Georgia, la strada europea è l’unica garanzia di libertà

A Tbilisi la piazza di Rustaveli continua a riempirsi ogni sera perché la scelta è esistenziale: o l’Europa dello Stato di diritto e delle alleanze che proteggono i piccoli dall’aggressione, o il ritorno a un’orbita russa.

Orbita russa che in Georgia significa limitazione della stampa, intimidazione degli attivisti, e pressione giudiziaria su chi dissente.

L’integrazione europea non è un capriccio ma una clausola identitaria, ma scritta nella Costituzione e confermata da anni di consenso sociale.

La sicurezza reale del Paese passa alla cooperazione con la NATO, come dimostrano le esercitazioni congiunte e l’interoperabilità con gli eserciti alleati.

La minaccia

La legge sugli “agenti stranieri” rappresenta molto più di una norma amministrativa: è diventata il simbolo di una possibile svolta autoritaria che minaccia la vocazione europea del Paese.

Ufficialmente chiamata Foreign Agents Registration Act (FARA), essa obbliga non solo le organizzazioni ma anche i singoli cittadini che ricevono più del 20% dei propri finanziamenti o guadagni dall’estero a registrarsi presso il Ministero della Giustizia come “agenti di un potere straniero”.

A differenza della legge statunitense del 1938 (da cui prende nome ma non spirito) la versione georgiana non si limita a regolare le attività di lobbying per governi esteri ostili, ma estende il raggio d’azione fino a includere ONG, fondazioni umanitarie, gruppi culturali e media indipendenti.

Chi è costretto a iscriversi nel registro viene sottoposto a obblighi gravosi: rendicontazioni annuali, controllo dei bilanci, ispezioni sulle attività, con il rischio di sanzioni penali fino a cinque anni di reclusione.

Le autorità ottengono anche il diritto di accedere ai dati personali dei membri e collaboratori, di fatto aprendo la strada a forme di intimidazione giudiziaria o fiscale.

È proprio questa impostazione a sollevare forti critiche: non si tratta di trasparenza, ma di stigmatizzazione strutturale che mira a screditare chiunque riceva fondi europei o americani per progetti civici, educativi, o di monitoraggio democratico.

La somiglianza con una legge del tutto simile adottata da Mosca nel 2012 è lampante.

Non sorprende che organizzazioni civiche, redazioni indipendenti e osservatori europei la giudichino incompatibile con gli standard su associazione ed espressione, denunciando un restringimento strutturale dello spazio civico che allontana Tbilisi dal percorso di adesione.

​La piazza

Gli ultimi giorni a Rustaveli mostrano una verità semplice: ogni fermo, ogni idrante, ogni nuova stretta amministrativa non piega la piazza

Si riformano i cordoni e si torna a chiedere elezioni e liberazione dei detenuti politici, sventolando fianco a fianco la bandiera georgiana e quella europea come unico argine alla “normalizzazione” russa del Paese.

L’appello della piazza è chiarissimo: riallineare la politica estera agli impegni euro‑atlantici, respingere la deriva di ispirazione russa, e tornare a un’agenda di riforme che renda concreto l’obiettivo di adesione alla NATO.

L’appoggio euro-atlantico serve in chiave deterrente, in un contesto regionale segnato dall’aggressione russa all’Ucraina e dalle occupazioni de facto in Abkhazia e Ossezia del Sud.

​L’evoluzione

Il 4 ottobre ha segnato un punto di non ritorno: gli scontri attorno al palazzo presidenziale e la risposta con idranti e spray urticante hanno reso chiara la distanza tra la narrazione del potere e il sentimento della cittadinanza.

La reazione del governo, che ha evocato tentativi di rovesciamento e accusato i Paesi europei di “interferenze”, conferma l’imbarazzo di chi rifiuta di riconoscere che è l’Europa che può proteggere davvero i georgiani, mentre la Russia offre solo dipendenza strategica e compressione delle libertà.

Per questo le sanzioni personali valutate in sede europea e la pressione diplomatica sono segnali cruciali di sostegno operativo alla società civile.

​La scelta

L’alternativa non è tra ordine e caos, ma tra un ordine europeo di diritti e libertà individuale, e un ordine autoritario di ispirazione russa che usa la legge per punire il dissenso.

La piazza di Rustaveli sceglie ogni sera il primo, e chiede che l’Unione e l’Alleanza atlantica lo rendano sostenibile con impegni chiari, investimenti, programmi di sicurezza ,e una roadmap di adesione credibile.

Anche il linguaggio del diritto deve tornare dalla parte giusta: ritirare la legge sugli “agenti stranieri”, cessare l’uso strumentale delle norme sui raduni, e aprire un dialogo politico sulle elezioni sono condizioni minime per riaprire la porta europea.

Finché Rustaveli resiste, la scelta è viva: Europa e NATO non sono slogan, ma l’architettura di sicurezza e libertà che sola può assicurare ai georgiani un futuro sovrano, prospero, e al riparo dall’imperialismo del Cremlino

Una risposta a “Georgia, la strada europea è l’unica garanzia di libertà”

  1. […] la propria integrità territoriale, e la Russia non sembra intenzionata a sospendere i suoi piani espansionistici e imperiali […]

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