Negli ultimi mesi, nel calcio femminile americano è scoppiata una polemica enorme.
Per quanto possa sembrar strano alla mente di un maschio bianco tifoso di una squadra di serie A (sì, sto parlando di me) il calcio femminile negli USA è percepito come uno sport importante.
L’Angel City FC, squadra di Los Angeles, ha ingaggiato Prisca Chilufya, attaccante dallo Zambia. Immediatamente questo ingaggio è diventato il campo di battaglia tra chi vuole difendere la categoria femminile e chi fa finta che non esista nessun problema.
Ma qual è davvero il problema con Chilufya? Le sue caratteristiche biologiche.
In passato l’atleta è stata esclusa da alcune competizioni africane perché i suoi livelli di testosterone sono superiori a quelli che la federazione continentale africana (CAF) considera compatibili con lo sport femminile.
A causa di queste regole, Chilufya è stata costretta a saltare le Olimpiadi del 2020 e la Coppa d’Africa del 2022.
Chi può giocare nello sport femminile?
Se non vengono definiti criteri chiari e scientifici, la competizione perde senso e diventa ingiusta per chi compete da donna.
Da un punto di vista scientifico, il testosterone è un ormone che influisce sulle prestazioni atletiche. Nei maschi, i livelli sono molto più alti che nelle femmine. È questo ormone che fa aumentare la massa muscolare, la forza fisica, la velocità, e la capacità di recupero.
E’ dimostrato da studi che atlete con livelli elevati di testosterone possono avere un vantaggio sulle prestazioni atletiche tra il 5% e il 15%. Una differenza enorme nelle competizioni di vertice dove anche un respiro può cambiare le sorti di una gara.
Proprio per questo molte federazioni internazionali impongono limiti precisi sui livelli di testosterone per poter gareggiare nelle categorie femminili, per assicurare che la gara sia equa e sicura per tutte.
La polemica interna alla squadra
Una compagna di squadra dell’Angel City ha scritto un editoriale su un giornale chiedendo regole più rigide. La capitana ha risposto duramente, denunciando l’editoriale come una discriminazione e chiedendo rispetto.
Lo sport femminile è stato creato per evitare che le donne vengano schiacciate dalle differenze biologiche fra uomini e donne. Per dirla semplice, lo sport femminile esiste per proteggere le donne.
Se gli uomini gareggiassero contro le donne, non ci sarebbero donne che praticano sport a livello apicale. Questa non è un’opinione, è un fatto. Già molte volte le nazionali di calcio femminile hanno organizzato amichevoli contro squadre giovanili maschili, perdendo sempre sonoramente. La differenza biologica è abissale.
Non è la prima volta che lo sport femminile si trova al centro di polemiche simili a quelle su Chilufya.
L’atleta algerina Imane Khelif era stata esclusa dai Campionati mondiali dilettantistici del 2023 perché i test della federazione avevano rilevato livelli di testosterone troppo alti e la presenza di cromosomi XY, elementi che, secondo le regole dell’International Boxing Association (IBA), le impedivano di competere tra le donne per garantire equità e sicurezza.
Nonostante ciò, il Comitato Olimpico Internazionale ha permesso a Khelif di partecipare ai Giochi di Parigi 2024, applicando norme più inclusive e meno rigide rispetto a quelle della IBA. La sua partecipazione ha scatenato forti polemiche, soprattutto in Italia, quando la pugile azzurra Angela Carini si è ritirata dall’incontro dopo soli 46 secondi, sostenendo che subire i colpi di Khelif fosse troppo doloroso e denunciando un «confronto impari».
La vicenda di Imane Khelif illustra il difficile equilibrio tra inclusività e tutela della categoria femminile, soprattutto in uno sport di contatto come la boxe, dove la differenza di forza fisica può anche mettere a rischio la sicurezza delle atlete. Mentre il Comitato Olimpico spinge per una linea più aperta, la federazione mantiene regolamenti rigorosi per assicurare condizioni di gara eque. Questo caso è esempio lampante di quanto servano regole chiare, scientifiche e uniformi per prevenire conflitti, garantire sicurezza, e mantenere la credibilità nello sport femminile.
Veronica Ivy ha gareggiato per anni nella mountain bike dopo la transizione di genere. Ivy non è stata una semplice partecipante, ha ottenuto risultati straordinari, vincendo numerose competizioni internazionali e stabilendo record impressionanti nelle gare a cronometro. Le sue prestazioni hanno spesso superato quelle di molte atlete nate donne, alimentando ulteriormente il dibattito sul reale vantaggio competitivo derivante dai suoi livelli di testosterone e dalla sua storia biologica. Questi risultati non sono solo numeri, ma segnali concreti di come certe differenze possano influenzare la competizione sportiva femminile a livello élite.
Le regole
Eppure, quando si prova a parlare di regole chiare e rispettose, si scatena subito il fuoco delle accuse di transfobia o discriminazione. Chi chiede trasparenza viene attaccato, chi vuole totale inclusione spesso ignora le evidenze. Nel frattempo federazioni, leghe, e club giocano a nascondino, lasciando le atlete sole al centro di una guerra mediatica che svuota di dignità lo sport femminile.
Chi difende la categoria femminile non vuole escludere persone, ma mantenere una competizione vera e giusta e proteggere il motivo per cui lo sport femminile deve esistere: proteggere le donne dalla competizione con gli uomini. Chi finge che non esista un problema rischia di distruggere lo spazio conquistato dalle donne con fatica.
Se vogliamo davvero bene allo sport femminile dobbiamo avere il coraggio di chiedere regole semplici, trasparenti, scientifiche, e condivise. Serve chiarezza su chi può partecipare, come, e con quali tutele. Senza questo, ogni caso sarà solo occasione per nuovi scontri e perdita di credibilità.

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