Mentre le cancellerie europee erano impegnate a scambiarsi gli auguri di Natale e a discutere le virgole del nuovo Patto di Stabilità, Trump ha ridisegnato la mappa geopolitica dell’emisfero.
Washington ha lanciato una duplice offensiva strategica che segna la fine dell’ordine liberale post-1989 e il probabile ritorno dell’epoca dei Grandi Imperi.
A Sud ha decapitato la catena di comando in Venezuela. A Nord ha di fatto posto un ultimatum alla Danimarca per la cessione della Groenlandia.
Sembra l’applicazione brutale della “America Fortress”: gli Stati Uniti blindano le Americhe rendendole una fortezza inespugnabile ed energeticamente autosufficiente, prima di affrontare il gigante cinese.
L’Atlantico non è più un lago occidentale, è diventato un fossato difensivo che Washington intende controllare unilateralmente.
Fronte Sud: La fine dell’era Maduro
Nella notte tra il 20 e il 21 dicembre, il Comando Sud degli Stati Uniti (SOUTHCOM) ha avviato l’operazione “Hemispheric Shield”. Non abbiamo assistito a uno sbarco di Marines sulle spiagge di La Guaira come molti temevano. Washington ha optato per una strategia diversa che evita il coinvolgimento diretto di truppe di terra.
L’attacco si è svolto in tre fasi simultanee.
Primo, una campagna aerea massiccia condotta da droni e missili cruise lanciati dalle unità della Quarta Flotta. Gli obiettivi erano le infrastrutture critiche gestite da consiglieri stranieri: i sistemi radar russi S-300 dispiegati attorno a Caracas e le stazioni di ascolto e logistica cinesi nella penisola di Paraguaná.
Secondo, un blocco navale totale che ha impedito a tre superpetroliere battenti bandiera liberiana, ma di proprietà cinese, di caricare greggio al terminal di José.
Terzo, una serie di raid chirurgici condotti da contractor militari privati, una soluzione che permette alla Casa Bianca di negare tecnicamente un’invasione formale.
La giustificazione ufficiale del Segretario di Stato è stata la “necessità improrogabile di fermare il narcotraffico di stato e proteggere l’integrità territoriale della Guyana”, minacciata dalle rivendicazioni di Maduro sulla regione dell’Essequibo.
La realtà strategica è molto più cinica. Gli Stati Uniti hanno deciso di appropriarsi de facto delle riserve petrolifere venezuelane. Trump vuole il petrolio venezuelano per controllare il rubinetto energetico: negando a Pechino l’accesso al greggio pesante del Venezuela, Washington toglie alla Cina una delle sue poche alternative sicure in caso di blocco dello Stretto di Malacca.

Fronte Nord: L’assedio artico
Il 2 gennaio, mentre l’Europa rientrava dalle vacanze, il Presidente Trump ha dichiarato via social media che la Danimarca “ha dimostrato di non essere in grado di garantire la sicurezza del fianco artico della NATO”. Citando rapporti di intelligence su presunte attività sottomarine russe e investimenti minerari cinesi nell’isola, la Casa Bianca ha presentato a Copenaghen una richiesta che ha il sapore di un diktat.
Già nel 2019 c’era stata una goffa offerta di acquisto. La proposta attuale prevede un “leasing perpetuo” di tutte le infrastrutture portuali e aeroportuali della Groenlandia e l’estensione della giurisdizione militare americana oltre la base di Thule (Pituffik), coprendo l’intero territorio per 99 anni. Per sottolineare la serietà della richiesta, un gruppo d’attacco della Guardia Costiera USA, supportato da rompighiaccio della Marina, ha iniziato a pattugliare le acque territoriali groenlandesi, di fatto esautorando la sovranità danese con il pretesto di “assistenza alla navigazione e sicurezza”.
Gli obiettivi sono due.
Primo, il controllo delle terre rare. La Groenlandia possiede alcuni dei più grandi depositi non sfruttati di neodimio e disprosio, minerali essenziali per la produzione di batterie e caccia F-35. Ad oggi questi minerali sono monopolio quasi esclusivo della Cina.
Secondo, il controllo del passaggio a Nord-Ovest. Con lo scioglimento dei ghiacci, quella rotta diventerà un’autostrada commerciale. Gli Stati Uniti vogliono che sia un canale esclusivamente controllato da loro.
Trump sta mettendo alla prova la tenuta politica dell’Unione Europea e sta ridisegnando la gerarchia di potere sull’Atlantico, con lo sguardo già puntato allo scontro di lungo periodo con la Cina.
L’obiettivo è una Europa relegata a retrovia docile e divisa.
Il cuneo nell’Unione Europea
La risposta europea all’operazione in Venezuela è stata esitante, divisa, imbarazzata.
La Commissione ha parlato di “opportunità di una transizione democratica” in Venezuela, evitando di condannare apertamente il raid che ha portato alla cattura di Maduro e al controllo statunitense delle esportazioni di greggio.
A Est e nel Nordatlantico, governi che dipendono in modo forte dall’ombrello militare americano hanno preferito concentrarsi sulla fine del regime di Maduro, minimizzando la violazione del diritto internazionale.
A Ovest e nel cuore continentale, Francia e Spagna hanno parlato esplicitamente di “precedente estremamente pericoloso”, ma senza ottenere una linea comune più dura a Bruxelles.
Sul dossier Groenlandia le divisioni non sono meno profonde. Il sostegno formale a Copenaghen è stato immediato: Bruxelles ha ribadito che l’integrità territoriale del Regno di Danimarca è “linea rossa” e che la sovranità sull’isola non è negoziabile.
Dietro i comunicati, però, gli interessi divergono.
I Paesi nordici e baltici vedono nella pressione americana un indebolimento dell’architettura di sicurezza artica e chiedono più presenza europea nella regione.
Altri governi, preoccupati soprattutto dei rapporti bilaterali con Washington, lavorano per abbassare i toni.
Il risultato è che, nel giro di due settimane, Trump ha dimostrato che l’Unione non è in grado di difendere coerentemente né il diritto internazionale in Sud America né la sovranità di uno dei suoi Stati membri nel Nord Atlantico.
L’Europa continua a pensarsi come potenza normativa, ma si comporta come spettatrice che commenta a margine i colpi di scena scritti da altri.
Dividere l’Europa
Trump ha assimilato la lezione di Putin: un’Unione Europea divisa è più facile da condizionare, anche senza carri armati ai confini. Mosca usa il gas, i canali di influenza politica, le campagne di disinformazione. Washington usa il potere militare, l’accesso ai mercati, e le minacce di dazi per costringere ogni capitale europea a fare i conti in solitudine con la propria dipendenza dagli Stati Uniti.
La nuova dottrina della Casa Bianca è chiara nelle parole e nei fatti.
Sul Venezuela, Trump parla apertamente di “riprendersi” il petrolio e annuncia che gli Stati Uniti otterranno tra i 30 e i 50 milioni di barili a condizioni favorevoli, aprendo le porte alle major americane.
Sulla Groenlandia, insiste che gli USA “hanno bisogno” dell’isola per motivi di sicurezza nazionale e che l’attuale gestione danese è insufficiente a fronte di Russia e Cina.
In entrambi i casi il messaggio rivolto all’Europa è lo stesso. Non siete partner alla pari, siete spettatori interessati. Se accettate il fatto compiuto, l’ombrello americano resta aperto. Se vi opponete, la Casa Bianca ha molti modi per farvi pagare il prezzo, dai dazi sulle esportazioni europee fino alla riduzione del contributo alla sicurezza NATO.
L’Europa diventa così una costellazione di staterelli che negoziano singolarmente con Washington in una posizione di debolezza strutturale, come i piccoli regni dell’Europa ottocentesca costretti a misurare ogni scelta sulle reazioni delle grandi potenze.
L’Atlantico come spazio di egemonia
La dottrina Monroe, formulata nel XIX secolo per affermare che nessuna potenza europea doveva più interferire negli affari del continente americano, viene aggiornata al XXI secolo in chiave energetica e tecnologica.
Se nessun rivale strategico può assicurarsi basi, flussi di materie prime, e corridoi marittimi all’interno di questo spazio, Washington parte con un vantaggio decisivo nello scontro di lungo periodo con la Cina.
L’operazione venezuelana serve a riportare l’intero bacino caraibico sotto controllo americano, dal punto di vista militare oltre che energetico. La promessa di una parte dei proventi alla “ricostruzione del popolo venezuelano” non cambia la sostanza: chi decide flussi, contratti e destinatari è la Casa Bianca.
Il messaggio che arriva a Pechino è limpido: in futuro nessuna petroliera diretta verso porti cinesi potrà caricare greggio venezuelano senza il consenso americano.
A Nord, la logica è la stessa. Controllando infrastrutture, basi e corridoi della Groenlandia, gli Stati Uniti si garantiscono il ruolo di arbitro sui futuri traffici lungo le rotte polari e sullo sfruttamento delle terre rare necessarie per la transizione energetica e militare globale.
È la costruzione di una cintura di sicurezza che va dal Golfo del Messico all’Artico. In questa cintura, lo spazio di manovra europeo si riduce a interpretare, adattare, subire.
Sullo sfondo, USA vs Cina
Venezuela e Groenlandia sono i tasselli di un puzzle più grande che ha il suo centro di gravità in Asia.
La competizione tra Stati Uniti e Cina è una lotta per il controllo delle catene di approvvigionamento, dal petrolio alle terre rare, dalle rotte marittime ai cavi sottomarini.
Sul piano militare, i segnali di un possibile scontro sono già tutti presenti.
Nel Pacifico occidentale cresce il numero di incidenti tra navi e aerei militari intorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, mentre Washington rafforza le basi a Guam e nelle Filippine per poter sostenere una guerra di logoramento navale.
In parallelo, la “chiusura” dell’emisfero occidentale serve a ridurre la vulnerabilità energetica statunitense in caso di conflitto, rendendo superfluo il passaggio per gli stretti controllati da attori terzi.
La Cina osserva con inquietudine la trasformazione del Venezuela in un protettorato energetico americano. L’accesso al petrolio sudamericano era una delle opzioni studiate a Pechino per diversificare le forniture rispetto al Medio Oriente e alla Russia. Allo stesso tempo, vede nella stretta sulla Groenlandia una minaccia alla propria strategia artica, che puntava a utilizzare i porti del Nord Atlantico come parte delle “Nuove Vie della Seta” polari.
La combinazione di queste mosse aumenta il rischio di incidenti e di escalation indirette. Più gli Stati Uniti trasformano l’Atlantico in uno spazio esclusivo, più la Cina sarà incentivata ad accelerare i propri programmi militari e a cercare alleanze con altri attori scontenti dell’egemonia americana, dalla Russia all’Iran.
Non è ancora la guerra, ma è già la preparazione sistematica a un conflitto in cui l’Europa, divisa e dipendente, rischia di essere solo il teatro secondario di una partita decisa altrove.

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