Il doppio standard dell’accusa di genocidio tra Sudan e Gaza

La presa della città di El Fasher da parte delle RSF sudanesi nei giorni 26 e 27 ha coinciso tragicomicamente (si fa per dire) col prosieguo del caso giudiziario di accusa di genocidio da parte del Sud Africa contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ).

Questo sincronismo rivela una lacuna profonda nel modo in cui la comunità internazionale affronta i crimini contro l’umanità.

Mentre il genocidio in Sudan continua senza conseguenze diplomatiche, il caso contro Israele procede nei tribunali internazionali.

La disparità sottolinea come la visibilità mediatica modelli la giustizia internazionale molto più della legge stessa. Come dicevamo, conta solo di chi urla più forte, non da che parte sta la ragione.

La catastrofe sudanese ignorata

I numeri parlano da soli. Il conflitto ha causato almeno 150.000 morti, con oltre 11,5 milioni di persone sfollate e quasi 24,6 milioni in grave insicurezza alimentare.

Il Sudan è attualmente la peggiore crisi mondiale, questo secondo le agenzie delle Nazioni Unite.​

Gli ultimi giorni sono stati di una brutalità difficile da credere. Talmente grande che perfino i media occidentali hanno iniziato a spostare il focus dal Medioriente all’Africa.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riferito che l’RSF ha ucciso di 460 persone in un ospedale, con vittime tra pazienti e visitatori.

Le Nazioni Unite hanno documentato che, prima di questo, l’RSF aveva già all’attivo 285 attacchi contro strutture sanitarie con almeno 1.204 morti tra operatori sanitari e pazienti dall’inizio del conflitto.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha ricevuto numerosi e inquietanti resoconti di persone giustiziate, arresti illegali, e aggressioni contro strutture sanitarie.

Nelle ultime ore, in particolare, è emerso dai social network un video in cui una donna chiede pietà, con in braccio i suoi figli molto piccoli, visibilmente terrorizzata. Il video si conclude con le RSF che li uccidono tutti.

Il caso sudafricano e il processo di giustizia internazionale

La Sud Africa ha avviato procedimenti presso l’ICJ il 29 dicembre 2023, accusando Israele di violare la Convenzione sul Genocidio del 1948 attraverso le sue azioni a Gaza.

All’epoca della presentazione, il bilancio dei morti a Gaza era di poco inferiore a 24.000 secondo il Ministero della Salute di Gaza (vale a dire Hamas). Attualmente, il bilancio è salito a oltre 67.000 persone uccise, con Israele che sostiene che circa la metà erano combattenti.

L’ICJ ha tenuto udienze pubbliche l’11 e il 12 gennaio 2024. Nella sua ordinanza di misure provvisorie del 26 gennaio 2024, la Corte ha dichiarato che era plausibile che alcune azioni israeliane potessero violare i diritti protetti dalla Convenzione sul Genocidio e ha ordinato a Israele di adottare tutte le misure per prevenire atti contrari alla Convenzione. Sui media abbiamo letto che Israele era stata condannata, ma non è così. La Corte ha raccomandato a Israele delle azioni per evitare che un genocidio si verificasse. Sono delle cose ben diverse.

(Un conto è condannarvi per aver investito con l’auto un pedone che attraversa​va sulle strisce pedonali. Un altro è raccomandarvi – imporvi, perfino – di non andare a cento all’ora in una zona pedonale per evitare di stendere qualcuno sull’asfalto.)

Il processo prosegue lentamente, neanche l’ICJ fosse un tribunale della Repubblica Italiana.

Nel luglio di quest’anno, l’ICJ ha esteso di sei mesi la scadenza per Israele al fine di depositare i suoi contromemoriali, quindi ne riparleremo non prima del gennaio prossimo.

Gli esperti di diritto internazionale prevedono che una sentenza finale arriverà per il 2027-2028.

La cosa buffa, se non fosse inquietante, è che il Sud Africa ha accolto trionfalmente, nel gennaio dell’anno scorso, il leader delle RSF, Mohamed Hamdan Dagalo.

Il tutto mentre le RSF erano già accusate di atrocità sistematiche e il Dipartimento di Stato statunitense le aveva formalmente ritenute responsabili di genocidio.

La visita in Sud Africa è stata interpretata dagli osservatori internazionali come una mossa strategica per legittimare e rafforzare la posizione internazionale delle RSF, ampliando la rete di contatti oltre i tradizionali sostenitori della regione come Ciad ed Emirati Arabi Uniti.

L’accoglienza riservata a Dagalo ha suscitato critiche per l’apparente paradosso etico e diplomatico, proprio mentre il Sud Africa portava avanti la sua battaglia legale per l’accusa di genocidio israeliano a Gaza all’Aia.

Il divario della risposta internazionale

Le disparità nella copertura mediatica sono documentate e significative. Nell’ultimo anno il New York Times ha pubblicato quasi 10 volte più articoli su Gaza rispetto al Sudan.

Le differenze nella consapevolezza pubblica sono ugualmente drammatiche. Un sondaggio YouGov nel Regno Unito ad aprile ha rilevato che solo il 5% degli adulti britannici credeva che il Sudan stesse affrontando la più grande crisi umanitaria mondiale, mentre il 42% ha indicato Gaza.​

Le disparità nel finanziamento umanitario riflettono ulteriormente questa disarticolazione. A tutto giugno ’25 l’appello umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan rimane finanziato a meno del 27%.​ La stima del totale degli aiuti inviati in Sudan da ottobre 2023 a oggi si aggira attorno alla cifra dei 4 miliardi di dollari. Il Sudan ha una popolazione di 48 milioni di persone.

A Gaza, nello stesso periodo, sono arrivate svariate decine di miliardi di dollari di aiuti, per una popolazione venti volte inferiore.

Volendo fare della stupida matematica, e limitando a “soli” 20 miliardi la stima degli aiuti ai gazawi, e ponderando tutta la popolazione del Sudan, la sproporzione dice che i sudanesi sono stati aiutati di un fattore di cento volte inferiore.

Il concorso esterno

Un elemento cruciale del caso sudanese, spesso trascurato nel dibattito internazionale, è il sostegno esterno all’RSF. A febbraio il Sudan ha portato un caso presso la Corte Internazionale di Giustizia contro gli Emirati Arabi Uniti.

Il Sudan ha affermato che gli Emirati avevano violato l’obbligo internazionale di prevenire il genocidio, fornendo ami all’RSF.​ Ovviamente chi legge non ha mai sentito parlare di questo caso giudiziario, ma non è colpa vostra. I media occidentali avevano gli occhi solo per Gaza e i cattivi israeliani.

Un panel ONU di gennaio 2024 ha rivelato in un report che l’RSF ha iniziato a utilizzare “diversi tipi di armi pesanti e/o sofisticate che non utilizzavano prima,” inclusi droni da combattimento senza equipaggio, obici, sistemi missilistici multipli, e armi anti-aeree. Il panel ha identificato “nuove linee di rifornimento militare” che passano “attraverso il Ciad, la Libia e il Sud Sudan,” con l’Est del Ciad come la principale rotta di trasporto.​

Un’inchiesta esclusiva di Reuters ha rivelato che il panel stava “indagando come granate da mortaio esportate dalla Bulgaria negli Emirati Arabi Uniti finirono in un convoglio di rifornimenti per i combattenti della milizia Rapid Support Forces”.

Gli investigatori dell’ONU avevano richiesto i manifesti di carico per 15 voli provenienti dagli aeroporti degli Emirati diretti ad Amdass e Adjam in Ciad. Nel novembre 2024, le autorità degli Emirati si sono rifiutate di fornire questi documenti, dicendo di aver difficoltà nel rispettare le scadenze così strette.​

Secondo rapporti dell’Atlantic Council basati su video acquisiti nel novembre 2024, il Sudan Liberation Movement ha intercettato un convoglio nel deserto del Darfur, rivelando razzi anti-carro Kornet, munizioni, e equipaggiamento da combattimento apparentemente originari dagli Emirati.

I combattenti hanno esibito passaporti colombiani con visti di uscita degli Emirati come prova della “rete internazionale torbida” che alimenta il conflitto sudanese.​

Nonostante questa documentazione, la pressione diplomatica sui fornitori esterni rimane minima.

Le autorità degli emirati hanno negato le accuse.

L’incoerenza della giustizia penale internazionale

Questo contrasto svela una verità scomoda sulla struttura della giustizia penale internazionale contemporanea che opera in modo visibilmente asimmetrico.

La Corte Penale Internazionale (ICC) ha aperto un’inchiesta su crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Sudan nel luglio 2023. Due anni dopo, nel luglio di quest’anno, l’ICC ha riferito alle Nazioni Unite che ci sono “ragionevoli motivi di credere” di essere in presenza di crimini di guerra.

Tuttavia, gli esperti di diritto internazionale hanno sottolineato che sebbene l’ICC potrebbe teoricamente perseguire funzionari degli Emirati per complicità nel genocidio sudanese, tale azione affronterebbe grossi ostacoli dal punto di vista pratico.​

Il contrasto tra il trattamento del caso sudanese e il caso sudafricano illustra una verità fondamentale sul sistema internazionale contemporaneo. La giustizia penale internazionale rimane profondamente plasmata da considerazioni geopolitiche, dalla capacità di influenzare il discorso mediatico, e dai calcoli degli interessi nazionali.

La Sud Africa ha il diritto legale di portare avanti la sua causa contro Israele presso l’ICJ. Tuttavia, il fatto che una determinazione formale di genocidio negli USA in Sudan nel gennaio 2025 non abbia generato la stessa pressione diplomatica, copertura mediatica, o mobilitazione della comunità internazionale osservata nel caso Gaza suggerisce che il sistema internazionale rimane profondamente distorto.

Il Sud Africa, come Paese sovrano, ha anche il diritto di ospitare il leader di una fazione che sta mietendo vittime di un vero genocidio.

Noi abbiamo il diritto, però, di sottolineare l’ipocrisia di questa posizione del Sud Africa.

I media occidentali, le istituzioni internazionali, e i governi affrontano una questione morale: se il genocidio in Sudan riceve una frazione della risposta diplomatica riservata al caso Gaza, su quale base il sistema internazionale afferma di operare secondo un principio di uguaglianza legale?

Una vera giustizia internazionale non può permettersi queste incongruenze senza compromettere la sua legittimità legale e morale.

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