
In Veneto, il nome di Dio è sulla bocca di tutti.
Dai preti ai meccanici, tutti intendono una cosa ben precisa, quando parlano di Dio.
Ma nessuno di loro sa di cosa sta parlando. Neanche il tuo parroco ha la minima idea di quel che stai per conoscere leggendo questo pezzo.
Do per scontato che tu abbia una minima infarinatura del Dio che ti hanno insegnato a pregare quand’eri bambino.
Se ti chiedessi l’esatto luogo geografico di provenienza, del tuo Dio, cosa mi diresti?
Il Dio dell’Antico Testamento non è nato in Israele.
È, storicamente parlando, un “immigrato”.
Nel libro dell’Esodo è sepolto un racconto.
Mosè, in fuga dall’Egitto, si rifugia nella terra di Madian. E’ una regione desertica situata nell’odierna Arabia Saudita nord-occidentale.
Lì sposa una donna del posto, Zipporah, ed entra a far parte del clan di suo suocero: Ietro, un sacerdote.
Fin qui, potrebbe sembrare un semplice intermezzo narrativo. Aspetta.
È proprio Ietro, il sacerdote straniero, a guidare il primo grande sacrificio rituale in onore di YHWH, offrendo olocausti davanti a Mosè, ad Aronne, e a tutti gli anziani d’Israele (Es 18,12).
Dirai, vabbuò, ma allora semplicemente è un proto-ebreo, un sacerdote prima che siano istituiti i sacerdoti.
Beh, non è così.
Nel passaggio precedente Ietro pronuncia la formula: «Ora so che YHWH è più grande di tutti gli dèi». È una classica attestazione di monolatria, il modo di riconoscere la superiorità di un dio senza negare l’esistenza degli altri.
Ietro non è circonciso, Ietro non è ebreo, il dio a cui Ietro offre sacrifici è uno dei tanti, non l’Unico Dio.
Dirai, e che cambia?
Cambia.
La Bibbia è stata editata e riscritta secolo dopo secolo, con cambiamenti anche significativi, e si è cristallizzata poi, in un’epoca in cui i Midianiti (il popolo di Ietro) erano diventati nemici giurati e impuri d’Israele.
Ma allora perché degli scribi ebrei avrebbero dovuto inventare di sana pianta che Mosè, il fondatore della loro nazione, aveva appreso il culto del proprio Dio da un sacerdote straniero?
Non ha alcun senso, né teologico, né politico.
L’unica spiegazione plausibile è che questa storia era così antica, celebre, e radicata, da rendere impossibile la sua cancellazione.
È la cicatrice testuale di un fatto storico.
SCRITTO SULLA PIETRA
Arrivato fin qui penserai che si tratta di una disputa di gente con occhiali spessi che non ha niente di meglio da fare che leggere la Bibbia a cercare passaggi oscuri per costruire bizzarre teorie.
Risaliamo il Nilo, attraversiamo l’Egitto, arriviamo in Sudan. Siamo a migliaia di chilometri da Israele.
Siamo nel tempio di Soleb.
Il tempio è stato fatto costruire circa mille e quattrocento anni prima di Cristo dal faraone egizio Amenofi III
Sul basamento delle colonne, il faraone fece incidere una lista dei popoli stranieri sottomessi dall’impero. Tra i vari geroglifici, ne compare uno che ti interessa:
«Ta Shasu Yhw»
Tradotto letteralmente: “La terra dei nomadi di Yahu”.

1400 a.C., vuol dire secoli prima che una sola parola venisse scritta sulla Bibbia. Abbiamo il nome del Dio d’Israele.
E dove era, per gli egizi, questa “terra di Yahu”? Là dove ce la aspettiamo, nello stesso posto di prima. Nel deserto a sud, tra la penisola del Sinai, Edom e la terra di Madian. Il territorio di Ietro.
I FABBRI NOMADI
Possiamo andare ancora più in profondità.
Sempre nella tua odiata Bibbia, in Giudici (1,16) capiamo che i Midianiti sono chiamati anche Keniti.
Dirai, chemmifrega?
Occhio.
Kenita si scrive con la radice triletterale QYN, nelle lingue semitiche, è la radice della parola fabbro.
Torniamo nel deserto di Madian, da Ietro, il suocero di Mosè.
Madian e il deserto del Negev ospitavano all’epoca i più importanti distretti minerari del Vicino Oriente, come le famose miniere di rame di Timna.
In un mondo che stava faticosamente passando dall’età del bronzo a quella del ferro, chi sapeva estrarre il metallo dalle rocce e modellarlo col fuoco era un sacerdote del fuoco, era uno che maneggiava i segreti della terra.
Il Dio del deserto del Sud, il Dio dei Keniti-fabbri, è una divinità legata originariamente agli elementi della terra profonda e della metallurgia.
Si manifesta nel fuoco (il roveto ardente, anyone?), nel fumo che sale come quello di una fornace, fa tremare la terra, scatena tempeste e risiede su una montagna, il Sinai.
Ma se questo Dio apparteneva ai fabbri nomadi del deserto tra Arabia e Negev, come ci è finito sulle colline di Canaan, diventando il Dio d’Israele?
IL COLLASSO
Dobbiamo provare a descrivere il più grande disastro dell’antichità (ne abbiamo già parlato scrivendo dell’Odissea di Nolan).
È un evento che gli storici chiamano “Il collasso dell’Età del Bronzo”.
È una specie di venerdì nero di Wall Street sotto steroidi.
Siamo intorno al 1150 avanti Cristo. Nel giro di pochi decenni, i più grandi imperi del mondo crollano. Città incendiate, rotte commerciali interrotte, fame, nomadi razziatori che vengono dal mare.
Praticamente un film tipo Mad Max Fury Road meno divertente.
L’Egitto, stremato, abbandona le colonie in Canaan, la terra promessa, e chiude baracca anche nelle miniere di rame del Sud, come Timna.
Nel giro di pochissimo si crea un vuoto di potere gigantesco.
Nelle miniere e nei deserti del Sud rimangono gruppi di lavoratori semiti, nomadi Shasu, schiavi fuggiti ed emarginati sociali che per secoli hanno subito la frusta dei faraoni.
Questa gente non ha più un padrone. Guarda verso nord, verso le montagne centrali di Canaan, che all’epoca erano zone selvagge, boscose e quasi disabitate.
E inizia a camminare.
LA VERA STORIA DELL’ESODO
Quei nomadi del Sud portano con sé il loro Dio, YHWH.
Un Dio che non abita nei templi d’oro delle città della costa. Un Dio che sta nel deserto. Un Dio che non ama i faraoni. Un Dio che protegge i fuggiaschi.
Arrivati sulle montagne, queste tribù si mescolano con i contadini locali, fuggiti a loro volta dalle città-stato cananee in rovina.
Da questo mix di disperati, pastori e metallurghi, nasce una nuova entità culturale e politica.
Nasce Israele.
Il racconto biblico dell’Esodo con masse enormi di schiavi ebrei che fuggono dall’Egitto è la trasposizione mitologica di questa migrazione. E’ il mito fondativo di un popolo.
Lo ribadisco, il mito si fonda su una storia vera, l’esperienza reale di quel piccolo gruppo di nomadi e fabbri del Sud, fuggiti davvero dal controllo egiziano.
Una volta integrati sulle colline del nord, la loro avventura è diventata la storia di tutti. La memoria storica di pochi è diventata l’identità teologica di una nazione intera.
L’EREDITÀ CANCELLATA
Secoli dopo, quando Israele diventa un regno con una capitale (Gerusalemme) e una classe di scribi e preti stanziali, il passato “straniero” di Dio inizia a diventare scomodo.
Il Dio del fuoco, delle tempeste e delle miniere deve diventare il Dio Unico, civilizzato, universale.
I vecchi alleati del deserto, i Midianiti, nel frattempo sono diventati rivali per il controllo delle terre, e la Bibbia, scritta più tardi, li descrive come nemici impuri da sterminare (Nm 31).
I preti di Gerusalemme purificano il culto, riscrivono i testi, centralizzano il potere. Ma non possono cancellare l’origine di Dio.
E così, nei testi più antichi della Bibbia (come nel Libro dei Giudici 5,4 o nel Deuteronomio 33,2), gli scribi sono costretti a lasciare scritto che YHWH «è uscito da Seir» e «ha marciato dai campi di Edom». Cioè dal deserto del Sud.
La prossima volta che senti qualcuno nominare quel Nome per strada, in officina o in chiesa, ricorda: quel Dio ha le mani sporche di fuliggine e i piedi coperti dalla sabbia rossa del deserto.
(Donald B. Redford: Egypt, Canaan, and Israel in Ancient Times – Princeton University Press; Thomas Römer: L’invenzione di Dio – Claudiana; Israel Finkelstein Sulle tracce di Mosè – Carocci)

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