Uno sciopero per restare a galla

dig

La CGIL ha indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025 per protestare contro l’attacco alla Flotilla diretta a Gaza, definendolo un “fatto di gravità estrema” e un “colpo all’ordine costituzionale”.

Il sindacato sceglie di mobilitare l’intero paese per una vicenda internazionale, come se ai lavoratori italiani potesse interessare un conflitto a migliaia di chilometri di distanza. La mossa, più che un atto di solidarietà, sembra un esercizio di sopravvivenza politica: quando i temi economici scottano, meglio parlare di genocidio.

Una base sempre più anziana

Nel 2024, la CGIL contava 5.172.844 iscritti, di cui 2.419.020 erano pensionati – il 46,76% del totale. Non male per un sindacato che dovrebbe rappresentare i lavoratori attivi. Il dato è talmente imbarazzante che il sindacato preferisce sottolineare la crescita degli under 35 (+5,98%) e degli stranieri (+1,68%), come se bastassero poche migliaia di giovani a bilanciare due milioni e mezzo di nonni. Il sindacato dei pensionati, lo SPI, è quasi un’organizzazione a sé, con una sua segretaria generale e una struttura capillare. Ma non chiamiamolo sindacato: è un’associazione di anziani che discute di assegni, badanti e centri sociali, non certo di salario minimo o contratti a termine.

Lo sciopero come spot politico

Lo sciopero del 3 ottobre è stato annunciato con toni apocalittici: “crimine contro persone inermi”, “genocidio”, “violenza inaccettabile”. Il messaggio è chiaro: se non siamo in grado di contrastare la politica economica del governo, almeno siamo bravi a fare rumore su temi che fanno notizia. Gaza, non il costo della vita. Il diritto internazionale, non il contratto di lavoro. La solidarietà, non il salario.

Comunicati pieni di pathos, vuoti di contenuti

La nota ufficiale parla di “aggressione contro navi civili” e di “azione umanitaria e di solidarietà verso la popolazione palestinese”. Ma dove erano i manifesti quando il governo ha tagliato le pensioni minime? O quando ha aumentato l’età pensionabile? Dove era la mobilitazione quando i giovani firmavano contratti a 800 euro al mese? Ah, sì: probabilmente erano tutti a discutere di autonomia differenziata o di referendum sul lavoro, altre due iniziative che hanno entusiasmato solo i dirigenti sindacali. La CGIL, insomma, preferisce giocare a fare il partito politico, con tanto di slogan e marce, piuttosto che tornare a fare il sindacato: contrattare, difendere, rappresentare.

La CGIL è ormai un’associazione di categoria che sopravvive grazie ai fondi pubblici, ai rimborsi elettorali e alla nostalgia di un’epoca in cui i cortei riempivano le piazze. Oggi, basta un tweet per mobilitare più gente di uno sciopero generale.

La CGIL ha scelto di cavalcare la crisi di Gaza non per solidarietà, ma per sopravvivere. Perché quando la tua base è composta per metà da pensionati e la tua agenda è vuota, l’unica strategia è fare rumore. E se il rumore non viene dal salario, viene dal Medio Oriente.

Una risposta a “Uno sciopero per restare a galla”

  1. […] difensori del popolo palestinese tacciono. Se a uccidere i palestinesi è Hamas, questo non causa scioperi, flottiglie, o […]

Rispondi

Scopri di più da Sette Dracme

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere