Il 2 dicembre Vladimir Putin ha respinto la proposta di pace di Donald Trump per l’Ucraina, mentre l’esercito russo continua a rafforzare le proprie posizioni sul terreno.
Parallelamente la Cina ha concentrato la più grande forza navale della sua storia intorno a Taiwan, proseguendo il conto alla rovescia verso l’obiettivo strategico fissato da Xi Jinping per il 2027.
Nel Medio Oriente l’Iran utilizza una costellazione di proxy armati, dagli Houthi in Yemen a Hezbollah in Libano, per colpire gli interessi occidentali.
L’Occidente democratico, con l’Europa al centro, è chiamato ad aumentare drasticamente la spesa militare.
Gli Stati Uniti restano una potenza indispensabile, ma l’amministrazione Trump affianca il riarmo occidentale a scelte strategiche contraddittorie.
Questa è l’immagine di una marcia lenta verso un confronto sempre più aperto fra democrazie e regimi autoritari, con un rischio crescente di passaggio dalla guerra ibrida alla guerra tra grandi potenze.
Ucraina
Il fronte ucraino è il cuore terrestre della guerra ibrida globale. L’Europa deve ancora comprendere appieno la dimensione esistenziale di questo conflitto con la Russia imperialista di Putin.
Il piano in 28 punti presentato dall’entourage di Trump a fine novembre ha confermato la tendenza americana a cercare una pace che coincide con il congelamento delle conquiste russe. Il testo prevede il blocco delle linee sul fronte, la rinuncia ucraina alla NATO per decenni, la riduzione delle forze armate di Kiev e un quadro di garanzie molto molto vago.
Putin ha rifiutato il pacchetto così come formulato, anche se in gran parte sembrava scritto direttamente di suo pungo. Mosca vorrebbe semplicemente un atto di riconoscimento politico delle proprie conquiste militari. Il Cremlino utilizza i negoziati come strumento di pressione e propaganda. Mentre aumenta il numero di battaglioni schierati, consolida linee logistiche, sperimenta nuove combinazioni di artiglieria, droni, e fanteria.
Sul terreno l’esercito russo continua a esercitare un logoramento costante delle linee ucraine. Le forze russe schierate nell’area di Pokrovsk si attestano fra 170 e 220 mila uomini. Gli avanzamenti tattici in settori come Hulyaipole, Lyman, e Siversk sono minimi, ma spostano lentamente il baricentro a favore di Mosca. La Russia mantiene un ritmo elevato di attacchi con droni e missili, che drenano ogni giorno le capacità di difesa aerea ucraine e il magazzino occidentale.
Il fattore più nuovo riguarda la partecipazione nordcoreana. Dopo un primo invio di oltre diecimila soldati nel 2025, Pyongyang si prepara a mandare fino a 25–30 mila truppe aggiuntive in appoggio alla Russia. La Corea del Nord fornisce manodopera militare per una guerra di attrito lontana dai propri confini, ricevendo in cambio tecnologia, energia, e copertura politica.
La presenza di unità nordcoreane integrate sotto comando russo nella guerra in Europa è uno dei segnali più evidenti che si sta combattendo un conflitto globale per procura.
L’Unione Europea ha progressivamente assunto un ruolo centrale nel sostegno a Kiev. I pacchetti di aiuti militari europei, integrati con quelli statunitensi, hanno permesso all’Ucraina di mantenere la resistenza, modernizzare parte delle proprie forze armate, e adattarsi a una guerra di lunga durata.
L’Europa sta capendo che la sopravvivenza dell’Ucraina come democrazia indipendente è una condizione di sicurezza collettiva.
Medio Oriente
Il Medio Oriente è un secondo fronte della guerra ibrida mondiale. Qui lo scontro avviene attraverso un intreccio complesso di milizie, proxy armati, attacchi contro le rotte commerciali, e minacce nucleari.
L’Iran è il principale architetto del male nell’area. Il regime teocratico di Teheran sostiene e arma una rete di attori che agiscono come prolungamento della sua strategia contro Israele e contro la presenza occidentale nella regione.
Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, e gli Houthi in Yemen non sono realtà autonome che perseguono solo obiettivi locali ma anche strumenti di pressione strategica.
Israele subisce la minaccia diretta di razzi, droni, e infiltrazioni armate lanciate da questi gruppi. Ogni escalation in Libano o a Gaza mette alla prova la resistenza del fronte democratico in Medio Oriente.
Gli Houthi svolgono un ruolo particolare colpendo navi commerciali e traffico marittimo in Mar Rosso. Questi attacchi aumentano i costi delle rotte energetiche e commerciali che collegano Asia, Europa, e Stati Uniti. Il danno è politico, oltre che economico. Teheran invia il messaggio che può far pagare un prezzo a tutto il sistema occidentale attraverso milizie che dipendono da addestramento, armi e finanziamenti iraniani.
Sul piano strategico la questione centrale resta il programma nucleare iraniano. L’Iran continua a mantenersi vicino alla soglia di “breakout”, cioè alla capacità di arricchire uranio sufficiente per costruire un’arma in tempi brevi. I nuovi accordi limitano le ispezioni da parte dell’ONU e riducono gli impegni assunti precedentemente, questo ha reso il quadro più opaco e più pericoloso.
A giugno Israele ha condotto una serie di attacchi mirati contro infrastrutture nucleari e militari iraniane, con il supporto statunitense. L’armistizio che ne è seguito non ha risolto nulla. L’Iran ha scelto di non rispondere con uno scontro diretto, ma ha continuato a investire nei programmi missilistici e nucleari e a usare i proxy per mantenere la pressione su Israele e sugli interessi occidentali.
Israele, che vive da decenni sotto una minaccia esistenziale, si trova oggi a essere un ingranaggio del dispositivo di sicurezza occidentale. Difendere il diritto di Israele a esistere e a proteggere i propri cittadini significa difendere la credibilità dell’intero campo democratico nel non cedere al ricatto di regimi che combinano teocrazia, autoritarismo, e guerra per procura.
Taiwan
È nel sud est asiatico che la guerra ibrida si avvicina, più che da ogni altra parte, al rischio di trasformarsi in guerra “vera” tra superpotenze.
All’inizio del mese la Cina ha concentrato un numero senza precedenti di unità militari navali intorno a Taiwan. La presenza contemporanea di grandi navi da guerra nel Mar Cinese Meridionale, nel Mar Giallo e nel Pacifico occidentale è qualcosa che va oltre la semplice “esercitazione”.
Il presidente Xi Jinping ha fissato l’obiettivo di essere pronto a conquistare Taiwan entro il 2027. La finestra 2026‑2027 rappresenta il momento di massimo vantaggio navale e missilistico della Cina rispetto a Taiwan e rispetto alle capacità di dispiegamento rapido statunitensi nella regione. Dopo il 2027 il riarmo taiwanese e il rafforzamento delle catene di alleanze in Asia cominceranno a ridurre questo vantaggio relativo.
Taiwan rappresenta il modello di ciò che l’asse autoritario vorrebbe cancellare in Asia: una democrazia pluralista, tecnologicamente avanzata, con una società civile vivace e fortemente legata ai valori liberali. Le elezioni libere, la libertà di stampa, e l’indipendenza del potere giudiziario sono la smentita vivente della tesi secondo cui la civiltà cinese sarebbe incompatibile con la democrazia.
Per questo la pressione di Pechino è costante. Viene esercitata con mezzi militari, con la presenza continuativa di aerei e navi intorno all’isola, con campagne di disinformazione, con infiltrazioni economiche, e con tentativi di isolare Taiwan nelle organizzazioni internazionali. L’obiettivo è logorare la sicurezza psicologica della popolazione e presentare l’annessione alla Cina continentale come inevitabile.
La risposta di Taipei è quella di una democrazia che rifiuta di arrendersi. Il servizio militare obbligatorio è stato rafforzato, la spesa per la difesa è aumentata, si lavora a una dottrina di difesa asimmetrica che mira a rendere l’isola ingestibile per un esercito di occupazione. Il governo sottolinea la volontà di dialogo con la controparte cinese, ma la sovranità di fatto dell’isola non può essere oggetto di trattative.
Gli Stati Uniti restano l’attore indispensabile per la deterrenza nel Pacifico. Le dichiarazioni di impegno a difesa di Taiwan e il rafforzamento delle cooperazioni con Giappone, Australia, e Filippine sono segnali forti. Allo stesso tempo la linea dell’attuale amministrazione americana verso Pechino oscilla fra la volontà di contenimento e la ricerca di accordi su commercio e tecnologia. Una guerra commerciale
Per l’Europa la questione non è lontana. Una conquista forzata di Taiwan da parte della Cina avrebbe conseguenze dirette su catene di approvvigionamento critiche, in particolare sui semiconduttori, e segnerebbe un crollo del principio di autodeterminazione dei popoli. La credibilità delle democrazie europee che invocano il diritto internazionale in Ucraina sarebbe fortemente intaccata se rimanessero passive di fronte a un’aggressione contro Taiwan.
Le Americhe
Mentre l’Europa accelera il proprio riarmo difensivo, la politica estera americana sotto Trump introduce una linea che combina richiami alla pace in Europa con impulsi neo‑imperiali nelle aree considerate “cortile” degli Stati Uniti.
La Groenlandia è territorio danese, quindi parte integrante del sistema di sicurezza euro‑atlantico. L’insistenza di Trump sul “controllo” della Groenlandia, motivata da argomenti di sicurezza, accesso alle terre rare, e contenimento della Cina, ha avuto un effetto politico immediato.
Quando Washington evoca la possibilità di usare pressione economica o addirittura strumenti coercitivi per ottenere più influenza sulla Groenlandia, manda un segnale pericoloso alla Danimarca e, per estensione, a tutta la NATO. Se gli Stati Uniti trattano un territorio di un alleato come oggetto negoziabile, la coesione dell’alleanza ne esce indebolita. L’Europa vede confermato un timore crescente: il partner indispensabile sul piano militare può trasformarsi nel principale fattore di instabilità politica dentro l’alleanza.
La retorica sulla necessità di “riprendere” il controllo del Canale di Panama segue una logica simile. Il trattato Torrijos‑Carter ha consegnato la gestione del canale a un paese sovrano e amico degli Stati Uniti. Il fatto che oggi si evochi la possibilità di usare basi legali per giustificare pressioni pesanti o addirittura un intervento, in nome della minaccia cinese, segnala un ritorno di logiche da anni Settanta travestite da difesa degli interessi vitali.
Questo alimenta il sospetto che Washington sia disposta a ridefinire unilateralmente i confini della sovranità altrui in nome della sicurezza, aprendo la porta a tensioni che distolgono risorse dalla vera priorità: contenere l’asse autoritario.
L’amministrazione americana attuale, invece, privilegia alleanze con leader che accentuano tratti illiberali, in cambio di cooperazione militare o economica.
Il rischio
Esiste un rischio concreto che la guerra ibrida degeneri in guerra aperta fra grandi potenze se alcuni meccanismi di contenimento dovessero fallire.
Il primo fattore è il possibile attacco cinese a Taiwan. Un’aggressione armata contro l’isola obbligherebbe gli Stati Uniti a scegliere fra intervenire militarmente o accettare la fine di fatto della propria credibilità di garante delle democrazie asiatiche. Un intervento americano, anche limitato, trasformerebbe lo scontro in conflitto diretto fra due potenze nucleari.
Il secondo fattore riguarda il rapporto fra NATO e Russia. Le violazioni ripetute dello spazio aereo alleato, i rischi di incidenti nel Baltico o nel Mar Nero e la dottrina nucleare russa, che ha abbassato la soglia di impiego di armi tattiche, rendono il margine di errore estremamente stretto. Un singolo episodio mal gestito, un missile abbattuto dalla parte sbagliata del confine o un errore di calcolo nei Paesi Baltici potrebbero innescare una spirale di escalation.
Il terzo fattore è la corsa agli armamenti nucleari in un contesto tripolare. La fine imminente dei vincoli di controllo fra Stati Uniti e Russia e il rapido aumento dell’arsenale cinese costituiscono una situazione nuova, nella quale ogni mossa deve tener conto di due potenziali avversari di pari livello. Il tempo di decisione in caso di rilevamento di lanci è minimo, il rischio di errore o di interferenza cyber è reale.
Gli studi sulla vulnerabilità dei sistemi di comando e controllo confermano che l’intreccio fra infrastrutture digitali, reti di comunicazione, e arsenali strategici crea linee di fragilità. Un attacco informatico che alteri i dati di un sistema di allerta, o che comprometta la catena di comando, può generare falsi allarmi difficili da verificare nei pochi minuti disponibili.
In questo quadro la coerenza e la prevedibilità delle leadership diventano parte integrante della sicurezza. Un Occidente che presenta linee chiare, priorità stabili, e messaggi consistenti riduce il rischio di calcoli errati da parte degli avversari. Una leadership che oscilla fra concessioni affrettate agli aggressori e minacce improvvise ad alleati o attori secondari aumenta invece l’incertezza e, con essa, la possibilità di incidenti.
L’asse del male
Russia, Cina, Iran, e Corea del Nord non formano un blocco monolitico, ma costituiscono un ecosistema coordinato dalla convergenza di interessi contro l’ordine liberale. Questa architettura è più flessibile e più adatta alla guerra ibrida rispetto alle alleanze rigide del passato.
La Russia è il fulcro militare dello scontro in Europa. La Cina è la potenza economica che offre mercati, tecnologie, e copertura diplomatica selettiva. L’Iran è il laboratorio di guerra per procura e destabilizzazione regionale. La Corea del Nord è la fonte di manodopera militare e munizioni per le guerre di logoramento.
Le relazioni fra questi attori si basano sullo scambio di risorse. La Russia riceve droni e artiglieria, fornisce idrocarburi e tecnologie. La Cina importa energia a prezzi scontati dalla Russia, fornisce apparecchiature, sistemi informatici, e canali finanziari. L’Iran beneficia di corridoi commerciali alternativi verso la Cina e di protezione politica in sede ONU. La Corea del Nord sopravvive grazie a forniture e know‑how militare.
Questo blocco non è privo di fratture. La Cina mantiene margini di manovra, non si lega mani e piedi a Mosca, protegge l’accesso al mercato occidentale e coltiva relazioni con l’Europa. La Russia consuma risorse umane a un ritmo insostenibile e rischia nel medio termine problemi di tenuta interna. L’Iran resta esposto a sanzioni e pressioni interne. La Corea del Nord ha una forza economica ridicola.
Questi limiti non annullano la minaccia che l’asse pone all’Occidente, ma indicano una possibilità reale di contenimento se le democrazie sapranno usare con intelligenza la combinazione di pressione economica, deterrenza militare, offerta di alternative ai paesi “non allineati” (leggasi India, che è il grande elefante nella stanza di cui nessuno parla mai), e difesa coerente degli standard liberaldemocratici.
L’Occidente Libero
Il campo democratico ha reagito. L’Europa, in particolare, sta vivendo un’accelerazione storica nella costruzione di capacità di difesa e nella consapevolezza strategica.
I bilanci per la difesa degli stati europei sono in crescita costante. Il nuovo obiettivo NATO di convergere verso il 5% del PIL per la difesa entro il 2035 rappresenta un salto culturale oltre che finanziario. L’Unione Europea mobilita fondi per ricerca, produzione congiunta, programmi cooperativi su sistemi d’arma, difesa aerea, capacità spaziali, intelligenza artificiale applicata alla sicurezza.
Progetti come i fondi per l’industria della difesa, le iniziative per la mobilità militare interna, e le piattaforme comuni per l’acquisto di munizioni segnano un cambio di passo. L’Europa non è più solo un gigante economico, ma aspira a diventare un pilastro di sicurezza in grado di sostenere nel tempo lo sforzo per difendere l’Ucraina e proteggere il proprio territorio.
Nonostante questa trasformazione, gli Stati Uniti restano indispensabili. Capacità di intervento globale, deterrenza nucleare, intelligence strategica, e alcune tecnologie chiave continuano a dipendere da Washington. Per questo l’Europa ha un interesse vitale a una leadership americana coerente, affidabile, e orientata chiaramente alla difesa del fronte democratico in tutte le aree di crisi.
L’attuale fase politica statunitense produce invece segnali ambivalenti. Da un lato linee strategiche che identificano con lucidità le minacce di Russia e Cina. Dall’altro, un presidente che propone compromessi su misura per Putin in Ucraina, apre dossier conflittuali con paesi alleati o amici come Danimarca e Panama, e avvia un attivismo selettivo in America Latina con criteri che non sempre valorizzano la dimensione democratica.
Questa combinazione indebolisce l’effetto complessivo della risposta occidentale. L’Europa si trova a dover accelerare la propria capacità di sicurezza proprio perché non può più dare per scontato che gli Stati Uniti restino stabilmente ancorati a una visione di leadership del mondo libero.
Il mondo vive una guerra mondiale ibrida già in corso.
Ucraina, Medio Oriente e Indo‑Pacifico sono tre fronti della stessa partita. L’asse autoritario consolida strumenti e cooperazioni che puntano a logorare e dividere il campo democratico.
L’Europa, insieme a Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Corea del Sud, Israele, e altre democrazie, rappresenta il nucleo del fronte liberale. Il riarmo europeo, la scelta di sostenere l’Ucraina, la difesa di Israele, e l’attenzione crescente a Taiwan sono segnali di vitalità e di risveglio strategico. Il problema è la discontinuità della leadership americana, che affianca mosse lucide di contenimento a iniziative impulsive verso alleati e partner.
Se prevarranno divisioni, esitazioni e compromessi al ribasso, il salto verso una guerra più ampia diventerà sempre più probabile.

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