambi, preghiere rituali) e quindi hanno cercato un modo per tenere traccia di quello che non riuscivano più a tenere a mente.
Riduciamo quindi la loro scrittura a un contenitore passivo, come un vaso che può ospitare indifferentemente acqua o vino senza mutare la sua natura. Il vaso resta un vaso.
In realtà, è vero l’esatto opposto.
Mi spiego.
Il cervello umano si è evoluto per cacciare in gruppo, raccogliere cibo, comunicare verbalmente la propria posizione. Pensate alle decine di migliaia di anni in cui siamo stati dei cacciatori-raccoglitori. Il cervello di certo non serviva per scrivere o leggere.
La scrittura è un’invenzione troppo recente (rispetto alla nostra esistenza come specie) perché esistano nel nostro DNA dei geni specifici per la “lettura”.
Come sostiene la neuroscienziata Maryanne Wolf, il cervello opera un recupero neuronale (neuronal recycling): “sequestra” aree destinate originariamente ad altro (come il riconoscimento visivo dei predatori o degli oggetti) e le converte per il riconoscimento dei segni, trasforma i segni in concetti.
Concetto vs Suono
State leggendo un articolo scritto in (un pessimo) italiano.
Avete quindi familiarità con l’alfabeto che chiamano “latino”. A, B, C, eccetera.
Quello che molti non sanno è da dove viene, questo alfabeto che stiamo usando qui e ora. (E non solo noi, ma miliardi di altre persone, in centinaia di altre lingue, con alfabeti quasi del tutto identici.)
Per millenni, leggere è stato come decifrare i rebus della Settimana Enigmistica.
Volevi scrivere “bue”? Disegnavi una testa di bue. Vedevi un sole disegnato? Leggevi “sole”. Era il regno dei logogrammi, dove ogni disegno corrispondeva a un concetto
Ma era un sistema lento, d’élite. Gli scribi impiegavano le loro intere vite per imparare le migliaia di segni necessari per fare i funzionari nella Valle dei Re.
Poi, intorno al 1800 a.C., succede qualcosa di rivoluzionario nelle miniere del Sinai. Dei lavoratori semitici, a contatto con i geroglifici egizi, hanno un’intuizione. Smettono di guardare il disegno e iniziano ad ascoltarne il suono.
Prendiamo la parola per “bue” in lingua semitica. ‘Aleph. Invece di usare il disegno del bue per indicare l’animale, iniziano a usarlo solo per indicare il primo suono: A. La casa (bet) diventa il suono B. Il palmo della mano (kaph) diventa la K. È nato il Protosinaitico, il nonno di tutti gli alfabeti moderni.
(Se scrivi una A maiuscola e la guardi “a testa in giù”, con un po’ di fantasia riesci ancora a vedere la testa del bue. Prova)
I Fenici, (anche di loro ti han parlato alle elementari) mercanti astuti, capiscono che questo sistema è perfetto per i loro affari. È veloce, fatto solo 22 segni, facilissimo da imparare. Portano questo sistema ovunque.
A un certo punto c’è un periodo buio, lo chiameremmo un medioevo ante litteram. I commerci crollano, e con loro la diffusione della scrittura.
Quando i Greci ricominciano a scrivere nell’VIII secolo a.C., adottano l’alfabeto fenicio, ma aggiungono la magia delle vocali. Prendono dei segni fenici che a loro non servivano (suoni che non avevano in greco) e li trasformano in Alpha, Epsilon, Iota, Omicron, Upsilon.
Per la prima volta nella storia, la scrittura riproduce il suono esatto del parlato. Chiunque può leggere ad alta voce un testo che non ha mai visto prima.
Dalla Grecia, questo alfabeto “completo” sbarca in Italia, a Ischia e a Cuma. Gli Etruschi lo masticano e lo adattano alla loro lingua (che ancora oggi ci fa impazzire). Infine, i Latini, che all’epoca erano solo dei pastori sulle rive del Tevere, lo prendono dagli Etruschi e lo rifiniscono. Nasce l’alfabeto che stai leggendo ora.
Mentre noi in Occidente facevamo questa corsa verso l’astrazione estrema riducendo tutto a una ventina di segni che non significano nulla se presi da soli, dall’altra parte del mondo, in Cina, si prendeva una strada diversa.
In Cina non hanno mai fatto il salto verso l’alfabeto. Hanno mantenuto i logogrammi (o ideogrammi). In questo sistema, un segno indica un’unità di significato. Volete scrivere “Albero”? C’è un segno che è l’albero. Volete scrivere “Bosco”? Si mettono due o tre alberi vicini.
Questo sistema ha un vantaggio incredibile che noi abbiamo perso. È indipendente dalla lingua parlata.
Pensiamo ai numeri. Un italiano, uno sloveno, e un austriaco si incontrano sulle alpi carniche e vedono un cartello col simbolo 5. Tutte e tre pensano “5”. Però dicono: “Cinque”, “Pet”, e “Fünf”
Ognuno lo pronuncia in modo diverso, ma tutti e tre capiscono lo stesso concetto. Ecco, il cinese funziona così per tutto. Un abitante di Pechino e uno di Canton possono parlare dialetti talmente diversi da non capirsi a voce, ma davanti a una pagina scritta leggono esattamente la stessa cosa.
Se la scrittura è un “recupero neuronale”, come dicevamo poco fa, scrivere e leggere con un alfabeto o con gli ideogrammi non è la stessa cosa per il nostro cervello.
Questa divergenza tecnica ha prodotto due modelli politici diametralmente opposti.
Poiché l’alfabeto è legato al suono (fonetica), esso segue il mutare delle lingue parlate. Quando il latino ha iniziato a corrompersi, l’alfabeto ha registrato queste differenze, facilitando la nascita dei volgari e, di conseguenza, degli Stati-Nazione. L’Europa è frammentata perché la sua scrittura è “schiava” dell’orecchio. Lingue diverse hanno preteso grafie diverse e confini diversi.
Il sistema cinese, essendo legato all’idea e non al suono, è rimasto un “ombrello” universale. Come abbiamo discusso, popoli che non si capivano a voce potevano leggersi perfettamente. Questo ha permesso la sopravvivenza di un Impero Millenario che non subito frammentazioni. L’unità della scrittura ha garantito l’unità del pensiero politico, indipendentemente dalle variazioni linguistiche nello spazio e nel tempo.
Emisfero Destro vs Emisfero Sinistro
Il sistema alfabetico (che da qui in poi chiamerò Modello A) è una tecnologia di scomposizione.
Per leggere la parola “mela”, il cervello deve isolare i singoli fonemi /m/ /e/ /l/ /a/ e poi riassemblarli in una sequenza temporale.
Questo processo attiva massicciamente le aree del linguaggio dell’emisfero sinistro (Area di Broca e di Wernicke). È un compito lineare, logico e sequenziale.
Chi è addestrato a questo sistema tende a sviluppare un pensiero analitico. La realtà viene percepita come una catena di montaggio: “A causa B che porta a C”. È la base della logica aristotelica e del determinismo occidentale. Se puoi scomporre una parola in lettere, puoi scomporre la materia in atomi e i problemi in sotto-problemi.
Invece, leggere un carattere cinese o un geroglifico (che da qui in poi chiamerò Modello B) è un esercizio di riconoscimento di schemi. Il segno è un’immagine astratta contenuta in uno spazio.
Sebbene l’emisfero sinistro resti coinvolto per il significato, la decodifica di un logogramma richiede un impegno straordinario dell’emisfero destro, specializzato nell’elaborazione spaziale, globale e sintetica. Bisogna cogliere la “forma” (Gestalt) del carattere e la posizione relativa dei suoi tratti.
Questo favorisce un pensiero olistico. La mente cerca di percepire l’oggetto come parte di una rete di relazioni.
Il metodo di apprendimento della scrittura è, a tutti gli effetti, un rito di iniziazione psicologica che modella la personalità sociale.
Per padroneggiare 3.000-5.000 caratteri del Modello B sono necessari anni di calligrafia ripetitiva. Questo allena la soglia di attenzione e la pazienza. Il carattere psicologico risultante è orientato alla precisione, al dettaglio e alla resilienza. L’”errore” (un tratto fuori posto) è inaccettabile perché distrugge il senso.
L’alfabeto del Modello A, invece, si impara in poche settimane. È un sistema economico che privilegia la velocità di astrazione rispetto alla precisione del segno. Il “carattere” occidentale è quindi più impaziente, orientato al risultato rapido e alla flessibilità. Se scrivo una “A” un po’ storta, il suono rimane lo stesso. Questo incoraggia una mentalità più tollerante verso la variazione e l’innovazione individuale.
Studi recenti suggeriscono che i lettori di sistemi logografici mostrino una maggiore capacità di individuare cambiamenti in scene visive complesse, mentre i lettori alfabetici sono più rapidi nell’isolare un singolo elemento fuori contesto.
La lingua scritta come profezia sociale
Non è un caso che la struttura del segno e la struttura della società coincidano in modo quasi profetico.
Riducendo il mondo a 20-30 suoni astratti, l’Occidente ha creato una mente capace di sezionare la realtà. È la nascita dell’atomismo, della logica formale e, infine, della democrazia. Se il codice è semplice e uguale per tutti, la conoscenza non può essere proprietà esclusiva di una casta.
Il Modello B, invece, mantenendo il legame tra il segno e l’immagine (o l’idea), le scritture orientali hanno preservato una mente relazionale. In questo codice, la complessità è una barriera che protegge l’ordine sociale, la gerarchia, e la continuità storica.
La mia tesi è che se potessimo “trapiantare” retroattivamente l’alfabeto fenicio nella Cina del 1000 a.C., o i caratteri cinesi nell’antica Grecia, avremmo alterato irreversibilmente la traiettoria filosofica e politica di quelle civiltà. Noi siamo ciò che scriviamo, perché scriviamo come pensiamo.
La scrittura occidentale non nasce per trasmettere sapienza, ma per risolvere un problema di fiducia tra mercanti.
Gerarchia o Democrazia
Nelle società del Modello B, la scrittura agisce come un setaccio sociale. Poiché il “costo di ingresso” (il tempo necessario per memorizzare migliaia di segni) è altissimo, il sapere diventa automaticamente una proprietà privata dell’élite.
In Cina o nell’Antico Egitto, lo scriba è un un iniziato. Il sistema dei concorsi imperiali cinesi (Keju) ha garantito per millenni che solo chi avesse le risorse economiche e il tempo per studiare i classici potesse accedere al potere.
Mantenere la scrittura difficile era quindi una strategia di sopravvivenza del potere. Se il codice è segreto o proibitivo, la verità (religiosa, politica, o legale) può essere interpretata solo da chi detiene le chiavi del codice. Il popolo resta in uno stato di “infanzia conoscitiva”, dipendente dalla mediazione della casta sacerdotale o burocratica.
L’alfabeto fenicio e poi greco agiscono come una tecnologia “low-cost”. Riducendo il sapere a una ventina di simboli, si abbatte il muro di cinta della conoscenza.
In Grecia, la semplicità dell’alfabeto permette di esporre le leggi nello spazio pubblico (l’Agorà). Se tutti possono leggere la legge, nessuno può più interpretarla arbitrariamente a proprio favore. L’alfabeto è la precondizione tecnica dell’uguaglianza davanti alla legge (Isonomia).
La velocità dell’alfabeto favorisce lo scambio rapido di idee e la loro eventuale confutazione. Mentre il logogramma invita alla contemplazione del significato eterno, l’alfabeto invita alla discussione, al dubbio e, infine, al pensiero scientifico e democratico. L’Occidente è “turbolento” perché la sua scrittura è accessibile e stimola la critica individuale.
Come abbiamo accennato, il logogramma crea un’identità culturale e imperiale che ignora le differenze linguistiche. Un colto giapponese e un colto cinese del XIX secolo potevano scriversi “poesie mute” pur non parlandosi. La scrittura è il collante di una civiltà-mondo.
Il Modello A, essendo schiavo del suono, ha creato confini nazionali rigidi. Quando i diversi dialetti latini sono diventati lingue (italiano, francese, spagnolo), l’alfabeto ha registrato queste mutazioni, creando barriere anche grafiche tra i popoli. L’Europa è un mosaico di nazioni ferocemente diverse proprio perché ha scelto di scrivere come parla.
La rigidità e la libertà del Pensiero
Nell’alfabeto, il legame tra il segno “M-E-L-A” e l’oggetto (in questo caso, il frutto) è puramente arbitrario. Non c’è nulla nel suono o nel segno che richiami la rotondità o il sapore. Questa “libertà totale” permette alla mente occidentale di creare concetti astratti dal nulla (come le monadi di Leibniz o l’esserci di Heidegger).
Il rischio, tuttavia, è quello dell’astrazione vuota. Parole che diventano gusci privi di un ancoraggio alla realtà materiale.
Nel Modello B, invece, non si può “inventare” un suono senza fare i conti con i mattoni di significato esistenti. Se vuoi nominare il “computer”, devi passare per i concetti di “elettricità” e “cervello”.
Nel Modello B, quindi, il pensiero è costretto a muoversi lungo percorsi semantici pre-tracciati. Non puoi facilmente creare un concetto “puro” che non sia debitore della natura o della funzione dell’oggetto. È una forma di conservatorismo cognitivo.
Qui emerge il vantaggio inaspettato della “rigidità” simbolica, quella che chiamiamo “Onestà Semantica”.
Prendiamo l’esempio del “computer”.
Nel Modello A la parola deriva dal latino computare (contare). Per l’utente medio, però, “computer” è un’etichetta opaca. Il nome non spiega la cosa è il nome tecnico di una cosa ben precisa.
In cinese (Modello B) lo chiamano Diànnǎo ovvero “Cervello Elettrico”. Il nome è una definizioneontologica (sì sto forse esagerando con la filosofia). Chiunque legga il simbolo che lo rappresenta capisce immediatamente la natura dell’oggetto (elettrico) e la sua funzione (pensante/elaborativa).
Il pensiero simbolico impedisce alla lingua di “mentire” o di diventare eccessivamente oscura. È un pensiero che resta ancorato alla terra. Mentre il filosofo occidentale può perdersi in giochi di parole astratti, il pensatore del Modello B è costantemente richiamato alla base concreta dei suoi termini.
D’altro canto, la libertà dell’alfabeto del Modello A ha permesso all’Occidente di sviluppare la Logica Formale e la Matematica Moderna. Se fossimo rimasti legati a simboli concreti, avremmo avuto difficoltà a concepire il “vuoto” assoluto, l’infinito matematico, o le particelle subatomiche, concetti che richiedono di recidere ogni legame con la visione oculare.
Il Ritorno del pittogramma
Oggi stiamo assistendo a un fenomeno paradossale. La tecnologia digitale ci sta riportando alle strutture cognitive del Neolitico. Le emoji sono il ritorno trionfale del Modello B (il logogramma) nel cuore del Modello A (l’alfabeto).
Le nostre conversazioni digitali sono un mosaico dove il testo alfabetico fornisce la struttura logica, ma l’emoji fornisce il contesto emotivo e relazionale.
Esattamente come i caratteri cinesi univano popoli diversi, l’emoji della “faccia che piange dal ridere” (😂) è compresa istantaneamente da un adolescente di Milano, uno di Tokyo e uno di New York.
Abbiamo creato una scrittura logografica globale che scavalca le barriere linguistiche nazionali, riportandoci a una forma di comunicazione pre-statale e pre-alfabetica.
Come discusso poco fa, il Modello B costruisce il carattere del popolo che lo usa attraverso la disciplina del tracciare e imparare migliaia di segni. Cosa succede quando il segno non viene più “scolpito” con la mano, ma “selezionato” con un tocco?
Se non devo più faticare per memorizzare la forma di un segno (perché il software lo suggerisce per me), la mia soglia di attenzione e la mia memoria a lungo termine si indeboliscono.
La scienza osserva che la lettura digitale non stimola più la “lettura profonda” (lineare e analitica), ma una scansione rapida. Stiamo perdendo la capacità di seguire lunghe catene logiche (tipiche dell’era alfabetica) a favore di una comprensione immediata, visiva, e quindi spesso superficiale.
Quale “Codice Genetico della Lingua” stiamo scrivendo per le generazioni future?
Le nuove generazioni pensano in modo più visivo e relazionale. L’uso massiccio di immagini e video (Instagram, TikTok) sta ri-attivando l’emisfero destro. Questo potrebbe renderci più empatici e capaci di cogliere la complessità del mondo come un “tutto” interconnesso.
Il rischio è il declino del pensiero analitico che ha caratterizzato l’Occidente da Aristotele in poi. Se il linguaggio diventasse un collage di icone e slogan, la capacità di costruire argomentazioni complesse e di distinguere tra “vero” e “falso” attraverso la dialettica potrebbe atrofizzarsi.

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