Il recentissimo accordo per la tregua tra da Israele e Hamas ha portato alla liberazione di decine di detenuti palestinesi condannati per gravissimi reati di terrorismo e omicidio.
Ergastolani macchiatisi di attacchi letali contro civili e militari israeliani sono stati liberati con una pacca sulla spalla. Salutavano sempre.
La realtà che emerge da queste settimane è chiara e innegabile: nessun Paese arabo è disposto ad accogliere questi bravi ragazzi, nemmeno temporaneamente.
Il caso emblematico è quello di Murad Abu al‑Rub, condannato a 400 anni di carcere per aver ucciso quattro soldati israeliani, e oggi confinato in un hotel egiziano sotto sorveglianza perché nessuno lo vuole tra la propria popolazione. Chissà come mai.
Il rifiuto arabo, la scelta di Israele
Gli accordi internazionali sottoscritti durante la tregua hanno imposto la deportazione degli ergastolani, per evitare che potessero tornare a minacciare la sicurezza di Israele e della regione.
Eppure, il rifiuto degli Stati arabi di accogliere questi detenuti dimostra non solo l’isolamento di Hamas e dei suoi militanti più violenti, ma anche la totale mancanza di appoggio concreto da parte dei Paesi confinanti.
Le autorità egiziane hanno accettato di ospitare i criminali solo come soluzione di transito e sotto vigilanza, in attesa di una destinazione definitiva che nessuno però sembra voler offrire.
Abu al‑Rub, come altri liberati nell’ambito della “deportazione”, denuncia di essere stato abbandonato dalla stessa leadership palestinese e dagli alleati regionali.
Intanto, fonti israeliane e internazionali sottolineano il rischio che esponenti di alto profilo del terrorismo possano tornare in attività. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.
I crimini
La selezione dei detenuti liberati include figure come Abu al‑Rub, condannato per aver preso parte a un attacco armato nel 2006 in cui sono rimasti uccisi quattro militari israeliani.
Secondo la prassi del diritto israeliano questo significa un ergastolo per ogni vittima. Cumulativi.
Analogamente, Mohammad Abu Tbeikh (appartenente alla Jihad islamica) è stato condannato a due ergastoli e altri 15 anni per aver diretto la produzione di ordigni esplosivi che hanno seminato terrore e distruzione nell’area di Jenin durante la Seconda Intifada.
Da fonti internazionali emergono dettagli inquietanti sulle attività criminali contestate a questi simpatici giocherelloni.
Fabbricazione di cinture esplosive, pianificazione di attentati, leadership operativa di cellule terroristiche. Tutto il repertorio.
La severità delle sentenze rispecchia la gravità dei crimini commessi, non si tratta di “prigionieri politici” ma di responsabili di aver versato sangue innocente, colpiti nel quadro della lotta al terrorismo.
Israele, nella trattativa, ha escluso la possibilità di rientro dei criminali nei territori palestinesi, proprio per i possibili rischi di recidiva e di destabilizzazione locale.
Il fallimento della narrativa palestinese
Il trattamento riservato agli ex detenuti dimostra il totale isolamento diplomatico e umano dei terroristi più noti.
La narrazione “palestinese” che vuole questi criminali come “eroi della resistenza” si infrange davanti all’evidenza: nessuno li vuole, né come rifugiati né come combattenti, e la loro stessa presenza preoccupa governi e opinioni pubbliche nel mondo arabo.
Israele, con fermezza e pragmatismo, ha imposto la deportazione come unica garanzia di sicurezza per la propria popolazione: una strategia che si è rivelata la sola efficace.
Chi si macchia di terrorismo resta solo, respinto perfino dai Paesi che predicano solidarietà. Solo a parole.

Rispondi