16 settembre – Mauro de Mauro, ritratto di un italiano

Viale delle Magnolie, Palermo, 16 settembre 1970, ore 21.00 circa

Palermo

La BMW 1600 di Mauro De Mauro accosta davanti al portone del civico 58.

La figlia Franca, 21 anni, scende dall’auto, entra nell’androne, deve risalire in casa, deve andare avanti con i preparativi, tra due giorni è fissata la data del suo matrimonio.

Franca e Mauro sono di ritorno da un giro di compere proprio in vista del matrimonio, in macchina una bottiglia di liquore, tutto per la festa.

Franca sente una voce provenire dalla strada, si volta. Franca riesce a sentire solo una parola, in modo distinto. 

Ammunì. Andiamo.

Suo padre, Mauro, non è sceso dall’auto. Franca fa un passo o due per vedere che succede, ma la strada è buia, lei è già distante, intuisce qualche figura salire in auto, la BMW riparte. Di suo padre, neanche una traccia.

La BMW verrà ritrovata la sera dopo, un chilometro e mezzo più in là.

Nella macchina gli inquirenti troveranno ancora la bottiglia di liquore, delle carte con degli appunti, le sigarette di Mauro, nessuna traccia di colluttazione, nessuna traccia di sangue, nessuna traccia di Mauro.

Non verrà mai più ritrovato.

Il fascismo

Junio Valerio Borghese, 1943-45

Mauro De Mauro era nato a Foggia nel 1921, rimasto nel capoluogo pugliese fino al 1943, quando la famiglia decise di trasferirsi a Roma e lui di iscriversi a Giurisprudenza alla Sapienza.

Non c’è nulla di particolare da segnalare nell’infanzia e giovinezza di De Mauro.

L’8 settembre 1943 però cambia tutto, anche De Mauro.

Ventidue anni compiuti da dieci giorni, l’esercito che si dissolve e le istituzioni che fuggono verso Sud. In questo caos, De Mauro non torna in Puglia, dove invece stanno andando il Re e il Governo. Resta dov’è, a Roma. Sceglie la continuità del fascismo.

Si arruola nel nucleo romano della Xª Flottiglia MAS comandata da Junio Valerio Borghese e aderisce alla neonata Repubblica Sociale Italiana (RSI).

A Roma, occupata dalle truppe tedesche, De Mauro viene inquadrato nei servizi informativi della RSI. Dall’ottobre del 1943 al maggio del 1944 si occupa di intelligence, controspionaggio (ovvero, combatte a modo suo contro i partigiani), e raccoglie informazioni per reprimere la Resistenza e stanare gli oppositori politici del nazifascismo.

È un lavoro di raccordo operativo che lo porta a stretto contatto con l’apparato repressivo nazista. Frequenta la sede della Sicherheitspolizei e del Sicherheitsdienst in via Tasso, interfaccia diretta del comando di Herbert Kappler ed Erich Priebke. Le sue funzioni incrociano anche l’attività del Reparto Speciale di Polizia guidato da Pietro Koch.

La Sicherheitspolizei (Sipo, la polizia di sicurezza) e il Sicherheitsdienst (SD, l’intelligence delle SS) costituiscono la spina dorsale del terrore nazista nella capitale occupata.

Nell’edificio di via Tasso 145 frequentato da De Mauro si trova la centrale operativa e la prigione di massima sicurezza. È lì che si pianifica la caccia ai partigiani, agli ebrei, e ai dissidenti. È lì che gli interrogatori si trasformano spesso in tortura.

A capo della struttura c’è il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, capo dell’apparato repressivo tedesco a Roma (e regista del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943). Al suo fianco opera il capitano delle SS Erich Priebke, suo braccio destro, responsabile del coordinamento investigativo, degli interrogatori, e futuro organizzatore delle esecuzioni.

Il Reparto Speciale di Polizia guidato da Pietro Koch è l’eco italiana della repressione nazista. La “banda Koch” è un corpo paramilitare fascista nato per reprimere la lotta partigiana e che agisce con metodi da squadrone della morte, trasformando gli interni di alcuni alberghi romani in prigioni e centri di tortura. Koch e i suoi uomini lavorano in simbiosi con il comando tedesco di via Tasso, rifornendolo di prigionieri, e liste di oppositori da eliminare.

Nel maggio del 1944, De Mauro, con le truppe alleate alle porte della capitale, riceve la nomina a funzionario di Pubblica Sicurezza repubblichino.

In una Roma sull’orlo del crollo militare, con il fronte di Cassino ormai spezzato e gli Alleati a pochi chilometri, assumere un ruolo di vertice nella Pubblica Sicurezza della RSI significa gestire la fase più disperata e violenta dell’occupazione. Vuol dire avere potere di controllo sul territorio, coordinare le ultime retate, gestire gli elenchi dei sospetti, organizzare la messa in sicurezza (o la distruzione) della documentazione riservata prima della fuga. Per un ragazzo di ventitré anni, è la conferma della fiducia conquistata all’interno del regime fascista.

Il 4 giugno 1944 gli Alleati entrano in città. De Mauro abbandona Roma e il 9 giugno risulta già in rotta verso Firenze, per poi ripiegare al Nord, nel cuore della Repubblica Sociale di un Mussolini pupazzo dei nazisti.

Nella Repubblica del Nord

Giunto a Milano De Mauro viene subito reinquadrato sotto il comando diretto di Junio Valerio Borghese. La Xª MAS è uno Stato nello Stato, è dotata di un proprio servizio d’intelligence e di un’aggressiva macchina propagandistica.

De Mauro viene assegnato alla Sezione Stampa e Propaganda del Comando, operando come cerniera con il Ministero della Cultura Popolare. Ma per lui la scrittura non è mai disgiunta dal lavoro nell’ombra. Tra Milano e Novara, mentre firma articoli ideologici per il regime, continua a militare nei servizi d’informazione. Raccoglie notizie sulle formazioni partigiane piemontesi e lombarde, stila rapporti, partecipa alle attività di controspionaggio per prevenire infiltrazioni e sabotaggi.

All’inizio del 1945, con il fronte ormai alle porte e il regime al collasso, De Mauro rimane al suo posto nell’apparato informativo della Decima a Milano. È un tentativo disperato di mantenere il controllo in una città percorsa dalla rete clandestina della Resistenza.

Il 25 aprile l’insurrezione generale travolge il Nord. Quando Borghese ordina lo scioglimento della Xª MAS nel cortile del Collegio San Carlo, la resa dei conti è aperta. Nel caos di quei giorni, tra rese sommarie, arresti e ritorsioni, Mauro De Mauro riesce a svanire nel nulla. Non si consegna né ai partigiani né alle truppe alleate. Si dissolve nella clandestinità, adotta una falsa identità e si nasconde, sfuggendo alle maglie della giustizia partigiana e ai primi procedimenti di epurazione. Per lui inizia un altro capitolo, la vita nell’ombra del dopoguerra.

La fuga in incognito

Svanire nel Nord insorto non è un’operazione semplice per chi ha militato nell’intelligence della Decima MAS. Le brigate partigiane e i Comitati di Liberazione Nazionale setacciano le città, le rese dei conti sono immediate, l’epurazione è violenta e sommaria.

De Mauro usa documenti falsi, sfrutta la rete d’ombra dei reduci repubblichini, e scende verso Sud. Mantiene un profilo invisibile mimetizzandosi tra la Campania, la Puglia, e Roma, zone sotto l’amministrazione alleata dove la caccia al fascista si sta affievolendo e il caos del dopoguerra offre una copertura perfetta.

La clandestinità dura pochi mesi. Tra la fine del 1945 e i primi del 1946 la Pubblica Sicurezza e il controspionaggio alleato individuano l’ex funzionario della RSI. De Mauro viene tratto in arresto e scompare dietro il filo spinato dei campi di prigionia gestiti dagli Alleati per gli ex combattenti della Repubblica Sociale e i sospetti criminali di guerra.

Inizia la stagione dei processi. La Magistratura apre un fascicolo che raccoglie tutto quanto De Mauro aveva fatto nel suo lavoro a Roma e al Nord. Collaborazionismo con l’occupante tedesco, sequestro di persona, violenze commesse nell’esercizio delle sue funzioni.

Gli inquirenti mettono sotto lente di ingrandimento il suo ruolo a via Tasso, sospettando che abbia contribuito a compilare o vagliare la lista degli ostaggi consegnati a Herbert Kappler per la strage delle Fosse Ardeatine.

A salvare la sua posizione interviene la politica. Il 22 giugno 1946 il ministro della Giustizia Palmiro Togliatti firma il decreto d’amnistia. Un colpo di spugna di Stato pensata per pacificare il Paese che cancella i reati politici minori e proscioglie De Mauro dai capi d’imputazione generali per collaborazionismo. Per l’accusa più grave, la complicità nella strage delle Fosse Ardeatine, l’amnistia non basta. De Mauro finisce a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Bologna.

Il dibattimento è un corpo a corpo con le testimonianze del terrore romano, tra amnesie di comodo e la difficoltà di attribuire responsabilità individuali precise nella catena di comando nazifascista. Nel 1948 la Corte d’Assise lo assolve. Insufficienza di prove.

A ventisette anni Mauro De Mauro torna a essere un libero cittadino, incensurato di fronte alla legge ma segnato da un passato ingombrante. A Roma o a Milano la sua figura evoca le stanze di via Tasso e i servizi segreti della Decima. Si sposa e decide di cambiare aria, cercando un posto lontano dalla memoria del biennio di occupazione, il biennio della Repubblica sociale, lontano dai partigiani e la loro memoria, un luogo dove nessuno chieda conto di cosa avesse fatto De Mauro in quel periodo. Palermo.

Inizi da giornalista

De Mauro ha una formazione giuridica, una prosa affilata, e un’attitudine naturale a muoversi dietro le quinte. Entra nel mondo dell’informazione siciliana partendo dalle testate locali.

De Mauro si occupa di cronaca nera cittadina. Il suo stile emerge subito. Aggressivo, ritmato, visivo. De Mauro cerca le fonti, scava nei retroscena, applica alla pagina stampata l’ossessione per il dettaglio e per il riscontro.

Tra il 1948 e il 1958, De Mauro si mimetizza nella routine del giornalismo locale, facendosi apprezzare dai colleghi per fiuto e rapidità d’indagine. Nel frattempo Palermo sta cambiando pelle, le fondamenta del dopoguerra stanno per essere scosse dal boom edilizio e dai primi grandi delitti di mafia.

Vittorio Nisticò decide di ingaggiare Mauro De Mauro. Nisticò è il direttore de L’Ora, il quotidiano di sinistra finanziato dal PCI che fa della denuncia contro il potere mafioso la propria bandiera. Nisticò e la redazione conoscono le ombre del suo passato, ma sono più interessati alla sua fame di notizie, la capacità d’indagine, alla sua prosa d’assalto e alla sua mancanza di timore reverenziale.

A L’Ora, De Mauro diventa in breve tempo capocronista e inviato di punta. È l’uomo delle grandi inchieste che fanno tremare i palazzi.

Mette sotto tiro il “Sacco di Palermo”, lo stupro urbanistico della città. Documenta la ragnatela d’interessi che salda i vertici della Democrazia Cristiana palermitana (Salvo Lima e Vito Ciancimino) ai costruttori legati ai clan, come Francesco Vassallo. De Mauro svela il meccanismo con cui la speculazione distrugge le ville della Conca d’Oro per far spazio ai palazzoni delle cosche.

Le sue piste travalicano il perimetro dell’isola siciliana. Segue la rotta dell’eroina, la French Connection che unisce la Sicilia alla costa orientale degli Stati Uniti, intuendo prima di altri la trasformazione della mafia da fenomeno rurale a holding finanziaria e narcotraffico internazionale.

Il 26 gennaio 1962 De Mauro si trova alla pista dell’aeroporto di Napoli. Ha concordato un’intervista con Lucky Luciano, il boss dei due mondi, per raccogliere rivelazioni sul crimine organizzato e su un progetto di film. I due si avvistano, ma Luciano muore d’infarto proprio davanti a lui, accasciandosi sulla pista pochi istanti prima di poter iniziare a parlare.

Qualche mese dopo, il 27 ottobre 1962 il velivolo dell’ENI decollato da Catania precipita nelle campagne di Pavia. Muore Enrico Mattei, il presidente dell’ENI. Per De Mauro è un fatto di cronaca, non sa che quell’aereo è destinato a diventare l’ossessione della sua vita.

La prima guerra di mafia

Vito Ciancimino, sindaco di Palermo dal 1970 al 1971, condannato poi in via definitiva per associazione mafiosa

Il 26 dicembre 1962 l’omicidio del boss Calcedonio Di Pisa fa saltare i precari equilibri tra i clan. Esplode la Prima guerra di mafia tra la fazione dei La Barbera e quella dei Greco. A Palermo gli omicidi sono una faccenda quotidiana e De Mauro copre la cronaca giudiziaria.

Il 30 giugno 1963 un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo salta in aria, dilaniando sette uomini tra carabinieri, militari e artificieri. De Mauro è tra i primi cronisti ad arrivare sul luogo del massacro. Il suo quotidiano manda in stampa in prima pagina le mappe geografiche delle cosche, gli organigrammi, e le parentele dei clan. È una mappatura investigativa senza precedenti, condotta sul campo, facendo nomi e cognomi.

Nel luglio del 1963, all’avvio dei lavori della prima Commissione parlamentare antimafia, gli articoli e i dossier firmati da De Mauro vengono acquisiti dagli atti ufficiali dello Stato come materiale d’indagine.

Tra il 1964 e il 1967 De Mauro mette sul suo banco degli imputati la gestione dell’amministrazione comunale di Palermo guidata da Salvo Lima e Vito Ciancimino, sviscerando la mappa degli appalti sospetti e le licenze edilizie concesse al sarto dei clan, Francesco Vassallo.

Nel gennaio del 1968 il terremoto devasta la Valle del Belice. De Mauro parte come inviato sul campo. Tra le macerie e il fango denuncia i ritardi e le inefficienze dei soccorsi, mettendo in guardia dai primi tentativi di speculazione e infiltrazione criminale sui fondi della ricostruzione.

Nel maggio dello stesso anno si trasferisce in Calabria per seguire da vicino il maxi-processo che dovrebbe punire i responsabili della guerra di mafia del 1962-1963.

La risposta della giustizia arriva il 22 dicembre 1968 con una sentenza che sgonfia l’impianto accusatorio. Una pioggia di assoluzioni per insufficienza di prove e la scarcerazione immediata dei principali boss di Palermo. De Mauro scrive articoli di fuoco denunciando le falle delle istruttorie e l’incapacità dello Stato di perseguire i vertici della criminalità organizzata.

La fine

All’inizio del 1969 i boss assolti nel processo di Catanzaro fanno rientro in città.

Cosa Nostra ricompone i suoi quadri, riallaccia le fila del potere, e De Mauro ne documenta la riorganizzazione sul campo.

Tra la primavera e l’estate del 1969 il suo raggio d’azione si sposta nei corridoi della finanza pubblica regionale, mettendo sotto la lente d’ingrandimento i flussi di denaro, gli appalti, e la gestione dell’Ente Minerario Siciliano, presieduto da Graziano Verzotto.

All’inizio del 1970 il regista Francesco Rosi lo ingaggia come consulente d’inchiesta per preparare il film Il caso Mattei. Mauro deve ricostruire le ultime quarantotto ore trascorse in Sicilia dal presidente dell’ENI tra il 26 e il 27 ottobre 1962.

Nel giro di poche settimane si convince che la caduta del velivolo è un atto di sabotaggio meticolosamente orchestrato. Ricostruisce la breccia di sicurezza all’aeroporto di Catania, individuando la finestra temporale in cui l’aereo fu lasciato incustodito per permettere l’installazione di una carica d’esplosivo.

Per confermare la sua tesi, De Mauro penetra nella zona grigia dove la grande finanza incontra la criminalità organizzata e i settori deviati degli apparati di sicurezza. Mette sotto torchio Graziano Verzotto e scava attorno alla figura dell’avvocato Vito Guarrasi, perno d’ombra tra istituzioni, servizi segreti, e interessi petroliferi.

Nell’estate del 1970 De Mauro sa di essere arrivato al cuore del sistema. Confida ai colleghi della redazione de L’Ora e a Rosi di essere in possesso di materiale esplosivo, “uno scoop che farà tremare l’Italia”. Accumula carte, appunti riservati, nomi e riscontri che legano l’eliminazione di Mattei alle convergenze tra i clan mafiosi e i vertici politico-economici del Paese.

Nel suo scavare, forse De Mauro ha scoperto qualcos’altro. Qualcosa che lo ha riportato al suo passato.

Il golpe

Il filo rosso delle sue ricerche risale la penisola fino a Roma.

Il suo vecchio comandante nella Xª Flottiglia MAS, il “Principe nero” Junio Valerio Borghese, sta definendo nei minimi dettagli un colpo di Stato militare, la cosiddetta Operazione Tora Tora, destinata a scattare nella notte tra il 7 e l’8 dicembre. Mancano meno di tre mesi al blitz e l’ombra del golpe si allunga proprio sulla Sicilia.

Mentre De Mauro batte la pista di Catania e scava nei flussi finanziari dell’Ente Minerario Siciliano gestito da Graziano Verzotto, emissari del Fronte Nazionale di Borghese, scortati da dirigenti dell’estrema destra come Pino Rauti e da esponenti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, compiono frequenti trasferte nell’isola. L’obiettivo è stringere un patto strategico con i vertici di Cosa Nostra. Sono Stefano Bontate, Giuseppe Calderone, Luciano Liggio.

In cambio del supporto logistico e militare delle cosche all’insurrezione armata, Borghese offre la revisione dei processi, amnistie generali, e il controllo sui traffici illegali in Sicilia.

De Mauro, muovendosi con l’acume e le tecniche investigative apprese negli apparati d’informazione della Repubblica Sociale, forse intercetta questo canale sotterraneo.

Lo “scoop che farà tremare l’Italia”, confidato con orgoglio ai colleghi de L’Ora, non si limita alla bomba esplosa sull’aereo di Enrico Mattei. È un dossier a doppio fondo, dove la mappa dell’attentato petrolifero incrocia i preparativi del colpo di Stato neofascista.

Il cronista diventa così un ostacolo intollerabile per un grumo di poteri convergenti. Una fuga di notizie brucerebbe l’effetto sorpresa del golpe e svelerebbe l’alleanza tra l’eversione nera, i settori deviati del Servizio Informazioni Difesa, e la criminalità organizzata.

I dettagli di quel patto sarebbero emersi soltanto anni dopo, nelle aule di tribunale, per bocca dei primi grandi collaboratori di giustizia.

Tommaso Buscetta rivelerà ai magistrati che l’eliminazione di De Mauro fu in realtà un “favore” chiesto a Cosa Nostra da ambienti esterni. Uno scambio di cortesie sollecitato proprio dalla galassia neofascista legata a Borghese per spegnere sul nascere un’inchiesta che minacciava di bruciare l sorpresa del colpo di Stato.

Eppure, la verità giudiziaria impone di distinguere le suggestioni dalle prove materiali. Se la pista del Golpe Borghese ricompone in modo affascinante i pezzi della prima e della seconda vita di De Mauro, l’analisi dei riscontri restituisce un quadro più freddo.

Di un presunto dossier firmato da De Mauro sul colpo di Stato non è mai stata ritrovata una sola riga. Ipotizzare che il giornalista stesse lavorando contemporaneamente, e in totale solitudine, a due cospirazioni di portata nazionale senza mai sovrapporle e senza lasciare alcun appunto scritto significa violare il principio di semplicità che guida ogni ricerca d’indagine.

Mauro De Mauro è stato inghiottito dal buio di Viale delle Magnolie per aver ricostruito l’attentato all’aereo di Mattei.

La morale della storia

La figura di Mauro De Mauro non appartiene all’agiografia degli eroi senza macchia.

La sua parabola incarna il prototipo dell’italiano.

Un uomo capace di attraversare i momenti più drammatici della storia mettendosi in luce per le bassezze come per le grandezze, sempre nello spirito dei tempi.

La sua non è stata la storia di una redenzione morale o di una conversione ideale, il personaggio nella nostra storia non cambia, non diventa buono, non si redime.

Il nostro protagonista non è un eroe.

Le capacità analitiche affinate negli anni della giovinezza fascista, il cinismo, l’ossessione per il riscontro documentale, la dimestichezza con i servizi segreti, e la capacità di muoversi nelle zone grigie del potere sono gli stessi ferri del mestiere che, vent’anni dopo, ha applicato al giornalismo d’inchiesta.

De Mauro ha potuto raccontare la mafia, le rotte internazionali della droga, e i depistaggi sul caso Mattei proprio perché conosceva dall’interno le logiche, il linguaggio, e i metodi degli apparati d’ombra.

È caduto per mano di quella stessa rete di poteri deviati che aveva imparato a manovrare in gioventù, lasciando in eredità la figura d’un martire imperfetto, specchio delle contraddizioni d’un intero Paese, l’Italia, che con le sue contraddizioni non ha mai fatto i conti fino in fondo.

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